Post Terza guerra d’indipendenza: Garibaldi e i giorni di Mentana (1867)

La campagna militare dell’Agro Romano svoltasi dal 22 ottobre al 3 novembre 1867, racchiuse nel suo insieme, tutte le fasi delle battaglie condotte dai volontari garibaldini che avrebbero dovuto liberare Roma, spodestando dal Santo trono il Pontefice Pio IX. Già in precedenza, Garibaldi, nel 1862, reduce dalla vittoriosa campagna militare di Sicilia, dopo aver raccolto un gruppo di volontari, organizzò una spedizione contro lo Stato Pontificio per allontanarne il Papa. Tuttavia, il Presidente del Consiglio dei ministri Bettino Ricasoli, a cui era succeduto Urbano Rattazzi, ed anche per la dura presa di posizione del nuovo Presidente del Consiglio, il Generale Luigi Federico Menabrea, si opposero fermamente contro l’impresa di Garibaldi. Infatti, il Governo italiano, temendo che l’azione dell’Eroe dei due Mondi avrebbe potuto scatenare una crisi internazionale, prese un energico provvedimento, inviando truppe regolari per fermarlo. Infatti, il 29 agosto dello stesso anno, sull’Aspromonte, si fronteggiarono le truppe regolari regie e i volontari garibaldini, e dopo un breve conflitto a fuoco, Garibaldi, ferito, fu arrestato. Nel 1866, il Duce delle Camicie Rosse, volle ulteriormente tentare di occupare lo Stato della Chiesa, egli, che si trovava confinato a Caprera per volere del Ministro Rattazzi, ordinò ai suoi subalterni: il figlio Menotti, il Generale Acerbi, i patrioti Giovanni Nicotera e Luigi Pianciani di intraprendere l’operazione dell’Agro Romano per la liberazione del Lazio, pur sapendo di violare la “Convenzione di Settembre”, stipulata a Fontainebleau nel 1864 tra il regno d’Italia e il Secondo Impero di Napoleone III. L’accordo diplomatico prevedeva lo sgombero delle truppe napoleoniche dal territorio pontificio nel corso di due anni, ma soprattutto vincolava il neonato Stato italiano di “…impedire anche con la forza, ogni attacco proveniente dal di fuori contro il detto territorio”. Ciò nonostante, l’accordo non contemplava una possibile sommossa interna: un espediente allettante, su cui puntare, e che il Governo Savoia aveva già meditato e accarezzato l’idea. Ovviamente, senza l’interferenza di Garibaldi, il quale, anch’egli contava su un’insurrezione nello Stato Pontificio e di conseguenza intervenire, affinché si potesse “farla finita con preti e mercenari”. Però, entrato in competizione con il Ministro Rattazzi, per precauzione, fu disposto che Garibaldi venisse confinato a Caprera. Il ritiro delle truppe francesi dallo Stato Pontificio avvenne in modo graduale, ciò nonostante Napoleone III, temendo un possibile attacco esterno verso la città papalina, inviò una legione di volontari che si era costituita in Francia la cosiddetta “Legione di Antibo” che venne a rafforzare le truppe papali e la gendarmeria. Intanto, i preparativi per la sommossa nella città papalina faceva il suo corso, e Garibaldi che era evaso da Caprera, tramite un suo emissario Francesco Cucchi, tentò invano di innescare la rivolta a Roma, coinvolgendo i patrioti locali. Gli scontri avvenuti nelle località di Bagnoregio, Nerola, Montelibretti, San Giovanni Campano, Passo Corese, Subiaco e tutto il viterbese, ma soprattutto Monterotondo, furono un’effimera vittoria per le Camicie Rosse. In realtà con la Battaglia di Mentana (3 novembre) che vide i garibaldini scontrarsi con le truppe dell’esercito pontificio, coadiuvate da antiboini e regolari francesi, questi ultimi, armati con gli Chassepot, i celeberrimi primi fucili a retrocarica, si infranse il sogno del Condottiero Garibaldi di rovesciare il potere temporale del Papa. Solamente nel 1870 in occasione della guerra franco-prussiana, il Governo italiano, approfittando del ritiro delle truppe francesi dallo Stato Pontificio, decise di occupare il territorio del Lazio e Roma papalina. Difatti, il 20 settembre dello stesso anno con la Presa di Roma, storicamente conosciuta anche col nome di Breccia di Porta Pia, terminava dopo 1118 anni (752 – 1870) il potere temporale dei papi. L’anno seguente, mediante la legge 3 febbraio 1871, n. 33, Roma diveniva Capitale del Regno d’Italia, esattamente, la Capitale d’Italia da Firenze veniva trasferita a Roma. Abbiamo chiesto al Col. aus Mario Pietrangeli, Storico Militare (1) di parlarci di Garibaldi, dei giorni di Mentana (1867) e la conseguente ritirata del Generalissimo, verso Passo Corese, quest’ultima località, nota per essere stata il punto di partenza dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli e dei loro compagni, prima di raggiungere Roma, ed anche il luogo dove si raccolsero i garibaldini dopo la sconfitta di Mentana, e del loro successivo commiato dai campi di battaglia italiani.

