Pirro Marconi e i primi scavi scientifici sul Tempio di Diana di Cefalù

Per oltre un secolo, il Tempio di Diana sulla Rocca di Cefalù era stato soprattutto un soggetto da disegnare. I viaggiatori del Grand Tour ne avevano lasciato acquerelli e piante, ma nessuno aveva ancora messo mano alla terra per capire davvero cosa fosse quell’edificio e da quando esistesse. Il passaggio dal taccuino alla cazzuola — cioè dallo sguardo curioso all’indagine scientifica — avvenne nella prima metà del Novecento, e porta un nome preciso: Pirro Marconi.

Un giovane archeologo nella Sicilia degli anni Venti

Pirro Marconi era nato a Verona il 1º gennaio 1897. Dopo la laurea aveva frequentato la Scuola italiana di archeologia di Roma e ottenuto una borsa di studio presso la Scuola archeologica italiana di Atene, all’epoca un vero trampolino per chi voleva dedicarsi all’antichità classica. Nel 1927 approdò al Museo nazionale di Palermo, di cui divenne direttore nel 1929. Erano gli anni in cui l’archeologia siciliana stava diventando una disciplina rigorosa, sotto la guida del grande soprintendente Paolo Orsi.

Marconi lavorò intensamente nelle province di Agrigento, Palermo e Trapani, firmando in pochi anni più di trenta studi. Il suo nome è legato soprattutto agli scavi di Agrigento e di Himera — tanto che oggi un museo dell’antica Himera porta il suo nome. La sua carriera fu folgorante ma breve: morì appena quarantunenne, il 30 aprile 1938, in un incidente aereo mentre rientrava da una missione in Albania. In quella stagione di lavoro instancabile rientra anche la prima indagine seria sul monumento di Cefalù.

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“Il cosiddetto Tempio di Diana”

Nel 1929 Marconi pubblicò i risultati del suo studio sulla Rocca in un articolo apparso sulle Notizie degli Scavi di Antichità, la rivista ufficiale che raccoglieva le scoperte archeologiche italiane. Già il titolo è rivelatore: Cefalù (Palermo). Il cosiddetto «Tempio di Diana». Quella parola, “cosiddetto”, non è casuale. Significa che il fondatore stesso dello studio scientifico del monumento metteva il nome tra virgolette: nessuno aveva prove che fosse davvero un tempio, né che fosse dedicato a Diana. Era un avvertimento di prudenza che, a quasi un secolo di distanza, resta valido.

Con Marconi, per la prima volta, il monumento smise di essere una “rovina pittoresca” e divenne un documento da leggere. Gli scavi permisero di raccogliere informazioni concrete sull’età dell’edificio e della cisterna inglobata al suo interno, cioè proprio sui due nodi che ancora oggi gli studiosi cercano di sciogliere.

Cosa raccontavano i reperti

Il metodo dell’archeologia è in fondo semplice nel principio: gli oggetti che si trovano negli strati di terra aiutano a datare le strutture che li contengono. E i materiali recuperati a Cefalù raccontarono una storia lunghissima, fatta di epoche sovrapposte.

Dalla zona del tempio emersero frammenti ceramici di età greca — cocci dipinti, pezzi di tegole, parti di pithoi, i grandi contenitori da derrate — ma anche reperti molto più tardi, come frammenti di piatti normanni e ceramica bizantina, segno che il luogo continuò a essere frequentato per secoli, ben dentro il Medioevo. Dalla cisterna dolmenica, invece, vennero alla luce frammenti di vasi d’impasto dai colori rossastri e giallastri, riferibili all’età del Bronzo avanzata, cioè all’inizio del primo millennio avanti Cristo.

È un dettaglio fondamentale: gli oggetti più antichi non venivano dall’edificio in pietra squadrata, ma dalla vasca scavata nella roccia. Questo confermava un’idea destinata a diventare centrale, e cioè che il vero nucleo originario del complesso fosse la cisterna, molto più antica del tempio che le fu costruito attorno. Ancora oggi, quando gli studiosi datano la cisterna a un’età protostorica, lo fanno citando per primo proprio il lavoro di Marconi del 1929.

L’intuizione che vale ancora

Al di là dei reperti, Marconi ebbe una grande intuizione, che rimane il punto fermo di ogni interpretazione successiva. Osservò che l’edificio e la cisterna non erano due cose separate, ma profondamente legate: l’asse del tempio, passando per la porta principale e attraversando il corridoio, punta dritto verso la vasca. In altre parole, per raggiungere la cisterna bisogna per forza attraversare l’edificio. Il tempio non è il fine, ma il “filtro” che dà accesso al vero cuore sacro del luogo.

Questa semplice osservazione — il monumento è costruito intorno e in funzione dell’acqua — è la base da cui partiranno tutti gli studi moderni, comprese le ricerche di archeoastronomia che decenni dopo collegheranno l’orientamento della porta al culto delle acque. Marconi non aveva strumenti per andare oltre, ma aveva indicato la strada giusta.

Un’eredità di famiglia

C’è infine un risvolto quasi romanzesco in questa storia. Pirro Marconi aveva conosciuto ad Atene la futura moglie, Jole Bovio, anche lei archeologa di valore, che dopo il matrimonio firmò i propri lavori come Jole Bovio Marconi e che sarebbe diventata una delle prime donne soprintendenti in Italia. Dopo la morte prematura del marito, fu proprio lei a riprendere e approfondire lo studio dei monumenti megalitici di Cefalù, pubblicando nel 1956 un saggio che resta tuttora un riferimento sull’architettura protostorica del sito. L’indagine sul Tempio di Diana, cominciata da Pirro, proseguì così attraverso la stessa famiglia.

Dal disegno al documento

Con Pirro Marconi, insomma, il Tempio di Diana entra a pieno titolo nella scienza. Gli acquerelli dei viaggiatori avevano salvato l’immagine del monumento; gli scavi degli anni Venti e Trenta gli restituirono una storia: l’età dei materiali, il legame con la cisterna, la lunga vita cultuale dal Bronzo fino al Medioevo. Restava da capire come fosse costruito e quando esattamente, e soprattutto che cosa significasse quell’orientamento verso il tramonto. Sono le domande dei prossimi capitoli.