Il Carnevale di Palermo: una storia lunga almeno cinquecento anni

Il Carnevale di Palermo, manifestazione un tempo in auge nel Regno di Sicilia, vanta un invidiabile primato, poiché è documentato sin dal XVI secolo. Infatti, abbiamo notizie dei festeggiamenti che si svolgevano negli anni 1544 e 1549, riportate negli atti del Senato palermitano, in riferimento al divieto delle maschere utilizzate nel periodo carnascialesco (1). Nel secolo successivo, sotto il viceregno di Pietro Teller de Giron duca di Ossuna, nella brillante e festaiola Palermo, e contemporaneamente, anche nel Regno di Napoli, durante le feste di Carnevale, le due città erano sede di vere e proprie giostre (2). Dal 19 gennaio al 17 febbraio 1648, sempre nella “Capitale” siciliana, venne celebrato il Carnevale con sfilate di carri, spettacoli in maschere, cavalcate e cuccagne. Ma ritornando ai più recenti secoli, XVIII, XIX e XX, facendoci guidare dall’erudito palermitano Francesco Maria Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, dall’etno-antropologo Giuseppe Pitrè, e da Vittorio Gleijeses (3) possiamo attestare che nella Palermo di quei tempi anche il popolo assisteva agli spettacoli di Pulcinella, maschera importata da Napoli che si incontrava con un altro personaggio in costume, “Mastro di Campo”, ambedue, intrattenevano gli astanti suonando uno strumento musicale, il “colascione”. Quest’ultimo era un tipo di liuto a manico lungo, popolarmente usato nei secoli XVI e XVII, principalmente nell’Italia meridionale. L’incontro tra Pulcinella e “Mastro di Campo” era una sorta di pantomima chiamata “Giuoco del Castello” o “L’Atto di Castello”, da cui deriva l’attuale festa popolare che, da oltre due secoli, si svolge a Mezzojuso oggi in provincia di Palermo. Ciò nonostante, nell’articolato repertorio folcloristico siciliano venivano ad aggiungersi altre rappresentazioni: il “ballo dei pidocchiosi” (l’abballu d’i pirucchiusi), il “ballo dei pidocchiosi e dei gobbi” (l’abballu d’i pirucchiusi e d’i jimmuruti), il “duello dei Lazzari mascherati alla spagnola”, la “tubbiana”, il “duello dei gobbi”, e la “Morte di Nanna e de lu Nannu”. Nella seconda metà del XIX sec. questi due simpatici vecchietti apparivano protagonisti assoluti del carnevale palermitano come documenta il testo della locandina che annunciava l’inizio del programma a partire dal 2 febbraio sino al 5 marzo 1878, a cura della “Società del Carnevale” che gestiva la manifestazione (4). Delle feste di Carnevale che si svolgevano a Palermo e in particolar modo delle loro intrinseche peculiarità, ho avuto modo di parlarne con Christian Pancaro (5) un giovane perspicace e, senz’altro, promettente studioso del folklore siciliano. Pancaro ci ha autorizzato a rendere note le sue riflessioni riguardo alle manifestazioni carnascialesche che un tempo si celebravano a Palermo, eccone qui di seguito il testo che, per comodità dei lettori, è racchiuso in quattro punti.

IL CARNEVALE DI UNA VOLTA A PALERMO Ia PARTE – “A Trasuta du Nannu e a Nanna”

