Tra i venti e i trenta: la giovinezza ai nostri giorni

Come erano i nostri vent’anni? Per chi li ha già vissuti, rievocarli, porta memorie e sensazioni di energia, vitalità, voglia di affacciarsi al mondo con grinta e progettualità andando verso un futuro che pur se ignoto, poggiava su un presente radicato, in cui era possibile rintracciare dei riferimenti sociali e affettivo-relazionali.

E oggi che succede tra i venti e trenta? Poiché più spesso ci si occupa/preoccupa della pre-adolescenza, l’attenzione ai vissuti tardo adolescenziali è forse sfumata nella tendenza ad assimilarne tipicità che, seppur contigue sono diverse; la ricerca dell’autonomia, il bisogno di orientare la propria vita, sono rese estremamente complesse dalla precarietà esistenziale, dall’inconsistenza del futuro e non solo professionale, da relazioni sempre più incerte che ritardano l’approdo alla stabilità sentimentale. Tra i giovani adulti, non sempre emerge il conflitto, la provocazione o il rifiuto dei modelli genitoriali, più spesso si ravvisa capacità di comprensione verso i “grandi” e voglia/bisogno di avere con loro complicità e vicinanza emotiva.

Il tema odierno muove dalla constatazione professionale, che sempre più giovani intraprendono il percorso psicoterapeutico; se ciò implica un aspetto positivo, ossia la consapevolezza del malessere e la motivazione a ritrovare il proprio equilibrio psico-fisico, è però un dato preoccupante sulla maggiore incidenza di disagi, in un’età immaginata come piena di sogni e di entusiasmo.

I temi che emergono e le esperienze vissute, sono fatti di ansie, depressioni, ossessioni-compulsioni, dissociazioni, “analfabetismo emotivo” (non riuscire a riconoscere, né sapere dare nome alle proprie emozioni), incapacità di “sentire” un corporeo che, pur potendo esprimere al massimo il proprio vigore, è “desensibilizzato” «… (costretto a diventare tale per l’ansia con cui sono cresciuti), incapaci … di ritrovarsi, di capire cosa vogliono e chi sono» (M. Spagnuolo Lobb, Quaderni di Gestalt, vol. XXVI – 2013/1).

Per formazione teorica e prassi terapeutica, mi è impensabile non fare riferimento alla relazione e al ruolo delle figure genitoriali: «Se i genitori veicolano un’ottica centrata sul “riparare ciò che non funziona”, le relazioni sono impostate sullo stress e di conseguenza confermano le paure -anziché il coraggio- negli individui coinvolti. … solo la fiducia nella capacità intrinseca dell’essere umano di fare la cosa migliore possibile in un dato momento … può orientarci verso lo stare nella relazione non dipendendo da schemi di lettura esterni ad essa, … in modo da trovare ogni volta una soluzione nuova, partendo dall’esperienza della situazione e quindi da come sia il genitore che il figlio (la) [nda] co-creano» (M. Spagnuolo Lobb).

I giovani hanno bisogno di accoglimento, riconoscimento, fiducia nei loro confronti e soffrono se prevale la razionalità del “fare” per loro, anziché il riferimento emotivo dell’“esser-ci” insieme a loro.

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