«La campagna garibaldina del 1867 per tentare la liberazione di Roma, vide Passo Corese (Rieti), posto di confine tra il Regno d’Italia e ciò che rimaneva degli Stati Pontifici, tra i luoghi teatro di eventi decisivi. Ed anche il treno recitò la sua parte, considerato che il primo tronco ferroviario Roma – Monterotondo fu inaugurato il 28 aprile 1864, quello Monterotondo-Corese l’1 aprile 1865 e il tronco Corese-Orte il 4 gennaio 1866. Dopo l’amarezza del suo «Obbedisco», Garibaldi soffre insieme con tutti gli italiani l’umiliazione dell’annessione del Veneto avvenuta attraverso un arrogante intermediario: il commissario francese generale Leboeuf. Questa vicenda si somma al ricordo della sfortunata difesa di Roma nel 1849, al voltafaccia di Villafranca nel 1859 e alla successiva cessione di Nizza, sua città natale. È dunque comprensibile che Garibaldi accusi il Governo italiano di “compiere le voglie libidinose del Bonaparte, di cui non è che una miserabile prefettura” (1867). La lealtà al Re, inequivocabilmente confermata a Bezzecca, non impedisce alla sua morale di italiano di agire per la liberazione di Roma. Le insicurezze della classe politica e l’attivismo dei patrioti fanno apparire inevitabile un’azione di forza, a cui Garibaldi si sente legittimato per la nomina a generale ricevuta dalla Repubblica Romana nel 1849. Non fa uso tuttavia di questa legittimazione per sottrarsi alle sue responsabilità: “La breve campagna nell’Agro romano fu da me preparata in una escursione sul continente italiano ed in Svizzera, ove assistetti al congresso della Lega della pace e della libertà. Io ne assumo quindi la maggior parte della responsabilità”. Nel suo viaggio tocca varie province nel nord dell’Italia dove – come ad esempio a Verona l’8 marzo – rilancia il grido «Roma o morte!». Ovunque trova accoglienze trionfali e raccoglie contributi concreti alla causa. Il quadro politico tuttavia è più complesso di quanto può apparire dall’entusiasmo delle folle.