«Oggi nulla più rimane delle manifestazioni esterne del Carnevale qui a Palermo e pensare che fino alla Seconda guerra mondiale esso si celebrava sontuosamente in città con cerimonie, mascherate, veglioni, lotterie, sfilate di carri allegorici dette “Carrozzate” e finale rogo del simbolo per eccellenza del Carnevale ossia “U Nannu”.Tutte queste manifestazione erano organizzate da un apposito comitato la “Società del Carnevale” che annualmente pubblicava il programma; questo comitato era sorto nella seconda metà dell’Ottocento per riordinare le varie manifestazioni che, dopo l’Unità d’Italia, avevano avuto un lento declino. Il programma si apriva parecchie settimane prima dei giorni fatidici del Carnevale ossia la terza o la quarta domenica prima e la cerimonia d’inizio era la “Trasuta du Nannu e da Nanna” che su un enorme cocchio entravano da Porta Felice e attraversavano il Cassaro e la Strada nuova fra due ali di folla festante. Queste maschere partecipavano a tutti i veglioni e le iniziative promosse dal comitato ed è molto probabile che la stessa tradizione ancora viva a Termini Imerese sia stata importata da Palermo ed è palese, come si può ben vedere dalla foto, la somiglianza con le maschere termitane che risalgono allo stesso periodo di quelle palermitane. Dalla “Trasuta” del Nannu e della relativa consorte “Nanna” – introduzione nuova e per nulla attinente alla tradizione come lamentava sia Pitrè che Enrico Onufrio – si entrava nel vivo del Carnevale e la città si colorava di “Pittiddi” – coriandoli – e stelle filanti di uomini, donne e bambini in costume mascherato che si divertivano a fare scherzi ai passanti come il celebre scherzo, operato soprattutto dai ragazzini, di appendere una pinza ad un filo e pescare il cappello ai passanti scherzo che, il più delle volte, finiva in liti con relativi biasimi dei genitori rivolti ai figli. Sul rogo e la simbologia del Nannu, sulle “Carrozzate” e mascherate tipiche ci occuperemo in altri post che saranno pubblicati in questi giorni».

IL CARNEVALE DI UNA VOLTA A PALERMO IIa PARTE – “Spettacoli, divertimenti, scherzi e balli in maschera”

«E chi ve lo dice che hai tempi ci si divertiva meno di ora, anzi forse per certi versi, certe feste come il Carnevale era il vero momento di esplosione del divertimento. Sentiamo cosa ci dice il Pitrè sul Carnevale nel periodo barocco nella nostra Palermo: “[…] passatempo graditissimo era pur quello di buttare qualche cosa addosso alle persone, massimamente nelle vie principali della città, nel Cassero specialmente, e, dal XVII secolo in qua, nella Via Macqueda […] Era questo un gioco molto antico nel Quattrocento, comunissimo nel Cinquecento, nel Seicento e forse anche dopo. Uomini e donne, adulti e fanciulli ci si divertivano maledettamente, facendo a lanciarsi cruscherella (canigghia), polvere bianca, che voleva essere polvere di gesso (prunigghia), ed era quasi sempre calce polverizzata, ed acqua”. (Pitré, Usi e costumi). Altri divertimenti erano le corse sia di cavalli berberi che anche di uomini – sopratutto ebrei – e come attesta il diario di Paruta e Palmerino che il 2 febbraio del 1578 (…còrsiro li bagasci [prostitute]; e il premio fu una faldetta [gonna] con lo busto di raso arancino). Ma vi si svolgevano anche commedie teatrali che spesso, perché troppo licenziose, destavano scandalo non solo alle autorità ecclesiastiche ma, anche quelle civili, come quella del 10 febbraio 1678 in cui, il Viceré Marcantonio Colonna e la consorte Donna Felice Orsini ne rimase tanto scandalizzato da definirla “Disonesta…” esiliando dalla Città la compagnia teatrale. Ma anche gli ecclesiastici – e non scandalizzatevi – partecipavano a queste farse e commedie provvedendo però a seguirla con riti di riparazione come ci racconta il diario del Paruta: “6 febbraro 1663 il Vicerè D’Ossuna fece recitare una comedia spagnuola innanzi la porta di N. Signora di Piedigrotta, presente il sig. Cardinale ed altri signori. E la mattina fece dire molte messe cantate innanzi detta Madonna”. E poi il ballo mascherato che si svolgeva durante tutto il periodo carnevalesco partendo dall’indomani dell’Epifania e i luoghi designati a questi balli e veglioni erano i teatri – si svolsero fino all’ultima guerra – specialmente il Teatro Santa Cecilia alla Fieravecchia e il Santa Caterina poi detto Real Teatro V. Bellini (nella foto) e ai tempi in cui era organizzato dal comitato “Società del Carnevale” pure al Politeama. Ma questi veglioni in maschera nei teatri erano riservati alla nobiltà e all’alta borghesia e il popolo partecipava come spettatore contentandosi di ballare o nelle case o per strada accodandosi a delle orchestrine itineranti tra cui famosissima a Palermo – ma anche in altre città per es. Messina e Catania – era la “Tubbiana”*. “La Tubbiana o Tubbajana” è bensì un suono da ballo carnevalesco, ma è anche preso per l’insieme di una mascherata, dove i più strani e diversi personaggi ballano disordinatamente, saltano, sgambettano, folleggiano. L’orchestra è ambulante: un grandissimo tamburo, rimasto in Palermo solo pel Carnevale, ma in pieno dominio in quasi tutta l’isola per i bandi municipali, le gridate più celebri di nuovi comestibili, o per le feste de’ santi; un piffero (friscalettu) ed un paio o due di castagnette (scattagnetti). Questa orchestra, stata pagata “p’ accaparrata” dalle singole maschere, seguita da una folla immensa di monelli e di curiosi, tra’ quali si distingue il siminzaru, il calamilaru, il venditore di vozzi**, il venditore di zuccaru – (bomboloni) – va in giro per la tale o tal’altra strada, e sonando chiama a sè la maschera; quando le maschere son tutte raccolte […] la mascherata è compiuta e va pei luoghi precedentemente stabiliti tra maschere e sonatori,ma per lo più pe’ posti ove abita la famiglia o la promessa sposa del mascherato”. (G. Pitrè, Usi e Costumi). E questi erano i passatempi del Carnevale di una volta…per le “carrozzate” e le “Maschere tipiche” alla prossima puntata….»

