Tra terrazzamenti scavati nel calcare, grotte sovrapposte e un colle che sale a gradoni, questo angolo siciliano sembra più una visione letteraria che un quartiere.
Un quartiere può essere molto più di un insieme di case. In Italia ce ne sono di scavati nella roccia, dove per secoli si è abitato dentro la montagna anziché sopra di essa, e dove la pietra è stata insieme riparo, dimora, tomba e rifugio. Sono luoghi che raccontano una storia diversa da quella dei monumenti e delle facciate, perché parlano di come vivevano le persone comuni, spesso ai margini. La città con il quartiere-grotta che colpì Pier Paolo Pasolini si trova nella Sicilia sud-orientale, in un centro barocco patrimonio UNESCO che il grande pubblico conosce soprattutto per un commissario televisivo, ma che custodisce un passato molto più antico e sorprendente di quanto le cartoline lascino immaginare.
Ecco qual è la città con il quartiere scavato nella roccia
Siamo a Scicli, in provincia di Ragusa, città barocca il cui centro storico è stato insignito del titolo di Patrimonio dell’umanità il 25 giugno 2002, insieme ad altri sette comuni delle Città tardo barocche del Val di Noto. Alle porte dell’abitato, sul fronte meridionale del colle di San Matteo — dove sorgeva la città vecchia — si estende Chiafura, una vasta area di interesse archeologico, storico ed etnoantropologico.
Si tratta di un consistente insediamento rupestre, probabilmente di periodo bizantino e sicuramente medievale, adibito sia a scopi abitativi sia funerari. Per dimensioni e densità è paragonabile a siti come Pantalica o al complesso dei Sassi di Matera, per quel felice connubio tra architettura “per sottrazione” — la grotta ricavata togliendo materia alla roccia — e architettura “per addizione”, cioè l’edificio costruito. Pur essendo, va detto, molto diversa la genesi e la storia di Chiafura da quella dei due siti più celebri.
La morfologia dell’insediamento è dettata dal terreno: adagiato sulle pendici scoscese del colle, si adatta alle difficili condizioni orografiche producendo una interessante soluzione a terrazzamenti, che sale come una scala verso la cima. Ed è proprio questa immagine — le grotte disposte a gradoni lungo il pendio, una sopra l’altra, con le famiglie che salivano e scendevano lungo sentieri ripidi — che portò Pier Paolo Pasolini a descrivere Chiafura come una dantesca montagna del Purgatorio.
La storia di Chiafura, dalle grotte bizantine allo sfollamento del 1954
Le radici di questo paesaggio affondano lontanissimo. Il territorio di Scicli è abitato fin dal periodo calcolitico, come dimostrano i ritrovamenti della Grotta Maggiore, situata vicino all’Ospedale Busacca e datata fra l’età del rame e l’età del bronzo antico, tra il III e il II millennio a.C. La caratteristica conformazione del territorio, con la presenza di cave e grotte carsiche, ha favorito per millenni la nascita di numerosi insediamenti rupestri lungo i valloni.
Chiafura si sviluppa probabilmente a partire dall’VIII secolo d.C., in epoca bizantina, per poi proseguire in età medievale, nel XII secolo. Non è un caso isolato: nella stessa zona si trova anche il tardo insediamento bizantino del VII secolo in località Castellaccio, e tutta la città vecchia era organizzata attorno al colle di San Matteo, dominato dai due castelli medievali.
La storia di Chiafura, però, non si ferma al Medioevo. È qui che il sito diventa qualcosa di più di un reperto archeologico. Durante la Seconda guerra mondiale le grotte furono utilizzate come rifugi antiaerei, mentre Scicli veniva bombardata a più riprese tra il 1941 e il 1943: il solo attacco del 28 gennaio 1943, alle undici del mattino, causò venticinque morti. Poi arrivò lo sbarco alleato dell’Operazione Husky, e il 12 luglio 1943 la città si arrese formalmente.
Finito il conflitto, le grotte continuarono a essere occupate: vi abitava la popolazione più indigente della città, in condizioni durissime, in ambienti ricavati nella roccia e privi di ogni comfort. Solo a partire dal 1954 gli abitanti furono definitivamente sfollati e alloggiati nel nuovo Villaggio Aldisio-Cutrone, oggi noto come Villaggio Jungi. Furono proprio quelle condizioni ad attirare l’attenzione degli intellettuali dell’epoca, Pasolini compreso, in un’Italia che in quegli anni scopriva — e raccontava — le sacche di povertà del Mezzogiorno.
Una città nata due volte
Per capire Chiafura bisogna capire Scicli, una città che nella sua storia è rinata più volte. Le sue origini risalgono probabilmente al periodo siculo, oltre tremila anni fa, e il nome deriverebbe da Šiclis, uno degli appellativi usati per indicare i Siculi. Secondo un deliberato del Consiglio Comunale del 1653, sarebbe stata fondata addirittura nel 1271 a.C. da Siculus, re dei Siculi.
Città demaniale sotto i Normanni, insignita del motto Urbs Inclita et Victoriosa, Scicli attraversò secoli complicati. Il Seicento fu un periodo di disgrazie a catena: la peste nel 1575, alluvioni e nubifragi, siccità estreme, invasioni di cavallette e locuste, e poi la peste del gennaio 1626, che ridusse la popolazione da circa 11.000 a 4.000 abitanti. Ma il colpo peggiore arrivò con il terremoto del 1693, che causò circa 3.000 morti su poco più di 9.000 abitanti e distrusse gran parte della città.
Da quelle macerie Scicli rinacque in chiave barocca, e nacquero i palazzi che oggi la rendono celebre.
Cosa vedere a Scicli, oltre le grotte
Chiafura non è l’unico motivo per visitare Scicli. La città, descritta da Elio Vittorini come sorta “all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi”, offre un patrimonio barocco che l’UNESCO ha definito un capolavoro del genio creativo umano.
Su tutti spicca Palazzo Beneventano, che lo storico dell’arte Anthony Blunt definì il più bel palazzo barocco di Sicilia, lodandone il pallido colore giallo-oro che alla luce del sole acquista un’indescrivibile opulenza: la facciata è caratterizzata da monumentali mascheroni “irriverenti” e, in cima al cantonale, dallo stemma coronato della famiglia ornato da due teste di moro, diventato uno dei simboli della città. E poi via Francesco Mormino Penna, quasi trecento metri di basolato su cui si affacciano edifici dal XVII al XX secolo, inserita anch’essa nella World Heritage List; la chiesa di San Matteo che domina il colle a 228 metri di quota; i resti del Castellaccio e del Castello dei Tre Cantoni; l’Antica Farmacia Cartia, gioiello liberty aperto nel 1902 e oggi museo.
Un patrimonio che il grande pubblico ha imparato a riconoscere anche grazie al Commissario Montalbano: il Palazzo Palle, sede del Municipio, è diventato il commissariato di Vigata, mentre gli scorci della città hanno fatto da sfondo a una delle serie più amate della televisione italiana.