In base a una convenzione stipulata tra Italia e Francia nel 1864 le truppe francesi devono lasciare Roma l’11 ottobre 1866 mentre il Governo italiano si impegna a non attaccare il territorio pontificio e a impedire qualunque aggressione esterna contro di esso. Parigi si affretta ad eludere la convenzione costituendo una formazione di volontari francesi – la legione di Antibo (voce italianizzata di Antibes) – per la difesa dello Stato Pontificio. Tutti gli ufficiali di questa legione vengono dalle fila dell’esercito francese conservandone anche l’uniforme; a essi si aggiungono alcuni soldati che mantengono nella loro documentazione il numero del reggimento di origine, legione operativa agli inizi del 1867. All’Italia rimane una possibilità implicitamente ammessa in quanto non prevista dalla convenzione: l’insurrezione popolare all’interno dei territori pontifici. Ogni iniziativa risulta però difficile per la presenza di due diverse correnti tra i patrioti romani: quella moderata favorevole a una soluzione politica e quella di ispirazione rivoluzionaria. Garibaldi il 22 marzo accetta la conferma della sua nomina a generale e l’1 aprile il centro di insurrezione – la corrente rivoluzionaria – diffonde un proclama nei territori pontifici; solo allora si forma in Roma la Giunta Nazionale Romana cui aderisce anche la corrente moderata. Il Governo italiano è alle prese con le elezioni e il viaggio di Garibaldi ha come obiettivo anche il sostegno alle sinistre, da cui si spera una maggiore sensibilità verso il problema di Roma.

Il 10 aprile a Ricasoli subentra come presidente del Consiglio Rattazzi: è lo stesso uomo dell’Aspromonte e da lui non c’è molto da sperare. L’8 giugno infatti invia un reparto di granatieri per fermare la sollevazione di un centinaio di giovani a Terni. Per preparare la campagna d’autunno invia un primo gruppo di emissari a Roma e ai confini dello Stato Pontificio; poi agisce anche sul piano politico partecipando al congresso internazionale in Svizzera. Garibaldi è nominato presidente onorario del congresso ma lo abbandona a settembre: la sua proposta di legittimare l’intervento armato per liberare Roma potrebbe non essere accolta. Nel frattempo la Giunta Nazionale Romana gli conferma che, con il necessario sostegno di armi e denaro, l’insurrezione avrà luogo. Nonostante gli avvertimenti contrari di Rattazzi, Garibaldi invia nuovamente suoi uomini di fiducia nel futuro teatro di operazioni: Cucchi a Roma per preparare l’insurrezione, il figlio Menotti per raggiungere il confine sulla Salaria a Passo Corese, Acerbi a Orvieto per muovere su Viterbo e Nicotera a Frosinone. Si delinea il piano per un’azione convergente su Roma. Da Firenze, dove è rientrato dopo il congresso in Svizzera, Garibaldi si trasferisce ad Arezzo, facendo credere di proseguire per Perugia perché teme le reazioni del Governo italiano. Devia invece su Sinalunga, ma il 24 settembre è arrestato e tradotto nella cittadella di Alessandria. Le reazioni in tutta Italia, comprese quelle della stessa guarnigione che lo tiene prigioniero, inducono Rattazzi a una soluzione di compromesso: Garibaldi viene riportato a Caprera, ma rifiuta di promettere che non abbandonerà l’isola. Alla sua sorveglianza provvedono “corazzate, con minori piroscafi ed alcuni legni mercantili, che il Governo avea noleggiati a tale proposito”. Gli uomini inviati da Garibaldi ai confini dei territori pontifici continuano a raccogliere volontari e stanno passando all’azione. Menotti parte da Terni il 7 ottobre e supera il confine a Passo Corese, al comando di volontari in buona parte giunti proprio con il treno, occupando Nerola e Montelibretti. Rattazzi, visto il precipitare degli eventi, sembra convincersi all’ipotesi dell’insurrezione in Roma e si affida a un certo Ghirelli che tuttavia si rivela inaffidabile, forse addirittura agente provocatore. Garibaldi non può più attendere e decide di lasciare Caprera.