*Tubiana s.f., “nome di una mascherata plebea composta di molte persone variamente vestite che ballano a suono di tamburo senza bordone, che riesce basso, ed è simile alle sillabe tu bi, tu bi, donde il nome” (Mortillaro, Nuovo Dizion. sicil.ital.”

** I “vozzi” erano le gole delle galline che venivano lavate con acqua e sale, poi asciugate e infine gonfiate a mo’ di palloncino e si ragazzini si divertivano a giocarci e a farli scoppiare vicino a qualche persona.

IL CARNEVALE DI UNA VOLTA A PALERMO IIIa PARTE – “Le carrozzate e le maschere”

«Tra i momenti più attesi del carnevale di Palermo erano le “Carrozzate” sul Cassaro – Corso Vittorio Emanuele – che in origine consistevano in sfilate di carrozze padronali riccamente addobbate, i cui proprietari, mascherati, si divertivano a lanciare “Pittiddi” – coriandoli – e confetti al popolo; successivamente si trasformarono in dei allegorici in carta pesta, trainati da cavalli, che rappresentavano diverse scene di vita o caricature come nell’immagine, risalente agli anni ‘30, il carro raffigura il paese degli zulù, con una giraffa dalla testa mobile oppure, come ci ricorda il La Duca, una grande carrozza su cui troneggiava una gigantesca riproduzione della statua bronzea di Carlo V in piazza Bologna, ma in questo caso l’Imperatore, anziché giurare fedeltà ai privilegi del Regno, con il braccio teso si divertiva invece a giocare a yo-yo, un noto trastullo in voga in quegli anni fra grandi e piccini. Le “Carrozzate” avevano luogo, di solito, le domeniche, il Giovedì e il Martedì Grasso e al termine veniva premiata la più bella e originale. Ma veniamo ora alle maschere tipiche del Carnevale. Ve n’erano tantissime e tra le principali c’era: “l’ammucca-baddotuli” che aveva una maschera con la bocca aperta dalla quale usciva, mediante una molla, una pallina; la “Vecchia”; “U Baruni”; “l’ursu”; “l’oca”; “Mastru di campu”; “lu mortu porta lu vivu” etc… Caratteristica era la figura dello “scalittaru” che era similare ai Giardinieri” di Salemi e Ribera. Scrive su di essi il Pitrè: “…diverte il pubblico regalando alle donne affacciate alle finestre ed ai balconi fiori, lomie (sorta di agrume), mandarini, piccoli cartocci di confetti, che lega ad una solida e lunga scaletta (a forma di diverse X incrociate), la quale egli, dai capi che tiene in mano, allunga fino ai primi ed ai secondi piani delle case e poi subito ritira a sé confondendosi tra la folla. Dove egli non giunge con la sua scaletta, ecco lì i suoi amici reggergli una scala e farvelo salire.” (Usi e costumi). Ma vi erano anche delle simpatiche mascherate itineranti come quella caratteristica, che si faceva nel Borgo Santa Lucia di Palermo e di cui fu testimone lo stesso Giuseppe Pitrè, che rappresentava una barca di pescatori la quale, veniva condotta da marinai mascherati che si mettevano all’interno e la trascinavano per le vie del borgo soffermandosi davanti le botteghe dei macellai, pastai, panettieri etc… dove con l’ausilio di una canna, pescavano qualche prodotto di questi venditori ossia: un rocchio di salsiccia, dei maccheroni, una pagnotta etc… Ma la più celebre di tutti era quella dei “Pulcinella” che, giravano per la città nelle ore pomeridiane, accompagnati da alcuni suonatori mascherati che suonava il colascione o “Puti-puti”, il cembalo e le nacchere, ballavano e cantavano davanti le diverse “Putie” – botteghe – di generi alimentari per chiedere dei commestibili e i versi cantati suonavano press’a poco così: “Principaleddu miu di lu mè cori, Apposta vinni cu stu culasciuni, Pr’assaggiari ssi vistri maccarruni” e continuavano più o meno davanti alle botteghe del tavernaio, salumiere, macellaio, fruttivendolo, pasticciere; al termine, dopo questo giro di questua alimentare, andavano in certi magazzini per riempire “il famelico ventre” di tutta la roba che avevano raccolto coronando il tutto con l’immancabile onorificenza a Bacco mediante abbondanti libazioni».

