Quando l’Europa colta veniva a guardare Cefalù: la stagione dei viaggiatori

C’è stata una stagione precisa in cui l’Europa colta veniva a guardare Cefalù. Un decennio, quello che va dal 1826 al 1836, in cui la città finì nei taccuini di artisti e studiosi provenienti da mezza Europa. Pittori e disegnatori francesi, tedeschi, inglesi che, matita alla mano, si fermavano a ritrarre la Rocca, la Cattedrale, la costa. E che, senza saperlo, stavano consegnando ai posteri le più antiche immagini della città.

Il primo, nel 1826, è un francese: Prosper Barbot. Si ferma fuori città, dalle parti di Santa Lucia, e disegna Cefalù a matita, annotando di suo pugno sul foglio “Céfalu, 18 juin 1826”. Quel foglio oggi è custodito al Museo del Louvre di Parigi. Tre anni dopo, nel 1829, è la volta del tedesco Friedrich Maximilian Hessemer, che apre il suo taccuino davanti al Duomo il 15 giugno. Lo stesso anno Alessio Consalvi dipinge ad acquerello la piazza del Duomo, con la fontana ottocentesca in primo piano.

Si prosegue nel 1830 con un altro tedesco, Carl Anton Joseph Rottmann, autore di una “Vista di Cefalù” oggi al Wallraf-Richartz Museum di Colonia. Nel 1835 Anton Hallmann disegna la piazza il 19 giugno, in un taccuino di viaggio ora conservato alla Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera, mentre Carl Morgenstern dipinge a olio la costa della città.

Nel 1836 arriva un francese di appena ventidue anni, Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc, sbarcato a Palermo il 18 aprile: disegna la facciata della Cattedrale, datando il foglio 23 giugno. Sempre nel 1836 l’inglese George Belton Moore ritrae il Duomo per conto di Henry Gally Knight. In tutto, otto artisti in dieci anni, sette dei quali arrivati da Francia, Germania e Inghilterra.

C’è un dettaglio che colpisce. Di quattro di questi disegni conosciamo il giorno esatto, perché è scritto sul foglio: il 18 giugno 1826, il 15 giugno 1829, il 19 giugno 1835, il 23 giugno 1836. Quattro date su quattro cadono in giugno, e non genericamente: in un arco di appena nove giorni, dal quindici al ventitré. Dieci anni di distanza, quattro uomini diversi, quattro paesi diversi, e sempre la stessa settimana dell’anno.

Non è un mistero, ed è meglio dirlo subito: la spiegazione più semplice è il calendario del viaggio. Chi veniva in Sicilia per studiare sbarcava a Palermo in primavera e girava l’isola prima della canicola estiva. Cefalù stava sulla strada verso Messina, e ci si passava a giugno. Un’ipotesi ragionevole, seppur non documentata: nessuno di loro, per quanto ne sappiamo, spiegò mai perché scelse quel periodo.

C’è un’eccezione, e va detta. George Belton Moore non arrivò in giugno. Gally Knight racconta il viaggio giorno per giorno: giunsero via mare da Tindari, dormirono in una cala tra gli scogli, furono respinti da una burrasca fino alla Marina di Tusa e doppiarono lo spigolo della Rocca solo la mattina del 16 settembre. L’unico ad arrivare a stagione inoltrata è anche l’unico che entrò in cattedrale e ne scrisse per esteso.

Colpisce anche un altro fatto: quasi nessuno di loro guardava la stessa cosa. Barbot coglie il profilo intero, con la Rocca dietro e il vuoto attorno, perché allora Cefalù finiva alla Cattedrale e dopo non c’era più nulla. Morgenstern dipinge la costa. Hessemer, Consalvi, Hallmann e Moore si piazzano in piazza Duomo. Viollet-le-Duc studia la facciata.

Erano gli anni in cui l’archeologia e la storia dell’architettura non esistevano ancora come le intendiamo oggi, e un monumento si studiava disegnandolo. Chi passava di qui col taccuino non stava facendo un souvenir: stava prendendo appunti. E proprio quel ragazzo francese del 23 giugno 1836, Viollet-le-Duc, quarant’anni dopo avrebbe restaurato Notre-Dame a Parigi. Cefalù, in quel decennio, non lo sapeva.

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