Il 6 agosto, nel pomeriggio, sullo specchio d’acqua davanti al vecchio porticciolo di Cefalù — dal 2012 “Largo eroi del mare” — un lungo palo si protende sul mare. In cima c’è una bandiera con l’immagine del Santissimo Salvatore, e chi partecipa si sfida per staccarla. A guardarla da fuori sembra soltanto un gioco d’abilità e d’equilibrio. Ma per chi è di Cefalù, e soprattutto per chi discende dai pescatori, la parola «Ntinna» significa molto di più di quello che accade in quell’ora sul mare.
Prima ancora di indicare la manifestazione, «Ntinna» a Cefalù indica una cultura: un modo di parlare, di comportarsi, di stare insieme, fatto di oggetti, di gesti e di parole che alcuni ambienti della città hanno tenuto in vita per secoli. Dentro questa parola generazioni di cefaludesi hanno messo saperi, credenze, arte, morale, costumi, abitudini, fino a farne qualcosa che non è più semplice folklore ma una vera e propria cultura. Dire «Ntinna» oggi è, prima di tutto, raccontare le attese e le speranze che ogni anno si rinnovano nell’allestire la sfida.
Un rito, non un evento
Con il passare dei secoli la Ntinna è diventata un rito. E il rito, per definizione, è fatto di comportamenti che si ripetono, di azioni che si replicano, di parole che tornano identiche e di gesti che ogni volta si caricano di un valore simbolico. Non è un evento che si organizza da capo ogni estate: è una sequenza che si eredita. Ed è proprio questa ripetizione a farne un ponte tra le persone e il tempo. La Ntinna è stata trasmessa di padre in figlio, coltivata dentro le famiglie, fino al giorno in cui i figli diventano abbastanza grandi da salire loro, per la prima volta, su quel palo. Ogni pescatore ne ha custodito gelosamente i segreti, come si custodisce un mestiere.
Sinonimo di pescatori
Non è un caso che a Cefalù «Ntinna» sia diventato quasi un sinonimo di pescatori. È stata questa comunità a raccoglierla e a tramandarla fino a noi. La Ntinna nasce e non si allontana mai da un luogo preciso: lo spazio che per secoli ha custodito le barche, a ridosso delle case dei pescatori. Erano abitazioni modestissime, riconoscibili da fuori per le reti, le canne e gli attrezzi lasciati all’esterno; dentro, poche stanze, la cucina e la camera da letto, il mobilio ridotto all’essenziale. Nel guardaroba, i pantaloni logori da arrotolare fino al ginocchio, un maglione di lana, il berretto pesante.
Nel giorno della Ntinna quelle stesse case si trasformavano in piccoli santuari. Era lì che i padri davano ai figli gli ultimi consigli prima della gara. Ed era diverso perfino il pranzo: si trovava il tempo di preparare la pasta a taianu, tanto cara ai pescatori. Un piatto quasi magico, perché non conteneva ciò che si mangiava tutti i giorni — il brodo alla marinara, il pesce in umido o arrostito, insaporito con gli aromi e mai con l’olio, che costava troppo. Quel giorno non finivano in tavola neppure le scivature, i piccoli pesci da esca che le donne cucinavano quando gli uomini tornavano a mani vuote.
Sinonimo di Salvatore, sinonimo di devozione
La Ntinna è anche sinonimo di Salvatore, perché il giorno della gara coincide con la festa del patrono della città. E per questo è sempre stata occasione di una religiosità profonda: quella di chi, ogni giorno, deve superare la fatica del lavoro e la paura di non tornare dal mare. Durante la Ntinna si potevano sciogliere voti, ringraziare Dio per un pericolo scampato, una malattia superata, una crisi vinta.
Per tanti pescatori è stata una vera devozione: un momento nel quale fidarsi e affidarsi a Dio, tramandato di generazione in generazione insieme all’arte della pesca. Preghiera, dedizione, rispetto: con lo scorrere del tempo la Ntinna è diventata il luogo della devozione per eccellenza, quello in cui incontrare il Salvatore. Non a caso, proprio la sua effige è stata posta sulla bandiera in cima al palo, come la meta da raggiungere per vincere.
Ecco perché ridurre la Ntinna a una gara è un errore. La gara è il momento visibile, la punta dell’antenna. Sotto, tiene tutto insieme una cultura fatta di mare, di fede, di famiglia e di memoria — che a Cefalù non se n’è mai andata.















