Investimenti in università e ricerca

Investimenti in università e ricerca: i numeri dell’Italia

La cultura in alcuni Paesi viene erroneamente sottovalutata, quando in realtà l’istruzione è un tassello fondamentale poiché è legato indissolubilmente all’andamento economico nazionale. Ciascun governo dovrebbe erogare cospicui investimenti in università e ricerca, in modo tale da generare una fitta rete di figure professionali, le quali sono in grado innanzitutto di formarsi a dovere, e poi di collaborare tra esse per produrre risultati soddisfacenti. La crescita personale e finanziaria all’interno di ciascuna nazione rappresentano due fattori a dir poco cruciali, ragion per cui le istituzioni dovrebbero raggiungere degli standard qualitativi elevati per consentire a ogni individuo di restare aggiornato, e successivamente di contribuire all’innovazione tramite apposite ricerche.

Naturalmente è interessante mettere a confronto i dati relativi agli investimenti sull’università che vengono fatti in Italia con quelli di altri Paesi, magari non con quelli intercontinentali come Usa, Canada o Australia (in merito l’approfondimento di Lae Educazione Internazionale, una delle agenzie leader per gli studi all’estero, fornisce informazioni interessanti) ma con i principali competitor europei. Infatti, fermandoci a riflettere sui numeri registrati nel nostro continente, è possibile osservare quali sono i Paesi maggiormente arretrati dal punto di vista degli investimenti in istruzione, università e ricerca. Per approfondire: seguono i numeri dell’Italia a riguardo.

I dati sugli investimenti italiani in università e ricerca

Attenendosi alla valida fonte di Eurostat, è possibile notare che l’Italia impiega circa l’8% delle spese nazionali per cercare di preservare e accrescere la qualità dei sistemi di formazione. Tuttavia, non mancano tutt’oggi i problemi legati agli stipendi fin troppo bassi, alla precarietà e alle strutture non idonee. Facendo invece un confronto con la media europea relativa proprio agli investimenti citati, la percentuale è di circa il 10% delle spese.

Cosa se ne deduce? Per ciò che concerne la ricerca nell’ambito tecnologico-scientifico, gli standard qualitativi sono in calo a seguito della ridotta quantità di fondi elargiti dallo Stato e dalle altre autorità competenti. Come se non bastasse, gli impiegati ricercatori denunciano uno stipendio davvero misero, e perciò tendono ad abbandonare l’Italia per trovare fortuna altrove.

I dati europei circa gli investimenti in università e ricerca: il confronto diretto con l’Italia

La media degli investimenti in Europa circa gli ambiti dell’università e della ricerca è di 4,7% sulla spesa complessiva, e l’Italia si conferma ancora una volta in fondo alla classifica, numericamente parlando. Purtroppo, c’è da constatare che la suddetta nazione presenta la minor percentuale di laureati all’interno del continente europeo; soltanto la Romania ha dei numeri più bassi, ma è pur vero che è in piena crisi sociale dal 1989. Insomma, tra l’Italia e le altre nazioni c’è un divario, e soltanto il 16% dei fondi in arrivo dall’Unione Europea è rivolto agli istituti accademici e alla ricerca. Si sta parlando di circa 30 miliardi su 191 erogati, e, dunque, una delle poche speranze di ribaltare la situazione riguarda l’arrivo imminente del PNRR.

Il numero di laureati in Italia

Analizzando più da vicino i numeri legati ai laureati in Italia, c’è da dire che anche in questo caso non c’è partita con le altre nazioni europee. Infatti, in tutto il territorio italiano, il rapporto tra i laureati e la popolazione complessiva è del 17%, mentre in Francia è del 33%, e nel Regno Unito del 40%. A ciò bisogna aggiungere che in Italia figura un’altissima percentuale relativa alla precarietà, ma soprattutto vige un’imponente contrazione demografica. In relazione a quanto descritto, il crollo degli investimenti in università e ricerca (-14%) è avvenuto ancor più velocemente rispetto alla contrazione demografica, e i due aspetti possono anche essere legati. Non a caso, l’arresto delle nascite si è presentato con il passare degli anni perché vi è un’incertezza generale sia economica che istituzionale, motivi per i quali regna sovrana la sfiducia.

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