Un primo tentativo col postale giunto alla Maddalena l’8 ottobre non riesce. Il 14 ottobre, con una fuga degna delle avventure narrate dal suo amico e biografo Dumas, Garibaldi lascia Caprera e raggiunge fortunosamente la casa della signora Collins alla Maddalena passando su una piccola imbarcazione il canale della Moneta. L’indomani con alcuni amici attraversa l’isola a cavallo fino a Cala Francese e di qui traghetta verso la Sardegna. Passa la notte tra il 15 e il 16 in un ovile e nel pomeriggio riparte per attraversare, ancora a cavallo, i monti della Gallura; all’alba del 17 non trova al luogo prestabilito l’imbarcazione che deve portarlo in continente e passa la mattinata in un altro ovile. Solo nel pomeriggio può finalmente salpare; il 19 arriva in vista di Vada e aspetta il buio per sbarcare. Questa avventura riporta Garibaldi indietro nel tempo; per il passaggio del canale della Moneta “la mia pratica acquistata nei fiumi dell’America con le canoe indiane che si governano con un remo solo, mi valse sommamente”. C’è un riconoscimento anche per i pastori lo hanno ospitato; il primo “tolse l’unico materasso che aveva dal letto ove giaceva la moglie inferma: tale è l’ospitalità sarda”; il secondo “mi accolse con quella franchezza e benevolenza che distingue il ruvido, ma generoso e fiero pastore sardo”. Da Vada, Garibaldi va a Livorno e poi a Firenze dove trascorre il 20 e il 21 ottobre. Il 22 ottobre con un convoglio ferroviario speciale (evidentemente le autorità acconsentono) raggiunge Terni e di qui il 23 arriva in carrozza a Passo Corese dove si trova schierato il contingente di volontari di Menotti. Il generale Cialdini, che il Re ha incaricato di formare un nuovo ministero, tenta inutilmente di fermare Garibaldi. Intanto si cercò di provocare una grande insurrezione a Roma dove però pochi patrioti, tra cui i fratelli Cairoli, presero l’iniziativa. Il 20 ottobre 1867, Enrico e Giovanni Cairoli con un gruppo di 76 volontari, partirono da Terni e giunsero a Passo Corese, dove si imbarcarono sul Tevere, cercando di sfuggire alla sorveglianza papalina. Sbarcarono nei pressi dell’Acqua Acetosa e nascosero le armi in un canneto vicino. Passarono la notte del 22 all’interno di Villa Glori. La sorpresa, per non precisati motivi fallì. La mattina furono attaccati dai soldati tedeschi del Papa al comando del capitano Mayer. I garibaldini si difesero all’arma bianca ma furono abbattuti da scariche di fucileria. I fratelli Cairoli furono ambedue colpiti ed Enrico finito a colpi di baionetta. Fu ferito anche il capitano Mayer e allora i papalini si ritirarono. A Villa Glori rimasero pochi garibaldini, fra cui Giovanni Cairoli. Tutti gli altri si ritirarono verso Monterotondo, per congiungersi con gli altri commilitoni.

