A Cefalù circa duemila posti letto sono in nero. Interviene Federalberghi

Bed ad breakfeast sorti come funghi, case vacanza, villaggi e altre strutture ricettive che operano nel territorio di Cefalù ma sono totalmente sconosciuti all’amministrazione comunale. Oltre trecento realtà che ospitano turisti di cui più di duecento totalmente sconosciuti all’amministrazione. Assicurano in tutto circa 1.800 – 2.000 posti letto. Oltre a godere di inspiegabili agevolazioni fiscali queste realtà turistiche sono anche esenti dal pagare la tassa di soggiorno. A far conoscere la situazione ha pensato Federalberghi Cefalù in una lettera indirizzata al Comune. A fare scattare la missiva alcune richieste sul pagamento della tassa di soggiorno arrivate agli albergatori da parte del Municipio. Una nota che, a sentire Francesco Randone, delegato federalberghi Cefalù, il comune potrebbe avere inviato solamente alle strutture alberghiere e non anche alle tante altre strutture ricettive ubicate nel territorio del Comune di Cefalù che non sono alberghi.

«Le strutture alberghiere – scrive Randone – non sono soggetti passivi della cosiddetta imposta di soggiorno perchè gli unici soggetti passivi sono e restano i clienti. Per questo le strutture alberghiere non sono considerabili sostituti d’imposta e nemmeno agenti contabili anche solo di fatto. Le strutture alberghiere non hanno alcun potere coarcitivo nei confronti del cliente che non voglia pagare la cosidetta imposta di soggirono ne alcun dovere stimolante il pagamento». Per questo Randone chiarisce al Municipio che il modulo di dichiarazione di rifiuto di pagamento da parte del cliente non è previsto nel vigente regolamento. «Le strutture alberghiere non hanno alcun obbligo nè di predisporre, nè di sottoscrivere al cliente alcunchè. Nessun obbligo di identificare gli ospiti che non versino l’imposta è prevista così come non è previsto alcun obbligo di indicare al comune l’identità di tali soggetti». Federalberghi chiarisce che le strutture ricettive hanno soltanto l’obbligo di denunciare al comune il numero e non l’identità di coloro che hanno pernottato presso la propria struttura nel mese precedente e il relativo periodo di permanenza, il numero dei soggetti esenti, l’imposta raccolta e gli estremi del versamento della medesima. Null’altro. «Per quel che riguarda poi le minacciate sanzioni amministrative – aggiunge Randone – vi ricordo che il Tars ha dichiarato l’illegittimità della previsione nel regolamento comunale di sanzioni amministrative per il caso di omesso, ritardato o parziale versamento dell’imposta, restando solamente la possibilità di comminare le sanzioni amministrative del Tuel».

Nella lettera Federalberghi spiega al Comune che le strutture alberghiere sostengono immotivati costi per la riscossione e il versamento dell’imposta di soggiorno. «Si pensi alla attività del personale chiamato a riscuotere, rilasciare la quietanza, versare al comune le somme percepite, indirizzare al comune la documentazione prevista dal regolamento. A tali oneri si aggiungono i costi derivanti dall’aggiornamento del software gestionale e quello delle commissioni bancarie relative al pagamento dell’imposta che gravano sulla struttura alberghiera». Per questo, alla fine della missiva, Randone aggiunge che i gestori delle strutture alberghiere non sono né responsabilità del mancato pagamento dell’imposta di soggiorno da parte dei clienti, né hanno alcun obbligo di coadiuvare il comune nella riscossione coattiva. «Qualora il Comune abbia intenzione di riscuotere coattivamente l’imposta di soggiorno – chiude Randone – ben può predisporre la presenza di proprio personale in loco, personale che raccolga dai clienti degli alberghi il rifiuto del pagamento dell’imposta di soggiorno, generalizzandolo».

La lettera che Federalberghi ha scritto al Municipio