Prima Guerra Mondiale: la nascita dei Reparti d’Assalto – gli “Arditi”

Il 29 luglio di cento anni fa a Manzano (UD), in località Sdricca, presso la Scuola delle Truppe d’Assalto, nasceva ufficialmente il primo nucleo dei “Reparti d’Assalto”. Gli uomini, che ne fecero parte, gli “Arditi”, oltre ad inaugurare una nuova specialità della fanteria italiana, furono anche gli antesignani delle attuali “Forze speciali”. Tuttavia sin dal 1914 in seno al Regio Esercito, furono già presenti gli “Esploratori”, audaci soldati, addestrati in missioni speciali: imboscate contro gli avversari, creazione di varchi nei reticolati, ricerca del nemico e primo contatto con esso. In realtà, il 24 maggio 1915 con l’entrata in guerra dell’Italia, fu presente in ogni reggimento di fanteria, un plotone di esploratori che analogamente si estese anche alle truppe da montagna, gli Alpini. A seguito della direttiva emanata dal Generale Cadorna che ebbe come oggetto il “Carattere offensivo da imprimere alle operazioni”, alcune Compagnie di esploratori volontari furono autorizzate a operare in modo autonomo. Tra queste si ricorda quella che si costituì in Valsugana, per opera del Capitano Cristoforo Baseggio e che prese appunto il nome di “Compagnia esploratori volontari Baseggio”, soprannominata anche i “Cavalieri della Morte”. Il Comando Supremo, visto i continui successi di queste unità, promosse e incoraggiò la nascita delle “Compagnie tagliafili”, tristemente chiamata col nome di “Compagnie della morte” a causa delle notevoli perdite che si riscontrarono tra le loro formazioni. Le Compagnie tagliafili, erano squadre di volontari composte da guastatori artificieri del Genio e dagli stessi “Esploratori” con il compito di tagliare i reticolati nemici, e creare dei varchi per facilitare l’accesso ai fanti durante l’assalto. L’eliminazione degli sbarramenti di filo spinato avveniva dopo il bombardamento sistematico dell’artiglieria italiana. Durante la delicata fase dell’operazione, i “Tagliafili”, erano supportati da squadre di fucilieri della stessa unità per il fuoco di copertura. Gli “Esploratori” furono fondamentali nell’estenuante guerra di posizione. Infatti, rispetto agli inutili attacchi di massa contro le linee avversarie che falciarono migliaia di soldati, questi uomini, formati da piccoli nuclei, tramite azioni mirate, rischiando spesso la propria vita, forzavano le trincee nemiche, aprendo la strada agli assalti della fanteria. Nel 1916 gli “Esploratori” ebbero un proprio distintivo da portare sulla spalla sinistra della giacca: il fregio con stella a sei punte. Il 15 luglio dello stesso anno con la Circolare n. 15810, emanata dal Comando Supremo, fu concesso il distintivo per “Militari Arditi”, ossia per quei militari che si offrivano volontari in operazioni rischiose. Il fregio da portare sul braccio sinistro era composto da un monogramma del Re (Vittorio Emanuele III) e da un nodo Savoia. Ciò nonostante, una forma evolutiva delle unità ardite, fu creata alla fine del 1916 quando il Maggiore Giuseppe Bassi in forza presso il 150° Rgt. Fanteria, studiò e analizzò nuove tecniche offensive. Nel giugno del 1917 dopo ulteriori prove di esercitazioni sul campo, Bassi costituì una compagnia sperimentale dei “Reparti d’Assalto” che ben presto su ordine del Comando supremo furono assegnate una per ogni armata. Gli “Arditi” in questo modo ebbero nuove uniformi e un nuovo distintivo, quest’ultimo, consistente in un gladio romano sulla cui impugnatura vi era inciso il motto sabaudo “FERT” e un serto di alloro e quercia, rispettivamente a sinistra e a destra, uniti tra loro da un nodo Savoia. Il 29 luglio del 1917 fu una data storica per gli “Arditi”. In occasione della visita del Re Vittorio Emanuele a Sdricca di Manzano sede della scuola dei Reparti di Assalto, il Sovrano, dopo aver assistito insieme al Capo di Stato Maggiore e al Principe di Galles a un’esercitazione dei militari, ne ufficializzò l’uniforme e i distintivi. Nascevano così le “Fiamme Nere” , armati di moschetto, pugnale e bombe a mano. Nel centenario della nascita dei “Reparti di Assalto”, abbiamo chiesto al Ricercatore Storico Militare Michele Nigro (1) di parlarci degli Arditi e della loro formazione.