L’ANTICO CARNEVALE A PALERMO: IVa E ULTIMA PARTE – “U Nannu”

«Una delle tradizioni più caratteristiche del Carnevale era – ed ancora è – il rogo del fantoccio raffigurante “U Nannu” ossia la personificazione del Carnevale. Ma lasciamo la parola al Pitrè: “Il Nannu o Nannu di Carnalivari è la personificazione del Carnevale, la maschera principale, massima, l’oggetto di tutte le gioie, di tutti i dolori, de’ finti piagnistei, del pazzo furore di quanti sono spensierati e capi scarichi. Trovar la sua fede di battesimo è tanto difficile quanto il trovar l’origine d’un uso obliterato; ma senza dubbio, trasformato e mistificato com’è, egli discende in linea retta da un personaggio mitico della remota antichità di Grecia e di Roma. La sua storia è lunga, ma la sua vita è così breve che si compie dalla Epifania all’ultimo giorno di Carnevale. Ordinariamente lo si immagina e rappresenta come un vecchio fantoccio di cenci, goffo ed allegro; vestito dal capo ai piedi con berretto, collare e cravattone, soprabito, panciotto, brache, scarpe. Lo si adagia ad una seggiola con le mani in croce sul ventre, innanzi le case, ad un balcone, ad una finestra, appoggiato ad una ringhiera, affacciato ad una loggia; ovvero lo si mena attorno. Più comunemente è una maschera vivente, che sur un carro, sur un asino, una scala, una sedia, va in giro accompagnato e seguito dal popolino, che sbraita, urla fischia prendendosi a gomitate.” (Usi e Costumi). Spesse volte si affiancava la “Nanna” moglie del “Nannu” ma questo fatto e sorto un po’ più tardi tanto che lo stesso Pitrè lo descrive come uso isolato e non tradizionale. Fino a qualche anno fa in molti quartiere popolari tra cui l’Albergheria – come ha documentato Ignazio E. Buttitta – il Borgo e la Vucciria – era facile incontrare, negli ultimi due giorni del Carnevale, davanti agli usci delle case, o nelle ringhiere dei balconi e in mezzo a qualche piazzetta, dei fantocci imbottiti posti seduti su sedie o sdraiati; spesse volte si rappresenta il “Nannu” seduto davanti ad un tavolino e dall’altro lato il “Notaio” nell’atto di scrivere le ultime volontà. Il “Testamento del Nannu” uso purtroppo perso veniva composto o improvvisato dai poeti di strada o da semplice gente con qualche estro letterario, e in versi recitava le volontà del defunto spesso facendo allusioni agli organi sessuali o a fatti di satira politica o di “curtigghiu” – pettegolezzo – di quartiere. In altri casi si usava condurre in giro questo fantoccio su un carretto o, come ricordava una mia prozia ottuagenaria, in posizione supina su di un organetto. Il Martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, davanti a questi simulacri molte donne avvinazzate e anche bambini facevano dei lamenti funebri, in maniera parodistica del tipo: “Murììììuu u Nannuuu… Curnuti sulaaa mi lassasti… senza sasizza sugnuuu…!!!” e via di questo passo; a sera si impiccava ad una fune e gli si dava fuoco tra la gioia di grandi e piccini che ballavano a suon di musica e mangiavano salsiccia, mentre il “Nannu” si consumava tra l’esplosione dei petardi. Ma tutto questo doveva accadere dopo “un’ora di notte” – le ore 20.00 della sera – quando la “guza” ossia la campana della Cattedrale suonava dei rintocchi lugubri sottolineando l’inizio delle astinenze e dei digiuni quaresimali. Anche il famoso “Nannu” promosso dal Comitato “Società del Carnevale” che qualche settimana prima era entrato, con la sua consorte, trionfalmente in città sopra un superbo cocchio, doveva essere sacrificato tra il fuoco purificatore e dopo che per tutto il Martedì sera veniva condotto su e giù per il Cassaro – Corso Vittorio Emanuele – verso Mezzanotte ci si fermava ai Quattro Canti dove, dopo la lettura del Testamento, veniva dato fuoco ed essendo la grossa maschera in cartapesta, una vera e propria bomba, quasi sul finale, esplodeva lanciando una pioggia di stelle filanti e faville… da ciò si capiva che il Carnevale era davvero finito e l’indomani era Quaresima vigilia di altri riti e passatempi sacri…».