Il giorno dopo ritornarono i pontifici e fecero prigionieri i feriti. Dopo due mesi Giovanni Cairoli fu messo in libertà. Morirà due anni dopo a causa di una ferita. L’insurrezione popolare, che causò la morte di vari gendarmi, avvenne a piazza del Popolo il 22 ottobre. Zuffe si verificarono nel centro della città mentre la caserma Serristori saltò in aria causando la morte di 40 zuavi. L’insurrezione fallì in quanto un delatore consentì ai papalini di sequestrare una parte delle armi tenute nascoste nella Villa Mattei. Furono celebrati i processi e furono comminate pene rigorose, fino alla pena di morte per i popolani Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti (caserma Serristori) che furono giustiziati il 24 novembre 1868. Altri condannati morirono in carcere prima del 20 settembre 1870. La posizione di Passo Corese, ai piedi dei monti Sabini, non è idonea a giudizio di Garibaldi che decide quindi di guadagnare le alture di Monte Maggiore e muovere la sera stessa del 23 verso Monterotondo, difesa da 400 uomini, 2 cannoni ma, soprattutto, dalle mura. Il Generale dispone i suoi 5.000 volontari su 3 colonne: quella di destra dovrebbe arrivare a Monterotondo a mezzanotte ed entrare in città da ovest, dove la cinta muraria è meno forte. La mancanza di guide locali fa ritardare l’arrivo a Monterotondo e fu per conseguenza fallito l’attacco di notte. Quella di sinistra riesce nella mattinata a occupare il convento dei Cappuccini a est di Monterotondo e quella di centro, comandata da Menotti, arriva per prima all’alba sulle posizioni a nord della città. Garibaldi vorrebbe aspettare l’arrivo delle altre colonne per un attacco coordinato ma i volontari di Menotti si lanciano all’assalto della porta San Rocco. “Quel attacco prematuro ci costò una quantità di morti e di feriti; valse peraltro a stabilire nella case adiacenti a porta San Rocco alcune centinaia di volontari. Tutto il 24 ottobre fu dunque occupato a cingere colle forze nostre la città di Monterotondo”. Si preparano materiali incendiari per dare fuoco alla porta e si stabilì l’attacco all’alba del 25. Garibaldi trascorre la notte tra i suoi uomini dopo averli visti sdraiati sull’orlo delle strade in condizioni miserevoli tra il fango causato della pioggia dei giorni precedenti. Garibaldi ha compiuto 60 anni, soffre di artrosi e dei postumi delle ferite, ma rimane con i soldati. Quando alle tre viene fatto entrare al riparo in una chiesa si accorge che i nemici stanno barricando e rinforzando la porta. I volontari ripartono all’attacco dissipando ogni dubbio sullo stato del loro morale: “Diffidarne era un delitto, roba da vecchio decrepito!” scrive Garibaldi. La porta è presa, i volontari entrano a Monterotondo e circondano il castello all’interno dell’abitato. Si ricorre nuovamente al fuoco per fare uscire i pontifici dal castello e nel frattempo è respinta una colonna che da Roma si muove per portare soccorso agli assediati. Alle 11 la guarnigione del castello si arrende nel timore che il fuoco faccia esplodere i magazzini delle polveri. Garibaldi è padrone di Monterotondo ma deve ammettere con rammarico di essere accolto dalla popolazione con «mutismo e indifferenza». Il 28 ottobre Garibaldi decide di muovere verso Roma disponendo le sue forze tra la via Nomentana e la via Tiburtina.

La mattina del 29 gli giunge notizia che nella notte i romani dovrebbero insorgere e quindi avanza lui stesso con due battaglioni fino a poca distanza da ponte Nomentano. C’è uno scambio a fuoco con forze nemiche ma i volontari restano sul posto per tutta la giornata del 30 in attesa di notizie da Roma, da cui invece escono due battaglioni di pontifici. Quando ormai è chiaro che Roma non insorge, Garibaldi decide di ripiegare, visto che le posizioni occupate sono troppo vicine a Roma e non difendibili contro forze superiori. I volontari rientrano a Monterotondo il 31 e durante il movimento circa 3.000 uomini abbandonano la formazione. Garibaldi attribuisce la diserzione alla propaganda mazziniana che non crede all’azione militare e invita i patrioti a rientrare alle loro case “a proclamar la repubblica e far le barricate”. Svanita la possibilità di un’azione diretta su Roma, Garibaldi nei tre giorni successivi fa occupare le posizioni di Palombara Sabina e Tivoli con l’idea di “metterci l’Appennino alle spalle ed avvicinarci alle province meridionali”. Contemporaneamente le altre colonne a nord e a sud di Roma costituitesi al comando di Acerbi e Nicotera raggiungono rispettivamente Viterbo e Velletri. Garibaldi decide di lasciare Monterotondo la mattina del 3 novembre e ciò che scrive nelle sue memorie sembra lo stralcio di un ordine di movimento: avanguardia preceduta da esploratori a piedi e a cavallo; esplorazione sul fianco destro per controllare le strade che provengono da Roma e vedette sui rilievi; retroguardia per “spingere in avanti i restii”, artiglieria al centro e bagagli in coda a ciascuna colonna. Il movimento inizia solo nel pomeriggio perché si devono distribuire scarpe ai volontari. Questa volta Garibaldi lascia che siano le esigenze logistiche a prevalere su quelle tattiche; forse lo preoccupa il morale dei volontari, già provato dalle diserzioni dei giorni precedenti. Nel frattempo sono sbarcate a Civitavecchia due divisioni francesi inviate da Napoleone III.

