I profeti che parlano latino: i messaggi nascosti nel coro del Duomo di Cefalù

Nel coro del Duomo di Cefalù, sulle pareti che affiancano l’altare, sfilano i profeti dell’Antico Testamento. Non sono figure mute: ognuna tiene in mano un rotolo, chiamato cartiglio, con una scritta. E qui c’è la sorpresa. Le iscrizioni sono in latino, e non sono frasi a caso: ogni profeta pronuncia parole che rimandano al grande Cristo Pantocratore dell’abside. Sono messaggi precisi, scelti uno per uno. Proviamo a leggerli.

Perché i profeti sono lì

I profeti dell’Antico Testamento, nella tradizione cristiana, sono considerati i precursori di Cristo: coloro che, secoli prima, ne avevano annunciato la venuta. A Cefalù questo ruolo è reso visibile. Disposti su due registri nel coro, i profeti reggono cartigli latini che funzionano come voci: tutte esortano ad ascoltare il Signore e tutte puntano verso il Cristo dell’abside. Insieme costruiscono quella che gli studiosi chiamano la “Città di Dio”, secondo l’idea di sant’Agostino per cui Cristo fondò la sua città proprio per mezzo dei patriarchi e dei profeti.

Cosa dicono i cartigli

Ecco le voci dei profeti, una per una.

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Mosè reca le parole d’apertura della Bibbia: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Non è casuale: fanno eco al titolo di “creatore dell’uomo” attribuito al Pantocratore nell’iscrizione dell’abside. Mosè, insomma, richiama il Cristo Creatore.

Salomone invita all’ascolto: “Ascolta, figlio, i precetti di tuo padre”.

Davide fa lo stesso, con una frase parallela: “Ascolta, figlia, e vedi, e porgi l’orecchio”.

Gioele annuncia lo Spirito: “Effonderò il mio spirito sopra ogni carne”, parole che alludono alla discesa dello Spirito Santo.

Michea chiama tutti all’ascolto: “Ascoltate, popoli tutti”.

Messe in fila, queste frasi rivelano un filo comune: l’invito ad ascoltare. Ascolta, figlio; ascolta, figlia; ascoltate, popoli. È come se i profeti, dai loro rotoli, ripetessero al fedele lo stesso comando: prestate attenzione al Signore.

Melchisedek e il calice

Sul lato nord del coro compare una figura speciale: Melchisedek, personaggio biblico che era insieme re e sacerdote. Lo vediamo mentre offre il vino nel calice. Il gesto non è decorativo: allude direttamente alla liturgia celebrata all’altare, cioè alla Messa. Così i profeti non restano confinati in un passato lontano, ma si collegano a ciò che davvero accadeva ogni giorno in quella chiesa.

Un lavoro adattato ai muri

C’è un dettaglio che rende ancora più interessante questo insieme. Le pareti del coro erano state costruite prima, negli anni Trenta del Dodicesimo secolo, e non erano pensate per accogliere i mosaici. Chi progettò le immagini dovette quindi adattarsi a spazi irregolari, tagliati da due grandi finestre. Nonostante questa difficoltà, riuscì a disporre i profeti in modo ordinato e leggibile.

Gli studiosi hanno anche trovato le prove che abside e coro furono realizzati insieme, nella stessa fase di lavoro. Le teste dell’apostolo Pietro, nell’abside, e del profeta Gioele, nel coro, sono quasi identiche. E le teste dell’apostolo Andrea e del profeta Michea condividono le lunghe basette e lo stesso ritocco a pennello rosso sulle tessere, invisibile dal basso. Segno che a lavorare furono le stesse mani, nello stesso momento.

Perché guardarli con attenzione

Molti visitatori passano davanti ai profeti senza notare i loro rotoli. Eppure quelle scritte sono una chiave di lettura di tutto il Duomo. Ogni frase è stata scelta per rimandare al Cristo dell’abside e per costruire, mattone dopo mattone, la Città di Dio. Alzare lo sguardo e leggere quei cartigli significa scoprire che i mosaici di Cefalù non sono solo bellissimi: sono anche un discorso preciso, scritto nella pietra e nell’oro quasi novecento anni fa.