Un tempo, alla vigilia della festa del Salvatore, la Cattedrale si accendeva davvero: torce e candele, dentro e fuori, per la sera dei Primi Vespri. Poi quella luce si è spenta, e per generazioni nessuno l’ha più vista. Dal 2022 è tornata — con una regia di luci e musica, e una piazza gremita — ed è diventata una delle sere più attese dell’estate cefaludese. La storia di come ci si è arrivati porta lontano: fino a Caltagirone, fino a Isnello, fino a un baldacchino di stucco a Mazara del Vallo.
Ma partiamo da quello che succede oggi. C’è un momento, la sera del 5 agosto, in cui piazza Duomo smette di essere una piazza e diventa una platea. Finito il Lucernale, la Cattedrale si accende dal basso: prima la gradinata, poi il turniale, poi la facciata, infine le torri. La gente sta col naso all’insù. E a un certo punto, in mezzo alla folla, un gruppo di persone comincia a cantare a mezza voce le strofe della novena in dialetto — quelle che per nove sere sono risuonate davanti all’edicola votiva di via Candeloro, e che solo quella sera escono dal quartiere e arrivano sul chianu. È il dettaglio che spiega meglio di ogni altro perché l’operazione ha funzionato: la lingua è nuova, ma quello che ci si canta dentro è vecchissimo.
Il nome, intanto, è la cosa più singolare di tutte. Addumari, in siciliano, vale “allumare, accendere, far luce”, e addumata significa semplicemente “accesa”; alla radice c’è il latino adluminare. Quindi non “chiesa illuminata” nel senso moderno, tecnico, elettrico: chiesa accesa, con dentro la concretezza del fuoco vivo. E qui arriva la sorpresa: cercando quell’espressione in giro per la Sicilia non la si trova da nessun’altra parte. Nessun altro comune dell’isola chiama così la luce della vigilia. Tutti dicono luminaria. Cefalù no. Non è un dettaglio da eruditi: è l’indizio da cui parte tutto il resto.
A Cefalù la vigilia si accende sempre
Perché l’addumata non è un episodio isolato, è la voce più monumentale di un sistema. Cefalù accende una luce ogni volta che c’è una vigilia importante, e quasi sempre nello stesso punto. Il 18 marzo, vigilia di San Giuseppe, dopo la Liturgia in Cattedrale si rinnova la Vampa: la fiamma si alza da un braciere posto in cima alla gradinata del Duomo, e mentre brucia si offrono le sfinci, per cura della Confraternita di San Giuseppe. Nella versione antica era una festa di ragazzi, che giravano per le vanedde a raccogliere legna, mobili vecchi, assi e tavole, e ballavano intorno alle fiamme saltando sulle braci al grido di “Viva San Giuseppe”, mentre le vecchie facciate delle case si accendevano del riverbero del fuoco. È la stessa struttura dell’addumata — vigilia, liturgia in Cattedrale, fuoco sulla gradinata, cibo devozionale — al punto che il 5 agosto e il 18 marzo sono lo stesso rito con due combustibili diversi. E non finisce lì: per l’ottava del Corpus Domini usciva ogni sera la processione col Santissimo, e nella giornata dei pescatori i piscatura sfilavano coi figli appresso, con stendardi di stoffa di vari colori e grossi ceri accesi. Per la festa del Salvatore le luminarie correvano lungo tutto il tragitto della processione, e la strada della marina era illuminata a festa dalle lampare dei pescatori, grati al SS. Salvatore per la protezione in mare; la grande croce sulla Rocca, eretta nel 1925, fu illuminata per la prima volta nel 1932 proprio in occasione della festa del SS. Salvatore, e fino al 2012 restava accesa soltanto per i festeggiamenti patronali. Rocca, Duomo, Marina: tre quote, una sola liturgia della luce.
Detto questo, va corretta una cosa che si ripete spesso, e cioè che l’addumata sia parente delle vampe che si accendono nei paesi vicini alla vigilia delle feste. È un accostamento suggestivo, ma non regge. Il ciclo siciliano del fuoco è stato studiato a fondo da Ignazio E. Buttitta in Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco nelle feste siciliane, e ha un calendario preciso: roghi, falò e fiaccolate si accendono la vigilia dell’Immacolata, di Santa Lucia, di Natale, di Capodanno, di Sant’Antonio Abate, poi a Carnevale, per San Giuseppe, il Venerdì Santo; e gran parte di queste celebrazioni si susseguono da novembre alla Quaresima, da prima del solstizio d’inverno fino all’equinozio di primavera. È un ciclo invernale. L’addumata è il 5 agosto: non ci sta dentro. La sua famiglia è un’altra, e ha un capostipite illustre.