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Il loro comandante Charles De Failly si consulta con il comandante delle truppe pontificie; decidono di muovere all’alba del 3 novembre per attaccare Monterotondo disponendo in totale di circa 9.000 uomini. Il ritardo nella partenza delle colonne di Garibaldi favorisce i pontifici, avanzati per primi, che catturano alcuni esploratori e sorprendono le avanguardie dei volontari all’uscita di Mentana ad appena tre chilometri da Monterotondo. Garibaldi manda il figlio Menotti a occupare dei rilievi che gli consentono di non rimanere esposto nella “strada buona ma incassata e bassa” su cui hanno marciato le colonne. Riesce anche a sistemare in posizione adeguata due pezzi di artiglieria che aveva catturato ai pontifici occupando la fortezza di Monterotondo. Nonostante le posizioni favorevoli occupate che impediscono al nemico di utilizzare la sua artiglieria, i volontari “demoralizzati per il gran numero di diserzioni, non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama”. Alle tre pomeridiane perdono terreno e arretrano verso Mentana. Garibaldi tenta un ultimo contrattacco; con l’appoggio dei pezzi di artiglieria rischiarati in posizione più favorevole e una ultima carica alla baionetta i pontifici sono respinti con perdite notevoli. Questo parziale successo non basta a risollevare il morale; dopo un’ora corre voce che sta avanzando una colonna di 2.000 francesi e la massa dei volontari si dà alla fuga. Garibaldi non recrimina perché conosce bene la psicologia dei suoi uomini; annota invece una considerazione di carattere militare: “una polizia di campo è indispensabile in ogni corpo di milizia”. Subito però si affretta a sottolineare con realismo l’intolleranza per ogni forma di polizia che caratterizza i volontari. “Invano la mia voce e quella dei miei prodi ufficiali tenta di riordinarli”. Garibaldi dà l’ordine di ritirata alle cinque pomeridiane, lasciando “un pugno di valorosi” a Mentana per proteggere la ritirata. I francesi sono armati “coi loro tremendi “chassepots”[…] ma fortunatamente cagionano più timore che eccidio”. Contrariamente alla vulgata popolare, Garibaldi minimizza i prodigi dei nuovi fucili francesi; anche Benedetto Croce scrive di «vantate meraviglie». Si tenta di imbastire un’ultima difesa a Monterotondo, ma scarseggiavano sia le munizioni da cannone che quelle da fucile. La ritirata su Passo Corese è inevitabile; qui almeno Garibaldi è accolto amichevolmente dal colonnello Caravà, in passato suo ufficiale, ora al comando di un reggimento nel piccolo paese di confine. Il 4 novembre si arrendono i prodi di Mentana e Garibaldi, dopo avere sciolto il Corpo dei volontari, parte in treno per Firenze. Viene arrestato a Figline e di qui “viaggiando a tutta velocità, fui finalmente depositato all’antico mio domicilio del Varignano, dal quale mi lasciarono poi tornare alla mia Caprera”».

