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Si scrive autonomia regionale, ma si legge ‘secessione’

Quando Umberto Bossi fondò la Lega l’obiettivo si chiamava secessione, oggi lo stesso partito guidato da Matteo Salvini invoca l’autonomia, ma la sostanza è sempre la stessa: arricchire ancora di più il Nord

I governatori delle Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna, le regioni più ricche d’Italia, hanno chiesto maggiore autonomia legislativa, vale a dire più poteri così come stabilisce il comma 3 dell’art. 116 della Costituzione italiana: ‘… Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata’.

Le materie oggetto della possibile ‘autonomia’ sono tante, per introdurle basterà una legge ordinaria, cioè non sarà necessaria la modifica della Costituzione. In particolare  esse si riferiscono alla giustizia, all’istruzione, all’ambiente, all’ecosistema ed ai beni culturali (secondo comma dell’articolo 117). Mentre quelle del terzo comma dello stesso articolo riguardano la cosiddetta legislazione concorrente che stabilisce:’… alle Regioni spetta la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato’. Essa riguarda ‘I rapporti con l’Ue, commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale’.

Se l’intesa diventerà legge, la disgregazione dello Stato nazionale sarà nei fatti, si scriverà autonomia, ma si leggerà ‘secessione’. Dopo che le tre regioni del Nord, che producono circa metà del Pil nazionale, hanno sottoscritto il 28 febbraio del 2018 accordi preliminari con il governo, anche le altre si stanno attivando. Piemonte, Liguria, Toscana, Marche e Umbria hanno conferito il mandato per avviare negoziati con il governo. Mentre la Campania, il Lazio, il Molise, la Puglia e la Calabria hanno mosso passi informali per l’autonomia. Non hanno fatto richieste l’Abruzzo e la Basilicata e, ovviamente, le regioni a statuto speciale, cioè Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, nonché le province autonome di Bolzano e Trento.

L’obiettivo che perseguono i ‘Padani’ è, nello stesso tempo, politico ed economico. Dopo il perseguimento del decentramento amministrativo, realizzato con il cosiddetto federalismo fiscale, i governatori delle regioni del Nord ora vogliono di più, vogliono l’autonomia legislativa su materie fondamentali, vogliono il pieno controllo delle risorse fiscali che esse versano ogni anno allo Stato. E poco importa se il Sud, già abbandonato a se stesso, rischia di essere affondato definitivamente.

La botte piena e la moglie ubriaca’, è questo il fine ultimo, è la sublimazione dello leghismo. E’ la secessione senza la secessione e, per certi aspetti, è qualcosa di più, è la fine dell’Unità del Paese senza cambiare la forma di Stato. Rimarremo formalmente tutti italiani, ma avremo cittadini di serie A e cittadini di serie B. E’ un processo che aumenta le diseguaglianze, ha dichiarato il nuovo segretario della Cgil, Maurizio Landini. Ed ancora: ‘Se le bozze si trasformano in legge è come se si avesse tanti Stati all’interno di uno stesso Stato, e quindi è come se lo Stato non esistesse più’. 

Non è inutile, infine, ricordare che la modifica degli articoli 116 e 117 della Costituzione italiana è stata voluta nel 2001 dal Centrosinistra. La lezione che se ne deduce è chiara: quando la Sinistra insegue le politiche della Destra (es. federalismo fiscale) i risultati sono disastrosi per il Paese, almeno per una parte di esso. Ma i dirigenti nazionali che hanno avallato quelle politiche avranno imparato qualcosa? I dubbi sono più che legittimi.

Fonte senato.it

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