«All’inizio della Prima Guerra Mondiale, nell’ambito del Regio Esercito Italiano, ogni reggimento disponeva in via di massima, di un gruppo di militari che erano addestrati per assolvere una particolare mansione volta a proteggere l’avanzata del reparto. Il loro compito consisteva nel precedere il grosso delle truppe e verificare che il territorio da occupare non fosse presidiato dal nemico e/o dalle sue artiglierie e raccogliere informazioni sulla loro dislocazione e sulla morfologia del terreno. Questi soldati, inizialmente appartenenti al “Genio” militare, furono di seguito stabilmente costituiti in plotoni e compagnie nell’ambito dei Reggimenti e provvisoriamente chiamati “esploratori”. Al mutare della tipologia di combattimento, inizialmente in campo aperto e in una seconda fase in trincea, il loro compito assunse particolare rilievo perché, per eseguirlo, gli esploratori dovevano attraversare i reticolati posti dal nemico, aprire dei varchi destinati ad essere attraversati dalle truppe nella fase d’attacco e neutralizzare gli ostacoli che potevano bloccare o rallentare l’avanzata dei soldati. Maggiore era la loro efficacia operativa minori le perdite di uomini. Si può ben intuire i rischi che correvano questi militari nel corso delle loro missioni, a volte senza speranza di ritorno, nell’attraversare le linee nemiche sconoscendo, spesso, le posizioni e le postazioni di “fuoco” del nemico. Per tale motivo i citati reparti furono chiamati “della morte”. L’idea di formare unità permanenti venne al Ten. Cristoforo Baseggio alla fine del 1915. L’ufficiale, che era stato aiutante di campo del Generale Graziani, ebbe l’intuizione che un nucleo di uomini ben armati e addestrati poteva essere un valido supporto ai reparti di fanteria. Le unità furono pertanto utilizzate sia in missioni isolate sia nelle fasi più delicate della battaglia ove era necessario dare una svolta decisiva all’esito dello scontro. La forza necessaria fu tratta da volontari provenienti dai reggimenti di fanteria, dai battaglioni degli Alpini e Regia Guardia di Finanza della 15ª divisione. Stante il carattere di volontarietà dell’arruolamento, il reparto fu costituito da un insieme eterogeneo di circa 200 uomini, di tutte le classi sociali, inquadrati in plotoni che militavano nell’unità conservando la divisa del corpo di provenienza.

La compagnia “Baseggio”, fece sfoggio del proprio valore nei primi mesi del 1916 nella battaglia che si svolse tra S. Osvaldo e Monte Broi. Ciò valse l’assegnazione a molti militari il brevetto di ardito e il fregio di Vittorio Emanuele. In virtù dell’importanza di avere truppe addestrate ad azioni particolarmente rischiose, nel maggio 1917 fu costituito il centro di addestramento “Scuola Reparti d’Assalto” a Sdricca di San Giovanni di Manzano (UD) al comando del colonnello Giuseppe Alberto Bassi. Il 29 luglio dello stesso anno, a seguito di una pericolosa, reale e avvincente esercitazione condotta presso la scuola alla presenza del re, fu ufficialmente sancita la fondazione dei reparti d’assalto “Arditi”. Un reparto d’assalto comprendeva 735 uomini divisi in tre compagnie, più una compagnia di supporto. Ogni compagnia di assalto era a sua volta suddivisa in quattro plotoni d’attacco, uno di specialisti e uno di lanciafiamme. Il plotone d’attacco era a sua volta suddiviso in una squadra d’assalto (armamento individuale: 20 bombe a mano ed un pugnale) più tre squadre d’attacco (armamento individuale: bombe a mano, pugnale e mitragliatrice). Il plotone degli specialisti comprendeva la squadra mitraglieri (disponibilità 20.000 cartucce), guastatori e segnalatori.  Le squadre erano, a loro volta, formate da coppie di soldati. Il comando delle squadre, normalmente costituite da 6/8 coppie di militari, era affidato ad un sottufficiale. Il fregio assegnato al reparto, in sostituzione del precedente formato da una stella a sei punte, era costituito da una daga orientata verticalmente attraversata in orizzontale dalla scritta “FERT”.