(1) Il Col. Mario Pietrangeli, sposato con una figlia, è nato a Gubbio (Perugia) il 07 dicembre 1959 ed è residente a Besozzo (Varese). È entrato all’Accademia Militare di Modena nell’ottobre 1978 (160° corso). Ha poi frequentato la Scuola di Applicazione di Torino e conseguito successivamente prima la Laurea in Scienze Strategiche con il relativo Master presso l’Università di Torino poi la Laurea in Scienze Diplomatiche e Internazionali presso l’Università di Trieste (aprile 2005). Ha frequentato, inoltre, il Corso di Stato Maggiore e il 118° Corso Superiore di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia; il 2° Corso dell’Istituto Superiore Interforze di Stato Maggiore del CASD; la Scuola Lingue Estere dell’Esercito di Perugia. Ha ricoperto gli incarichi di comandante di plotone e compagnia in s.v. presso il 1° battaglione genio minatori di Udine, il 1° battaglione Allievi della Scuola del Genio, il 1° battaglione genio ferrovieri di Castel Maggiore (BO) ed ha conseguito le abilitazioni ferroviarie FS di Capo Stazione (CS) e di Manovratore (FDM). Ha svolto l’incarico di Ufficiale addetto alla 1a Sezione (Piani e Studi nel periodo 1996-1997), alla 2a Sezione (Trasporti nel 1991) e alla 3a Sezione (impiego del genio ferrovieri e infrastrutture dei trasporti 1992-1993) dello SME IV Reparto – Ufficio Movimenti e Trasporti -MOTRA- (Ufficio passato nel 1997 alle dipendenze dell’ISPELOG). Ha preso parte all’Operazione IFOR in Bosnia come Ufficiale di collegamento e coordinamento nel Comando Internazionale “ARRC” in Sarajevo, per le attività del genio ferrovieri in Teatro (ricostruzione della linea Ferroviaria da Zsvornic a Doboj – “La Porta per Sarajevo”). Nel periodo 1998 -1999 ha comandato il 1° battaglione genio ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). In tale incarico ha partecipato in Bosnia (Missione SFOR) alle operazioni di ricostruzione della linea ferroviaria Knin (Croazia) – Martin Broad (Bosnia, settore Mussulmano) – Otoka (Bosnia del Nord – Ovest, settore Serbo). Inoltre, ha organizzato e partecipato alla fase iniziale della ricostruzione della rete ferroviaria Kosovara (Kosovo Polje – Pec). Nel novembre 1999 in occasione del centenario del Collegio Ingegneri Ferroviari Italiani (CIFI) ha ricevuto un premio per uno studio sui “Materiali Ferroviari Metallici Scomponibili” realizzato nel 1997 con l’Ingegnere Michele Antonilli dell’ITIS di Fara in Sabina. Dall’ottobre 1999 al settembre 2003 ha ricoperto l’incarico Interforze di Capo Sezione Infrastrutture Nazionali presso il IV Reparto “Logistica – Infrastrutture” dello Stato Maggiore della Difesa di Roma. Dal 31 ottobre 2003 al 30 settembre 2005 è stato il 48° Comandante del Reggimento genio ferrovieri in Castel Maggiore (Bologna). Durante il suo Comando, una componente del dipendente 1° Btg. armamento e Ponti genio ferrovieri è stata impiegata in Albania per la riparazione della rete ferroviaria Albanese dal Maggio 2004 al 10 ottobre 2004. Sempre durante il suo Comando un nucleo di esperti del reggimento si è recato in Eritrea per la Progettazione del ripristino della Linea Ferroviaria Massaua – Agordat. È stato frequentatore della 57a Sessione dello IASD (Istituto Alti Studi della Difesa) del Centro Alti Studi della Difesa di ROMA dal 3 ottobre 2005 al 21 giugno 2006. Dal Luglio 2007 al 20 settembre 2010 è stato Capo Divisione Esportazioni e Transiti presso il Ministero Affari Esteri – UAMA (Unità Autorizzazioni per i Materiali d’Armamento, Piazza Farnesina 1 – 00194 Roma). Dal 24 settembre 2010 al 25 ottobre 2013 è stato il Comandante del Cedoc di Como (ex Distretto Militare, Caserma De Cristoforis). Dal 18 novembre 2013 al dicembre 2015 è stato il Capo di Stato Maggiore del CME Lombardia Milano (Palazzo Cusani in Via del Carmine). E’ stato insignito del Premio Nazionale Paladino delle Memorie nel 2015 a Milano. Inoltre, e’ Consigliere Nazionale della Confederazione Mobilità Dolce (CoMoDo) organizzatrice da dieci anni della Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate. Dal 1999 è membro del Collegio Ingegneri Ferroviari Italiani CIFI Roma. Dal 2013 è membro della Società Italiana di Storia Militare di Roma. Dall’aprile 2016 fa parte degli Amici di Volandia. E’ iscritto all’Associazione Cheminot Europei Sezione Lombardia. Nel maggio 2017 ha ricevuto l investitura di cavaliere del circolo di scienze e cultura piri piri di Milano.

