Mario Macaluso: «Gli studenti mi hanno insegnato a scrivere». Ecco il nuovo romanzo

C’è chi la scrittura la coltiva nel silenzio di uno studio, e chi invece la respira ogni giorno in mezzo al rumore vivo di una classe. Mario Macaluso appartiene alla seconda specie. Insegnante prima ancora che autore, torna con La donna che non esisteva, un romanzo che sfugge a ogni etichetta: thriller serrato e insieme meditazione sulla fede, giallo mediterraneo ambientato a Cefalù e allarme lucido sulla società che ci osserva attraverso gli schermi. Al centro, un’immagine che non dà pace – un dipinto di cinquecento anni fa che, all’improvviso, comincia a respirare – e una domanda che ci riguarda tutti: a chi appartiene, oggi, la nostra voce? Lo abbiamo incontrato per farci raccontare da dove nasce questo libro, perché lo ha dedicato ai suoi studenti, e cosa spera resti a chi arriva all’ultima pagina.

Da dove nasce questo nuovo romanzo? Da un’immagine: un quadro antico che, all’improvviso, respira. Ci hai mai pensato? Passiamo davanti a un ritratto di cinquecento anni fa e diamo per scontato che sia una cosa morta, ferma. E se non fosse così? Faccio l’insegnante, sto tutto il giorno con ragazzi che col telefono e il computer fanno cose che a me sembrano magia. E mi sono chiesto: cosa succederebbe se uno di quegli strumenti riuscisse a toccare qualcosa che credevamo impossibile da toccare? Ho immaginato un’app puntata su un quadro famoso, al museo di Cefalù, e il quadro che comincia a respirare. Ma quella è solo la porta d’ingresso. Dietro c’era la domanda vera, quella che mi girava in testa da anni.

Che domanda? A chi appartiene la tua voce, oggi? Di getto rispondi “a me”. Ma sei sicuro? Il telefono che hai in tasca sa dove vai, cosa cerchi la notte, chi ami, di cosa hai paura. Sa cose di te che tu hai già dimenticato. E allora ti chiedo: se qualcuno ti conosce meglio di quanto ti conosci tu, chi comanda davvero? Tu o lui? Francesca, la protagonista, a un certo punto scopre di essere spiata non da qualche giorno, ma da sempre. È questo che mette i brividi nel libro: non il nemico che arriva, ma quello che c’era già, e ti guardava mentre tu ti credevi solo.

Il titolo, La donna che non esisteva, a chi si riferisce? E se ti dicessi che non è una donna sola, ed è voluto così? Nel romanzo ce ne sono tre che “non esistono”: una inventata a tavolino, finta, per ingannare qualcuno; una dipinta cinquecento anni fa che sembra tornare viva dagli occhi di un quadro; e una che, per salvare la persona che amava, ha dovuto sparire, far finta di non esistere più. Quale delle tre dà il titolo al libro? Lo capisci solo all’ultima pagina, e quasi sempre ti tocca tornare indietro a controllare. Del resto, guardiamoci in faccia: quante persone, oggi, esistono davvero, e quante sono solo una foto sui social, un nome, una parte che recitano per gli altri?

È un thriller, un libro sulla fede o un libro sulla tecnologia? E perché dovrei sceglierne uno solo? Le etichette servono a chi vende i libri, non a chi li scrive, e nemmeno alla vita, che non arriva mai con un’etichetta sola. C’è Cefalù col suo mare, c’è una collana antica che passa da madre a figlia da settecento anni, c’è un uomo innocente chiuso in galera per quattordici anni, c’è una voce che dice di essere l’Angelo di Dio. Ti sembra roba da tenere separata? Io penso che chi legge oggi sia più sveglio di quanto certi critici credano, e che sappia tenere insieme la paura e il pensiero. Chi vuole solo tensione la trova a ogni pagina. Chi si ferma un attimo di più scopre che dietro ogni colpo di scena c’è una domanda.

C’è una frase del libro a cui tieni di più? “Non devi salvare il mondo. Devi salvare le parole.” Ti sembra poco? Fermati un secondo. Se le parole si svuotano, perdiamo anche la capacità di capire cos’è vero e cos’è falso. E a quel punto chi comanda le parole comanda te. Oggi parliamo in fretta, ci arrabbiamo a comando, diciamo frasi che sembrano piene e sono vuote. Ridare peso a una parola, farla tornare vera anche quando costa, è quasi un gesto di ribellione. E non è un caso che a farlo, nel libro, sia una professoressa: chi meglio di chi le parole le usa ogni giorno davanti a chi deve ancora imparare a fidarsene?

Quanto conta, nella tua scrittura, il fatto di essere un insegnante? Conta tutto. Anzi, ti giro la domanda: dove impara a guardare le persone uno scrittore, se non in una classe piena di ragazzi che se fai finta ti sgamano in un secondo? La scuola è il vero laboratorio del romanzo, altro che la scrivania di casa. I ragazzi di queste pagine non me li sono inventati: sono fatti della stessa pasta di quelli che vedo ogni mattina, con la loro testa sveglia, le loro paure, quel coraggio che salta fuori quando meno te lo aspetti. Prova a raccontare una bugia davanti a una classe: non ci riesci. Quella verità lì, quello sguardo che pretende sincerità, è esattamente ciò che ho cercato di mettere nel libro.

Infatti il romanzo è dedicato proprio a loro. Sì, ed è una dedica a cui tengo. La donna che non esisteva è dedicato a tutti gli studenti che ho incontrato e che incontro ogni giorno, tra i banchi di scuola. Ti dico una cosa che forse un professore non dovrebbe dire: sono loro a insegnare a me, non solo io a loro. Ogni volta che uno alza la mano per dire una cosa scomoda, o resta zitto perché una domanda l’ha colpito davvero, io imparo qualcosa. Ma allora chi insegna a chi? Questo libro, in fondo, è un modo lungo per dirgli: vi ho visti, vi vedo, e non è vero che siete soli.

Cosa vorresti restasse a chi lo legge? Il coraggio di non girare lo sguardo dall’altra parte. Quand’è l’ultima volta che hai guardato qualcosa, o qualcuno, così a lungo da restarne cambiato? Viviamo in un tempo che ci abitua a scorrere, a passare oltre, a non fermarci mai su niente. Vorrei che questo libro, almeno per qualche ora, facesse il contrario: che ti costringesse a restare, a guardare fino in fondo anche quando fa male. È quello che chiedo ogni giorno ai miei ragazzi. Se chiudi il libro e ti viene voglia di alzare gli occhi dal telefono e guardare la vita vera con più attenzione, allora non ho scritto per niente.

Alla fine dell’incontro resta la sensazione di aver parlato non solo di un libro, ma di uno sguardo sul mondo. Mario Macaluso non separa mai lo scrittore dall’insegnante: entrambi, a modo loro, chiedono la stessa cosa- di fermarsi, di guardare fino in fondo, di non voltarsi dall’altra parte. La donna che non esisteva è un romanzo che intrattiene e insieme inquieta, che tiene incollati alla trama mentre semina domande destinate a restare. E forse è proprio questa la sua scommessa più riuscita: ricordarci che, in un tempo che ci allena a scorrere via, la cosa più rivoluzionaria che possiamo ancora fare è fermarci a leggere.

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