Per molto tempo, guardando l’abside del Duomo di Cefalù, alcuni studiosi hanno creduto di riconoscere una scena precisa: la Pentecoste, cioè il momento in cui lo Spirito Santo scende sugli apostoli. Sembrava una lettura logica. Eppure oggi gli studiosi più recenti dicono con chiarezza che quella lettura è sbagliata. Cosa raffigura davvero l’abside di Cefalù? E perché per anni si è pensato a qualcosa che non c’è? Ecco la storia di un errore e della sua correzione.
La scena che sembrava una Pentecoste
Sotto il grande Cristo Pantocratore, nell’abside, sfilano i dodici apostoli disposti su due registri, insieme agli evangelisti Matteo, Marco e Luca e a Paolo. Vederli tutti riuniti, in fila, faceva pensare a un momento ben preciso della vita della Chiesa: la Pentecoste, quando gli apostoli si trovavano insieme e ricevettero lo Spirito Santo, giorno considerato la fondazione stessa della Chiesa.
L’ipotesi era rafforzata da un confronto con un’altra chiesa di Palermo, la Cappella Palatina, dove esiste davvero un mosaico della Pentecoste. Le figure sembravano somigliarsi. Da qui l’idea: anche a Cefalù ci sarebbe una Pentecoste.
Chi sosteneva questa tesi
A proporre questa lettura fu soprattutto lo studioso Thomas Creissen. Confrontando le figure dei registri sotto il Pantocratore con quelle del mosaico della Pentecoste della Cappella Palatina, Creissen sostenne che anche l’abside di Cefalù raffigurasse una Pentecoste. Prima di lui, anche il grande studioso Otto Demus aveva pensato a un legame con quella scena. Per decenni questa interpretazione ha avuto peso.
Perché la tesi non regge: mancano gli elementi giusti
Gli studiosi più recenti, però, hanno notato un problema decisivo: nell’abside di Cefalù mancano gli elementi che rendono riconoscibile una Pentecoste.
In una vera scena di Pentecoste ci sono segni precisi. Ci sono i nastri rossi, che rappresentano le lingue di fuoco scese sugli apostoli. E ci sono le colombe, simbolo dello Spirito Santo. A Cefalù non c’è nessuna di queste cose. Ci sono gli apostoli, sì, ma senza gli attributi che li trasformerebbero in una Pentecoste.
È come vedere un gruppo di persone riunite e dedurne che stiano festeggiando un compleanno: se mancano la torta, le candeline e i regali, forse quella riunione è un’altra cosa. Allo stesso modo, senza nastri rossi e colombe, quella non è una Pentecoste.
Cosa dicono Brenk e Hoge
Su questo punto due studiosi recenti sono d’accordo.
Beat Brenk, in uno studio del 2018, afferma con decisione che i dodici apostoli di Cefalù non rappresentano la Pentecoste. Per Brenk siamo di fronte a un’iconografia senza precedenti, cioè a una soluzione mai vista prima, e non alla ripetizione di una scena nota. Il progettista dei mosaici non stava copiando la Pentecoste: stava creando qualcosa di nuovo.
Hoge, in uno studio del 2019, arriva alla stessa conclusione. Anzi, lo dichiara fin dall’inizio del suo lavoro: ricorda la tesi di Creissen e dice apertamente di non essere d’accordo, proprio perché mancano gli elementi propri di quella scena. È una posizione che poi argomenta nel dettaglio e che coincide con quella di Brenk.
Quando due studiosi diversi, lavorando separatamente, arrivano alla stessa conclusione partendo dagli stessi indizi mancanti, quella conclusione diventa molto solida.
Se non è la Pentecoste, cos’è?
Ecco la parte più interessante. Se togliamo l’idea della Pentecoste, cosa resta? Resta qualcosa di più grande e originale.
Secondo Brenk, il programma di Cefalù è un’unità concettuale nuova, che non rimanda ad alcun modello preciso. Al centro c’è il Cristo Pantocratore — Creatore, Redentore e Giudice — circondato da tutti i suoi testimoni: la Vergine, gli arcangeli, i serafini e i cherubini, gli apostoli, i profeti, i padri della Chiesa, i santi. Insieme formano la “Città di Dio”. Gli apostoli, quindi, non stanno vivendo un singolo episodio come la Pentecoste: sono i testimoni che circondano il loro Signore.
C’è anche un dettaglio importante sull’arte bizantina, quella che ispirò i mosaici siciliani. In quelle chiese il Pantocratore non compariva mai nell’abside, ma sopra la porta d’ingresso. In un famoso monastero greco, Hosios Loukas, il Cristo è accompagnato proprio da una serie di apostoli molto simile a quella di Cefalù, insieme alla Vergine, agli arcangeli Michele e Gabriele e al Battista. Il progettista normanno aveva davanti tutti questi elementi bizantini: li ha presi, riordinati e condensati nell’abside con grande libertà. Brenk arriva a paragonare questa audacia, in modo provocatorio, alle scelte spiazzanti di un noto artista contemporaneo che dipinge le figure a testa in giù.
Perché questa correzione conta
Potrebbe sembrare una questione da specialisti, ma cambia il modo in cui guardiamo l’abside. Chiamarla “Pentecoste” significherebbe ridurla a una scena tra le tante, la ripetizione di un modello già visto altrove. Riconoscere che non lo è significa invece capire quanto Cefalù sia originale: un’invenzione unica, dove il Cristo domina l’abside circondato dalla sua corte di testimoni, in un modo che nessuna chiesa bizantina aveva mai osato.
In sintesi
Per anni si è creduto che l’abside di Cefalù raffigurasse la Pentecoste, sulla scia delle letture di Demus e soprattutto di Creissen. Gli studi più recenti di Brenk e Hoge hanno mostrato che non è così: mancano i nastri rossi e le colombe, gli elementi che identificano quella scena. Quello che resta è qualcosa di più raro: un programma senza precedenti, con il Pantocratore al centro della sua “Città di Dio”. Un errore corretto che, invece di togliere fascino a Cefalù, gliene aggiunge.















