Dal Cairo a Cefalù: l’indizio egiziano nascosto nel Duomo di Ruggero

Una decorazione nata in una porta del Cairo nel 1087 riaffiora nella Sicilia normanna. A Palermo si vede nelle pietre; a Cefalù, in parte, resta un’ipotesi sotto l’intonaco. Lo ricostruisce una tesi americana

Per capire chi costruì la cattedrale di Cefalù bisogna partire da molto lontano. Da una porta del Cairo, per la precisione.

Si chiama Bāb al-Futūh, la “Porta delle Conquiste”, e le iscrizioni che porta incise la datano con esattezza: aprile-maggio 1087. Due grandi torri, un arco in mezzo, e su quell’arco un motivo particolare — una fila di baccellature, scanalature a cuscino che gli studiosi chiamano godroons. È il più antico esempio conosciuto di questa forma. Nasce lì, nell’Egitto dei Fatimidi.

Da quel momento il motivo viaggia. Ricompare per tre secoli nelle moschee e nei minareti d’Egitto, poi fa un salto nella Gerusalemme dei crociati, sul portale meridionale del Santo Sepolcro. È un dettaglio che in Europa non esiste: dove lo si trova, sono passate maestranze che conoscevano i modi del mondo islamico. Un’impronta digitale in pietra.

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E quell’impronta arriva in Sicilia. La si vede sul campanile di Santa Maria dell’Ammiraglio a Palermo — la Martorana — dove le aperture della torre sono incorniciate proprio da quelle baccellature. Ricompare poi sui portali della Magione, l’abbazia cistercense di fine età normanna. Una forma egiziana, nata al Cairo, finita nelle chiese di Palermo.

Resta la domanda che ci riguarda da vicino: e a Cefalù?

Qui serve onestà, la stessa che usa la studiosa che ha ricostruito la pista, l’americana Heather Hoge. A Cefalù quel dettaglio non si può vedere: la muratura del Duomo è quasi ovunque coperta dall’intonaco, e le pietre che potrebbero confermarlo restano nascoste. Quello che si può fare è ragionare. Se la corte di Ruggero impiegava maestranze esperte in queste tecniche di matrice egiziana — e la Martorana e la Magione lo provano — è ragionevole pensare che le stesse competenze siano arrivate anche al cantiere regio di Cefalù. Ipotesi solida. Non certezza.

C’è però un dettaglio “egiziano” che a Cefalù si vede davvero. Basta guardare in alto.

È il soffitto ligneo della navata. A circa ventuno metri da terra, dipinte direttamente sulle travi, sopravvivono figure che appartengono allo stesso repertorio di corte del celebre soffitto a muqarnas della Cappella Palatina di Palermo: cortigiani che mangiano e bevono, danzatori, musici, animali, motivi vegetali. E quel soffitto della Palatina — è certo — fu eseguito da artisti fatimidi chiamati dall’Egitto, con un parallelo strettissimo nel bagno di Abu’l-Su’ud a Fustat, la vecchia Cairo. Le pitture delle travi di Cefalù sono datate, su base stilistica, alla metà del XII secolo: contemporanee a quelle palermitane.

Anche qui, la Hoge segna il confine. Non è accertato se a dipingere le travi di Cefalù siano stati gli stessi artisti fatimidi della Palatina o artisti locali che ne imitavano lo stile — quest’ultima è la lettura di William Tronzo. Una differenza tecnica, documentata, c’è: alla Palatina si dipinse su uno strato di gesso, a Cefalù direttamente sul legno.

Su un punto, però, non ci sono dubbi: un’iconografia legata in modo sicuro al mondo islamico fu impiegata nella cattedrale regia di Cefalù. Ed è perfino possibile — lo scrive la Hoge — che artisti musulmani fossero presenti sul posto, al lavoro su questa parte del Duomo.

Il viaggio dal Cairo a Cefalù, allora, non è la storia di un oggetto trasportato. È la storia di un linguaggio artistico — fatto di baccellature in pietra e figure dipinte — nato nell’Egitto fatimida, passato per Gerusalemme e Palermo, e affiorato nella Sicilia di Ruggero. A Cefalù lo vediamo con certezza sulle travi della navata. E lo intuiamo, con ragionevolezza, sotto l’intonaco che ancora custodisce i segreti del cantiere.

Fonte: Heather Hoge, The Cathedral of Cefalù and Roger II’s Patronage in a Multicultural Context (Pennsylvania State University, 2019), capp. 2-3, con i rimandi della stessa autrice a Ernst Grube e Jeremy Johns, Jonathan Bloom, William Tronzo e Mirjam Gelfer-Jørgensen. Le ipotesi sono indicate come tali; date, luoghi e tecniche sono documentati.