Houel, Nott e Hittorf davanti al Tempio di Diana di Cefalù: lo sguardo dei viaggiatori

Sulla Rocca che domina Cefalù, a circa 150 metri sopra il mare, si trova un edificio di pietra che da secoli incuriosisce chiunque lo raggiunga. Lo chiamano “Tempio di Diana”, anche se nessuno è mai riuscito a dire con certezza a cosa servisse. Oggi possiamo studiarlo con scavi, misurazioni e perfino scansioni laser. Ma per capire questo monumento dobbiamo fare un passo indietro e chiederci una cosa semplice: come abbiamo cominciato a conoscerlo? La risposta non sta in un archeologo, ma in alcuni viaggiatori che, tra Settecento e Ottocento, salirono sulla Rocca con un taccuino in mano e furono i primi a fissarne l’immagine.

Quando l’archeologia non esisteva ancora

Prima che nascesse l’archeologia come la intendiamo noi — con scavi metodici e relazioni scientifiche — i monumenti antichi venivano “studiati” soprattutto disegnandoli. Erano gli anni del Grand Tour, il grande viaggio di formazione che artisti, intellettuali e nobili di tutta Europa compivano verso l’Italia e la Sicilia per vedere con i propri occhi le rovine dell’antichità. La Sicilia, con i suoi templi greci e i suoi paesaggi, era una tappa ambitissima.

Furono proprio questi viaggiatori a lasciarci le prime testimonianze del Tempio di Diana. Tre nomi, in particolare, contano più di tutti: il francese Jean Houel, gli architetti Jacques-Ignace Hittorff e Ludwig Zanth, e l’inglese George Nott. I loro lavori, pubblicati rispettivamente nel 1785, nel 1828-29 e nel 1831, sono la porta d’ingresso a tutta la storia successiva del monumento.

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Jean Houel e il primo ritratto del tempio

Jean Houel (1735-1813) era un pittore e architetto francese, uno dei più instancabili viaggiatori del suo tempo. Durante il suo soggiorno in Sicilia realizzò oltre duecento disegni, poi raccolti nei quattro volumi del Voyage pittoresque des isles de Sicile, Malte et de Lipari, pubblicato a Parigi nel 1785. Era un’opera monumentale, una sorta di reportage illustrato dell’isola, e ancora oggi è considerata una delle più importanti del Settecento.

In mezzo a templi celebri e a vedute spettacolari, Houel dedicò una delle sue tavole anche a questo strano edificio sulla Rocca di Cefalù. Il suo acquerello è prezioso per due motivi. Il primo è semplicemente che esiste: è la più antica rappresentazione conosciuta del monumento, una “fotografia” di come appariva oltre due secoli fa. Il secondo è che Houel ci mostra un dettaglio andato in parte perduto: sopra la grande porta d’ingresso si vedevano chiaramente tre file di blocchi sovrapposti, un particolare costruttivo che gli studiosi useranno poi per ragionare sulle fasi di costruzione dell’edificio. Quel disegno, intitolato in francese qualcosa come “antico palazzo o tempio su una collina presso Cefalù”, è oggi conservato al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo: già nel titolo si legge il dubbio — palazzo o tempio? — che accompagna questo luogo da sempre.

Hittorff e Zanth: lo sguardo degli architetti

Pochi decenni dopo, nella prima metà dell’Ottocento, il monumento finì sotto l’occhio attento di due architetti, Jacques-Ignace Hittorff e Ludwig Zanth. Hittorff in particolare era un professionista di primo piano, autore di studi fondamentali sull’architettura antica. Insieme a Zanth pubblicò l’opera Architecture antique de la Sicile, in cui Cefalù trovava il suo posto accanto ai grandi monumenti dell’isola.

L’apporto di questi due studiosi fu diverso da quello di Houel. Houel era soprattutto un pittore: voleva restituire l’atmosfera, la luce, il fascino delle rovine. Hittorff e Zanth, da architetti, guardavano alle proporzioni, alle misure, alla logica costruttiva. È il passaggio dallo sguardo dell’artista a quello del tecnico, un cambio di prospettiva che prepara la strada all’indagine vera e propria.

George Nott e la prima pianta del monumento

Il salto decisivo lo compì un personaggio curioso: George Frederick Nott (1767-1841), un ecclesiastico anglicano, erudito e grande appassionato di cultura italiana, vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento. Nel 1831 pubblicò un saggio dal titolo Avanzi di Cefalù, all’interno di una prestigiosa raccolta archeologica dell’epoca.

Il contributo di Nott è il più importante di tutti, perché non si limitò a disegnare il tempio “da fuori”: ne realizzò una pianta dettagliata, cioè una rappresentazione vista dall’alto, con le misure e la disposizione degli ambienti. E fece una cosa intelligentissima. Sulla pianta distinse con tratti diversi due elementi: da una parte la struttura megalitica originaria, fatta di grandi blocchi di pietra; dall’altra una chiesa medievale che in epoca successiva era stata addossata alle rovine. In pratica, quasi due secoli fa, Nott aveva già capito che quel monumento era il risultato di epoche diverse sovrapposte — esattamente ciò che l’archeologia avrebbe poi confermato.

Nella sua pianta troviamo segnate le varie porte, il corridoio, la sala principale e una stanza più piccola, e perfino la cisterna scavata nella roccia, indicata con una lettera. Nott documentò anche un grosso doccione, una sorta di grondaia di pietra che serviva a far defluire l’acqua. Un dettaglio tutt’altro che secondario: il rapporto tra questo edificio e l’acqua sarà, come vedremo in altri articoli, una delle chiavi per interpretarne il significato.

Perché questi disegni contano ancora oggi

Si potrebbe pensare che, di fronte a scavi e tecnologie moderne, vecchi acquerelli e piante ottocentesche siano poco più di curiosità. È il contrario. Questi documenti sono diventati fonti storiche di prima mano, e per una ragione molto concreta: hanno fotografato il monumento prima delle trasformazioni successive. Basti pensare che circa cinquant’anni fa, davanti al tempio, è stata piantata una pineta che oggi nasconde alla vista l’orizzonte e parte del paesaggio originario. I disegni dei viaggiatori ci permettono di “vedere” il sito com’era prima di questi cambiamenti, e di confrontare ciò che è andato perduto con ciò che resta.

Houel, Hittorff, Zanth e Nott furono insomma il ponte tra la semplice curiosità e la ricerca scientifica. Quando, nel Novecento, l’archeologo Pirro Marconi avviò i primi veri scavi sulla Rocca, non partì dal nulla: aveva alle spalle queste immagini e queste piante. Ma questa è la storia del prossimo capitolo.

Nella foto: Il tempio di Diana nel disegno di Jean Houel