La necropoli più grande della Sicilia non si visita in un museo. Sono queste oltre 5.000 tombe scavate nella roccia di un canyon

Tremila anni di storia incisi nella pietra, tra due fiumi e un altopiano di silenzio

Non tutte le necropoli diventano simboli per le loro dimensioni o per i tesori che custodiscono. Alcune lo diventano perché trasformano un’intera montagna in un libro di pietra. In Sicilia esiste un altopiano in cui oltre cinquemila tombe, scavate a mano nella roccia, raccontano tremila anni di storia.

Un cimitero di pietra nel cuore della Sicilia

Quando si pensa ai grandi siti funerari dell’antichità, la mente corre ai musei o alle piramidi. Eppure la più vasta necropoli rupestre dell’isola non si ammira dietro una teca: si percorre a piedi. È la Necropoli di Pantalica, distesa su un altopiano roccioso a circa 40 chilometri da Siracusa, tra i comuni di Ferla e Sortino, là dove i fiumi Anapo e Calcinara hanno scavato nei millenni profonde gole. Dal 2005 fa parte del sito UNESCO «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica». Conta oltre 5.000 tombe “a grotticella” scavate nella roccia, per la maggior parte risalenti al periodo tra il XIII e il VII secolo a.C., ed è considerata la più estesa necropoli della tarda età del bronzo in Europa.

Il regno di un re leggendario

Pantalica fu uno dei centri più popolosi della Sicilia protostorica, sorto nel corso del XIII secolo a.C. attorno a un insediamento della tarda età del bronzo. L’unico edificio superstite di quell’epoca è l’Anaktoron, o Palazzo del Principe: una costruzione megalitica fatta di grandi blocchi, posta sul punto più elevato dell’altopiano, la cui architettura richiama quella dei palazzi micenei — tanto da far ipotizzare contatti con il mondo egeo. Secondo la tradizione vi avrebbe regnato il leggendario re siculo Hyblon, che intorno al 728 a.C. avrebbe concesso ai coloni greci il permesso di fondare sulla costa la città di Megara Hyblaea. Con la crescente potenza di Siracusa, l’insediamento e la sua necropoli furono progressivamente abbandonati.

Il «vezzo» che la rese unica: una montagna intagliata di tombe

Ciò che rende Pantalica un luogo irripetibile è la sua concentrazione: migliaia di piccole camere funerarie scavate a mano nelle pareti verticali della gola, affacciate sul vuoto, distribuite in più necropoli — Nord, Nord-Ovest, Cavetta e Sud. La più antica ed estesa è la Necropoli Nord, mentre quella Sud si allunga per oltre un chilometro lungo l’Anapo. Vista dall’alto, l’intera parete rocciosa appare come un immenso alveare di pietra, in cui ogni cavità è stata aperta per accogliere un defunto: un paesaggio funerario che non ha eguali nell’isola.

La seconda vita bizantina e la riscoperta

Dopo secoli di abbandono, Pantalica conobbe una seconda vita. A partire dal VI secolo d.C., comunità in fuga dalla costa — e più tardi dalle incursioni arabe — vi si rifugiarono, ampliando molte tombe e trasformandole in abitazioni rupestri: nacquero così tre villaggi scavati nella roccia, con i piccoli oratori di San Micidiario, San Nicolicchio e del Crocifisso, sulle cui pareti si conservano ancora tracce di affreschi. A studiare sistematicamente il sito fu, a partire dal 1895, l’archeologo Paolo Orsi, che ne esplorò l’Anaktoron e le sepolture; a lui è oggi dedicato il Museo Archeologico Regionale di Siracusa, dove sono custoditi molti dei reperti rinvenuti.

La bellezza alla prova del futuro

Ciò che mantiene vivo questo luogo non è una vetrina, ma il paesaggio stesso. Pantalica e la Valle dell’Anapo sono oggi una Riserva Naturale Orientata, attraversata da sentieri tracciati e curati, dove si cammina e si pedala lungo il tracciato dell’ex ferrovia a scartamento ridotto Siracusa-Vizzini, costruita tra il 1915 e il 1923, che segue l’Anapo per circa dodici chilometri tra gallerie e vecchie stazioni restaurate. Nelle stagioni più calde, nelle anse del fiume, è ancora possibile fare il bagno. Qui la storia non è separata dalla natura: la si attraversa passo dopo passo.

Per molti, il vero valore di Pantalica non sta nel numero delle sue tombe, ma nell’essere un luogo dove tremila anni di storia — siculi, greci e bizantini — restano incisi nella roccia di un canyon. Non un reperto chiuso in un museo, ma un intero paesaggio da custodire, passo dopo passo.