(1) Vedi Villabianca, Diarij, t. 13 pp. 78-79. In G. Pitré, “Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano” Volume I.

(2) “Le giostre organizzate dal duca di Ossuna, durante il Carnevale superavano per importanza e magnificenza anche quelle di Roma e di Firenze”. Vittorio Gleijeses, “Piccola storia del Carnevale” Alberto Marotta Editore, 1971

(3) Vittorio Gleijeses (1919-2009) storico e giornalista pubblicista, è stato uno studioso di storia napoletana, letteratura e arte non contemporanea e di numerose pubblicazioni.

(4) Giuseppe Longo “Le Società carnascialesche di Palermo e di Termini Imerese”, 2016 cefalunews.net

(5) Christian Pancaro, nasce a Palermo il 21 maggio 1991. Dopo aver compiuto gli studi classici, frequenta l’Accademia di Arte Drammatica del Teatro Crystal lavorando come attore per diverse compagnie teatrali e collaborando con diversi progetti teatrali con i ragazzi. Attualmente è studente nel corso di laurea in Beni Culturali della Scuola delle Scienze Umane e del Patrimonio Culturale. Precocemente si è occupato di ricerca etnografica sul campo interessandosi soprattutto sulle feste religiose siciliane. Collabora con il giornale online la Gazzetta Palermitana, curando la rubrica riguardante la storia e le tradizioni di Palermo. Collabora attualmente con la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “S. Giovanni Evangelista” nella revisione del fondo La Duca curato dal Prof. Francesco Armetta. Recentemente, relativamente alle festività religiose della “città Felice”, ha collaborato all’opera Almanacco Palermitano di Francesco Lo Piccolo (Priulla, 2016).

Foto a corredo dell’articolo: Carnevale di Palermo, carro dei Nanni (anni 30’ del XX secolo). Ph. Rosario La Duca (a sin.); Carnevale di Termini Imerese, le due maschere del Nannu e della Nanna anni 50’ del XX secolo. Collezione privata.

 

Giuseppe Longo
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