Omelia nel giorno della festa di Sant’Ignazio 2017

Saluto alla Chiesa di Roma. Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro.

Congedo. Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità.

Il punto focale – secondo la consegna di Papa Francesco ai delegati al Convegno di Firenze – è l’“Evangelii Gaudium”.

In quella occasione il Papa ci ha affidato un preciso impegno: «In ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni».

Il Vicario ci chiede di ripartire dall’esortazione Evangelii Gaudium di Papa Francesco.

A Conclusione del Convegno: Vi dico allora quello che mi sembra essenziale fare, il prossimo anno pastorale: ogni comunità parrocchiale, ogni realtà ecclesiale, rifletta con franchezza su quale sia la sua malattia spirituale. In occasione di un’assemblea comunitaria, con il consiglio pastorale, con l’equipe dei catechisti, si chieda: in cosa ci siamo ammalati? Cosa frena in noi il dinamismo evangelizzatore? Cosa ci impedisce di essere una madre dal cuore aperto, capace di accogliere e di uscire? Perché i ragazzi che abbiamo accompagnato nell’iniziazione cristiana prendono le distanze dalla nostra comunità (ovviamente, per quello che dipende da noi…)? Il secondo capitolo di EG, “la crisi dell’impegno comunitario”, nella parte che riguarda “le tentazioni degli operatori pastorali” (EG 76-101) ci offrirà il materiale di base per riflettere. Gli uffici diocesani prepareranno delle schede per aiutare questa verifica comunitaria. Attenzione: non è un’operazione semplice individuare la malattia spirituale della nostra comunità! Non va fatta frettolosamente, perché richiede profonda libertà interiore e un discernimento sapiente illuminato dallo Spirito…

  1. La centralità della Parola di Dio.  La sacra Scrittura è la fonte della evangelizzazione. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare dalla Parola di Dio. (174 – 175) L’ascolto è il primo momento generativo. La fede viene dell’ascolto. La Chiesa esiste in quanto serva della Parola di Dio,  sta sub verbo Dei. La sterilità è dovuta al fatto che non abbiamo sottolineato abbastanza che solo chi è evangelizzato evangelizza (Papa Benedetto). La Parola ha una libertà inafferrabile, tale da rompere i nostri schemi. Sottolineatura dell’importanza dell’Omelia. Una Chiesa che non si lascia evangelizzare, diventa sterile. L’ assiduità alla Parola ci viene offerta nell’episodio evangelico di  Gesù alla Sinagoga di Nazareth (Cfr. Lc 4,16-30). I tre momenti costitutivi della Parola: La Scrittura si fa Parola, la Parola si fa buona notizia nei cuori, qui e oggi, e quindi capace di portare alla conversione.  (Cfr. nn.145 – 154) Misericordia et Misera, al n. 7: «Sarebbe opportuno che ogni comunità diocesana potesse dedicare una domenica interamente alla parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. Con creatività e solennità».
  2. Ritrovare l’essenziale. L’essenziale è categoria fondamentale nel cammino di riforma della vita cristiana e di una chiesa. Frutto di un discernimento evangelico non di analisi sociologiche. Si tratta di semplificare  tutta la vita ecclesiale alla luce del vangelo, luce che consente di ascoltare con limpidezza che nel cristianesimo c’è un primato, il primato dell’amore. Si tratta di dar primato al nucleo incandescente dell’amore, della carità. Ciò comporta anche la critica di ciò che essenziale non è.  Individuare il  rischio di far passare per centrali aspetti certamente rilevanti ma che non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo.  Il centro è  la bellezza dell’amore salvifico di Dio rivelato in Gesù Cristo morto e risorto. Per cui esiste un ordine delle verità nella dottrina cattolica essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana, cosi nella pastorale c’è un ordine e al cuore c’è l’annuncio della carità di Cristo morto e risorto. Questo andare all’essenzialità significa semplificare l’annuncio, arrivare al cuore delle persone più semplici, più quotidiane, quelle che fanno fatica a vedere all’interno della Chiesa qualcosa che li tocchi davvero nel loro quotidiano e nella loro ricerca del senso della vita.
  3. Una Chiesa Sinodale. In tutti battezzati opera la forza santificante dello Spirito Santo che spinge ad evangelizzare. L’evangelizzazione non è la professione di alcuni. Tutti i battezzati, secondo i doni  e la grazia ricevuti, sono soggetti di evangelizzazione.  Questa convinzione porta a indicare una forma della Chiesa che sia sinodale. Negli Atti degli Apostoli i credenti in Cristo venivano chiamati “quelli della via” quelli che hanno un cammino, prima che venissero chiamati “cristianoi” ad Antiochia.  In greco “odos” via, la chiesa veniva chiamata “sin- odos” camminare insieme su una strada unica. Sinodalità è un camminare insieme, è mettere in pratica tutte le azione del cristiano e della chiesa insieme e nella reciprocità. Lavorare insieme, sentire insieme, esprimersi insieme, cercare insieme ed evangelizzare insieme. Non è una nuova attività da aggiungere, ma un’stanza che muta la maniera di fare le cose, perché si fanno insieme, in comunità, ascoltando tutti, si fanno accogliendo tutti, dando a tutti la possibilità di agire secondo le forze che hanno e i doni ricevuti.
  4. La Chiesa in uscita. Questo uscire non indica solo un movimento di conversione, implica un’ autocritica, non deve aver paura dei peccatori, non aver paura di sporcarsi gli abiti per dare loro la possibilità della misericordia. Una Chiesa che non sa fare questo movimento di Gesù non attira a se i peccatori. Guai se noi stiamo lontani in ragione di una purità farisaica. La purità è non cedere al male. Le nostre comunità non sono un realtà separata dalla gente, un gruppo di eletti che guardano a se stessi, non devono perdere il contatto con quella gente la quale può essere ai nostri occhi  in situazione irregolare o addirittura peccaminosa. Sono quelli che hanno bisogno della Misericordia.
  5. Una Chiesa povera e di poveri. Visione nuova di Papa Francesco, non è solo una chiesa per i poveri, ma una chiesa di poveri, in cui i poveri abbiano il loro posto, possano far sentire la loro voce, si sentano soggetti.  I poveri  – e qui una novità assoluta – vengono visti da Francesco come quelli che hanno un magistero, hanno qualcosa da insegnarci; dice addirittura hanno un insegnamento, hanno un magistero, sono evangelizzatori, non sono soli destinatari del vangelo da parte nostra, dobbiamo andare da loro e  ascoltarli e capire che loro sanno darci la buona notizia. Non è facile perché ci vuole un occhio esercitato e una frequentazione costante e una capacità di cura di quelli che sono più poveri, ultimi e scartati. Solo una chiesa capace di ascoltare i poveri li potrà far vivere nel suo seno e divenire una chiesa povera.