Elenco libri realizzati:

Storia delle Ferrovie Sabine e Reatine Edizione Comune di Fara Sabina (RI) 2007.

Storia dei Reparti Militari Stradali e Ferroviari nel Mondo e Storia dei Trasporti Militari. Edizione SME Ufficio Storico, Roma 2009.

Storia del Reggimento Genio Ferrovieri Edizione IVECO DEFENCE, Bolzano 2009.

Storia dei Vari Sistemi di Trasporto Intorno a Roma, a Rieti, alla Sabina e la Centrale ENEL di Farfa Edizione 2011 Comune di Fara in Sabina.

Le Mie Ferrovie, Edizione Lombardo, Como 2011.

Como, Varese Le Guerre d’Indipendenza e la Prima Guerra Mondiale Edizione Lombardo, Como 2011 (il libro ha ricevuto il Logo della Presidenza del Consiglio per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia).

Varese, Como, San Fermo, Lecco, la Valtellina, le guerre d’Indipendenza e il Capitano Garibaldino Carlo De Cristoforis. Edizione Editore Lombardo, Como 2012.

Le Ferrovie Militarizzate I Treni Armati I Treni Ospedale Nella Prima e Seconda Guerra Mondiale Edizione Editore Lombardo, Como 2013.

Il Museo Europeo del Trasporto. “OGLIARI” in Volandia. Edizione aprile. 2017.

Articoli:

Numerosi sono gli Articoli pubblicati su importanti testate nazionali:

Informazione Difesa, Organo dello Stato Maggiore Difesa;

Rivista Militare, Organo dello Stato Maggiore Esercito;

Rassegna dell’Esercito, Supplemento della Rivista Militare;

Il Carabiniere, rivista dell’Arma dei Carabinieri;

Ingegneria Ferroviaria rivista del Collegio Ingegneri Ferroviari Italiani (CIFI);

Tecnica Professionale rivista del Collegio Ingegneri Ferroviari Italiani (CIFI);

Amministrazione Ferroviaria del Collegio Amministratori Ferroviari (CAFI)

Logistica, Tecniche Nuove, Via Eritrea Milano

Antincendio, rivista Antinfortunistica – Roma;

I Quaderni del Nastro Azzurro Roma.

Foto a corredo dell’articolo: 1) Battaglia di Mentana 3 novembre 1867, litografia acquerellata su carta, di Archimede Tranzi. 2) Garibaldi ferito nell’Aspromonte, di Gerolamo Induno. 3) Garibaldi a Passo Corese, Fara in Sabina,1885. Stampa Antica. 4) Campagna Agro Romano, 1867. Stampa Antica. 5) Morte di Enrico Cairoli di Gerolamo Induno. 6) Giuseppe Garibaldi. 7) Pierre Louis Charles de Failly di Franz Robert Richard Brendámour.

Giuseppe Longo
giuseppelongoredazione@gmail.com
@longoredazione

 

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