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Cefalù: il ricordo di un soldato 1939 – 1945

“Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è intervenuto oggi al World Economie Forum di Davos in Svizzera, con un discorso incentrato sull’America e sulle politiche protezionistiche”. E’ così che esordiva la giornalista, mentre io e mio nonno eravamo seduti in cucina a guardare la televisione.


Lui assopito ed io intenta a conoscere l’avvenimento storico. Era la sera del 26 Gennaio del 2018. Ad un certo punto, mio nonno mi chiamò e mi disse:
” Azzurra, haiu da raccuntarti una storia”.
Io intuii subito a quale storia si riferiva e lo incalzai a raccontare. Il ricordò balenò nella sua testa, abbassai il volume della televisione, lo guardai negli occhi e gli dissi:
“Incomincia, ti ascolto”.
“Tu sai che fici a guerra in Grecia, vero?” disse mio nonno sicuro di sé.
“Ma certo” risposi io “raccontami. Come andarono i fatti?”.

La sua risposta fu immediata. Il suo corpo reagì, si mosse e si sistemò nella sdraio in cui era seduto, come se volesse sistemare meglio la sua memoria. I suoi occhi iniziarono a brillare. I suoi ricordi affollarono la sua mente, le sue parole iniziarono a tremare, piene e cariche di emozioni.

“Era primavera du ‘39, avivu ventun anni, e partii pi fari u militari. Mi purtarunu in Liguria, ad Imperia. Mentre eru duocu a fari a leva du militari, scoppiò a guerra, a secunna “ . Era infatti il primo Settembre del 1939, quando la Germania attaccò la Polonia. Tempo quindici giorni, l’Unione Sovietica a sua volta aggredì la Polonia. Da settembre del ’39 alla primavera del ’40, in Europa iniziarono le prime battaglie tra Germania, Gran Bretagna e Francia.

“Mentre facievu u militari, mi trasfirieru a Mentone, in Francia“.
Erano i primi anni della seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943, quando ci fu l’occupazione italiana della Francia meridionale. Nel frattempo, l’Unione Sovietica attaccò la Finlandia e l’Italia in quanto alleata della Società delle Nazioni Unite, decise di andare in soccorso alla Finlandia contro l’attacco dei russi.

Mio nonno esordì: “U miù cumannu che era a Mentone, lo spustarunu per mandarlu in Russia a fare a guerra e ci purtarunu a Vittorio Veneto. Mi ricuordo che, quannu turnaiu mia matri, mi raccuntò che, detti tuttu l’oru alla madummuzza, pirchì mi proteggissi e non mi facissi partiri per la Russia, ad unni si muriva non per a guerra ma per u friddi”. Era consapevole di essere in pericolo. Purtroppo era la guerra e lui in quanto militare e combattente ne faceva parte.

Continuò dicendo: “Un si sa pirchì e un si sa per comu, ci purtarunu a Bari”.
Furono forse le preghiere della nonnina Marietta, la madre di mio nonno, alla Madonnuzza o le decisioni di Benito Mussolini, a portare il contingente di mio nonno in Albania. Era infatti il 28 ottobre del 1940, quando Mussolini senza avvisare l’alleato tedesco, attaccò la Grecia, partendo dalla base in Albania. L’iniziativa fu presa per esigenze e per il prestigio del Duce.
L’attacco era basato sul presupposto che la Grecia, sarebbe crollata senza combattere. Venne organizzato frettolosamente l’esercito (appena 100.000 soldati) e con condizioni climatiche pessime, la guerra si rivelò più difficile del previsto. I greci si batterono e respinsero l’attacco italiano e passarono al contrattacco, rigettando le forze italiane in Albania.

Il racconto stava diventando sempre più interessante e lui incalzò, dicendo: “In Albania, fici parti di un fatto. Eru in trincea e si rumpieru i collegamentui tra noi autri. Sinza pinsarici due vuote, mi ittai tra u fuocu e i bombardamenti per arripararai la linea telefonica. Mi spararu o culu”.
Rideva in modo beffardo al ricordo di esser sfuggito alla morte e al fatto di aver superato il mancato pericolo con un pallottola appena sfiorata nel fondo schiena.

Proseguì dicendo: “A fine guerra, mi disseru che era stato un atto eroico, ma io ne fici tantu di sti cusi che non mi ricordu chiù’ “Tantu, prima o duopo, avivu a muoriri. O da fami o da i palluottili”.

La guerra in Grecia si svolse in montagna e fu piuttosto aspra, serrante e demoralizzante per le truppe italiane. Nel frattempo, Mussolini costrinse il Generale Badoglio alle dimissioni. L’avanzata greca venne fermata, ma il fronte italiano rimase bloccato in terra straniera.

“Fici u partigianu in montagna, mi pigghiau a malaria. Furtuna che una famighia greca mi sabò a vita. Nun mi lo scurdurò mai” .
Capii immediatamente che mio nonno era nuovamente scampato alla morte.
Sempre più elettrizzata, domandai: “Ma come sei tornato dalla Grecia?”.

I suoi occhi brillavano e le sue labbra si piegarono in un sorriso spavaldo.
“Pi turnari, acchianammu supra i navi merci italiane di nuotti che erano o largo. Arrubbammu dei vuzziariaeddi dei piscatura. Ma a matina quannu na navi si ni addunarunu, ci purtarunu arrietu a riva”. Dopo tanti contrattazioni, ci ficiru imbarcari e ci purtarunu a Bari”.

Intanto la seconda guerra mondiale finì, era l’otto maggio del 1945.
Continuò dicendo: “Tutti i suddati ebbero il pirmissu per iri a casa, tranne i siciliani che non putievunu traghittari. Ci lassarunu a Bari e nun davanu pirmissi.”.

Fu in quel momento che percepii quanta fatica e a quanti imprevisti era andato incontro mio nonno. Ora che la guerra era finita, si trovava ad affrontare il problema del ritorno a casa. Fui sorpresa dalla sua audacia, quando senza giri di parole, esordì: “Io picciottu iera e birbanti. Ci dissi che eru calabrisi, mi rietturu u pirmissu, un po’ di suoddi e partiu. Arrivato a Reggio c’erano i piscatura cu i barchi, contrattaiu con uno e mi purtò a Messina. Pigghiauiu u trienu per Cefalù. Mi arricampaiu lordu e cu i stivali tedeschi.” Vidi per la prima volta mio nonno tra i mal ridotti binari della stazione di Cefalù, stanco, affamato ma felice di essere sopravvissuto alla guerra e di esser tornato sano e salvo a casa.

Restammo in silenzio, lui con il suo ricordo ed io con le sue parole. La televisione, intanto, continuò a far scorrere le sue immagini. Il basso volume di sottofondo proclamava: “Il Presidente Trump, ha dichiarato che metterà sempre l’America al primo posto “.

All’improvviso mio nonno mi chiese: “A unni dissi che si trova u Presidente d’America? “
“A Davos, in Svizzera”, gli comunicai.
“Ah si? Se pi chistu, io ci travagghiaiu pi anni a Davos “.
Lo guardai, non interruppi le sue parole, ma capii che quella era un’altra storia.

Azzurra Giardina 2 febbraio 2018

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