L’uniforme, di massima, era quella dei bersaglieri ciclisti, giubba grigioverde aperta con sotto un maglione a girocollo nero, mostrine nere a due punte e pantaloni da truppe di montagna con calzettoni e scarponcini. Il copricapo era il fez o il berretto dell’arma o del reparto di provenienza. In effetti, non si raggiunse mai un’uniformità delle divise. Il gagliardetto del reparto era costituito da un drappo con un teschio che stringe in bocca un pugnale oppure sovrapposto da due tibie incrociate. Azioni audaci ed eclatanti condotte nelle retrovie nemiche, resero famosi gli arditi e mitizzarono la loro immagine nella fantasia popolare. Tra le azioni più importanti ricordiamo: l’azione di copertura effettuata per coprire la ritirata delle truppe dopo la rotta di Caporetto, la battaglia dei Tre Monti, l’occupazione del cosiddetto “Col Moschin, nella zona del Grappa e l’Impresa Fiumana. La formazione degli arditi fu sciolta alla fine del conflitto per essere ricostituita all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Le tradizioni del reparto sono state ereditate dal 9° Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e dall’Associazione Nazionale Combattenti “Arditi d’Italia”, oggi Federazione Nazionale Arditi d’Italia».

(1) Michele Nigro, Sottotenente in congedo della Guardia di Finanza, nel corso della carriera ha ricoperto incarichi vari a Trieste ed alla sede di Palermo. Riveste, in atto, la carica di Vicepresidente della Sezione A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia) di Palermo. Ha pubblicato, sul sito interno della Guardia di Finanza e sulle riviste del Corpo, vari articoli sulla costituzione e sviluppo di alcuni reparti con sede a Palermo e sull’attività della Finanza in Sicilia in diversi periodi storici. È stato curatore e organizzatore di diverse mostre inerenti la Guardia di Finanza, tra le quali: “Le operazioni di soccorso della Guardia di Finanza nella Valle del Belice, gennaio 1968”;  “La caserma Cangialosi, 160 anni con la divisa e 64 in grigio verde”; “La Guardia di Finanza dall’Unità d’Italia alla Repubblica”;  “Evoluzione storica della Caserma Cangialosi dai primi del ‘900 ad oggi” ed altre di diverso carattere, quali: “La Sicilia dei Russi”, “L’anima dei Corpi” e “Il filo della memoria, dalla Grande Guerra alla Resistenza”. Tra le pubblicazioni ricordiamo: “Sulle tracce dei russi in Sicilia. Cronache ed itinerari dei viaggiatori russi dal ‘700 al ‘900”, “La Sicilia dei Russi”, “La Resistenza e i Siciliani”.  Ha collaborato, quale consulente storico, con alcuni autori ed ha curato i testi del volume “La mia vita, le mie battaglie”, di Leonardo Gentile. Dal Consolato Russo per la Sicilia e Calabria, ha ricevuto due diversi riconoscimenti; uno per il contributo fornito al consolidamento dei legami del Sud Italia e  la Russia e l’altro per la consulenza storica fornita circa i rapporti e le relazioni intercorse nel tempo tra quel paese e la Sicilia. Da parte dell’Associazione culturale “Suggestioni Mediterranee” ha ricevuto il premio “Siciliani di Pregio”.

Foto 1 Bersagliere con giacca mod. 1909 con fiamme cremisi, pantaloni estivi in tela bigia e fez cremisi con ciuffo blu. Collezione privata.

Foto 2 Bersagliere. Collezione privata Giuseppe Nasta.

Foto 3 Il maggiore Luigi Freguglia, comandante del XXVII Reparto d’Assalto

Giuseppe Longo
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