Considerando che … alcune riflessioni – 1° parte

Nell’inaugurare questa rubrica di psicologia, presentiamo un sintetico contributo che è frutto del nostro interesse per la divulgazione di informazioni in ambito psicologico, sostenute dal desiderio di potere svolgere un servizio utile per la comunità.

Nella nostra esperienza professionale oltre che personale, è stato ed è frequente cogliere la curiosità, il fascino e l’interesse che questo ambito suscita, sebbene talvolta risulti sbilanciato sul versante dell’immaginazione, dei preconcetti, delle credenze errate.

Un’immagine che spesso si associa alla nostra professione è legata alla psicoanalisi, cioè al famoso setting (assetto) del lettino per il paziente con il terapeuta posto alle sue spalle, che rimanda al modello teorico freudiano, riferimento per tutti noi psicologi, ma ormai obsoleto quanto abbondantemente affiancato da altri orientamenti di teoria e prassi terapeutica.

Di questo famoso lettino è davvero difficile liberarsi, basti pensare a tutta la cinematografia che si è sprecata su questo aspetto e a come abbia contribuito a fissare simili immagini nella mente di molti, ma ciò che a noi preme maggiormente far cogliere è che ci sono degli effetti qualitativi per la relazione, quando due persone si siedono frontalmente, quando le separa ad esempio una scrivania o ancora quando l’uno non può vedere l’altro (come nel caso dell’assetto psicoanalitico).

Tali effetti riguardano la confidenza, la fiducia, la distinzione di ruoli, la vicinanza-distanza emotiva che si crea in modo diversificato, a seconda della natura delle relazioni interpersonali; nello specifico vogliamo chiarire che sdraiarsi su un lettino rievoca un’idea di “passività” del cliente/paziente che la psicoterapia moderna non condivide, nel senso che il terapeuta non lavora sull’altro, ma con l’altro. Inoltre ciò rispecchia un’asimmetria tra terapeuta e cliente/paziente che resta valida nella differenza di ruolo e di responsabilità tra chi si prende cura e chi fa richiesta di aiuto, ma che non contempla una rigida superiorità dell’uno (il terapeuta) nel dirigere la relazione ed essere prescrittivo verso l’altro. Ancor più, sottolineiamo che l’assetto frontale senza scrivania né lettino, rende possibile osservare tutta una serie di aspetti corporei o non verbali che sono per noi elemento fondante per “incontrar-ci” con l’altro e strumento imprescindibile del nostro lavoro.

Per lo stesso motivo è altrettanto erroneo pensare che quando ci troviamo di fronte ad uno psicologo, egli tout court “ci analizzerà”, perché ciò vorrebbe dire accomunare tutta la psicologia alla sola psicoanalisi e al “modello interpretativo” che essa rappresenta.

Sebbene questo sia solo un breve iniziale esempio, anticipiamo ai lettori che avremo modo nei successivi appuntamenti virtuali, di scoprire insieme altri preconcetti e credenze erronee, che aleggiando intorno alla psicologia-psicoterapia, hanno creato confusione e conoscenze approssimative o generalizzate.