Il gemello si chiama Caltagirone
A Caltagirone, per la festa di San Giacomo, la monumentale Scala di Santa Maria del Monte si accende — e non il giorno del patrono, ma la sera prima: la Scala si illumina il 24 luglio, sera dei Primi Vespri solenni, e la processione del simulacro è il 25. Esattamente come a Cefalù: la luce il 5, la processione il 6. Anche il dispositivo merita di essere raccontato, perché è quello che noi abbiamo perduto. Nel coppo — un cilindro di carta colorata a mano — si mette della sabbia, sopra si posa un piccolo vaso di terracotta con uno stoppino di cotone, poi riempito d’olio d’oliva; i coppi si dispongono già la notte prima, seguendo segni tracciati gradino per gradino, e la sera si accendono uno a uno con un bastoncino di legno. Quel vasetto si chiama luméra, ed è da lì che viene la parola “luminaria”; l’olio si versa con la stagnata, un recipiente di latta dal lungo becco. Servono quintali d’olio, e le fiammelle non vengono spente: si esauriscono da sole. Anche la storia di Caltagirone, però, va letta con attenzione: la versione corrente parla di tradizione secentesca, ma la data che le fonti indicano con precisione è un’altra, il luglio del 1860, quando padre Benedetto Papale diede inizio all’usanza di illuminare la scala con migliaia di lumini in onore del patrono. Una tradizione ottocentesca raccontata come antica: capita spesso, e non toglie nulla alla sua bellezza. È anzi la prova che le tradizioni non sono blocchi immobili — sono cose che qualcuno, a un certo punto, decide di rimettere in piedi. Una differenza però c’è, e ci riguarda: la Luminaria di Caltagirone è riconosciuta nel Registro delle eredità immateriali della Sicilia, mentre a Cefalù nel registro ci sono l’appizzata a bannera, la ‘ntinna, la pasta a taianu, i canti della novena e la processione — ma l’addumata no. Ed è un traguardo che, arrivati a questo punto, si potrebbe cominciare a pensare.
Perché Cefalù ha una parola tutta sua
Torniamo al nome, e chiudiamo il cerchio. A Isnello, la sera della vigilia di Natale, in Piazza Mazzini si accende un grande falò che si chiama luminaria, e in cima alla catasta, sulla cosiddetta ‘ntinna, si colloca un piccolo panettone come simbolo di buon augurio. A Gratteri, le luminarie sono i falò che si accendono la notte del 18 marzo, vigilia di San Giuseppe. A Caltagirone, invece, luminaria sono le lampade a olio. Stessa parola, due riti opposti: nelle Madonie è fuoco, nella Sicilia orientale è lume. Cefalù possiede entrambe le cose — la Vampa a marzo, l’addumata ad agosto, sulla stessa gradinata dello stesso Duomo — ed è l’unico posto che ha dovuto distinguerle; per distinguerle si è tenuta due parole. Il nome unico non è provincialismo: è precisione, imposta da una doppia tradizione.
Quanto alle origini vere, la discendenza è quella degli apparati effimeri barocchi: le prime luminarie erano semplici “parazioni” di legno, alle quali si appendevano bicchieri di vetro con dentro olio e uno stoppino, e in Sicilia questa arte investì tutto, perché gli addobbi effimeri venivano apposti in chiese, cappelle e oratori, ma anche sulle facciate dei palazzi nobiliari, al punto che in quel periodo la città stessa diventa teatro e rappresenta se stessa — tanto che qualcuno arrivò a tradurli in materia durevole, come nel baldacchino in stucco di Antonino Ferraro da Giuliana, del 1600 circa, realizzato per la Trasfigurazione sul monte Tabor nella Cattedrale di Mazara del Vallo: un apparato effimero pietrificato, e proprio sul nostro soggetto. Della versione cefaludese sappiamo, dalle note dell’archivio diocesano, che la sera dei Primi Vespri la Cattedrale veniva illuminata con torce e candele, e che per la festa l’edificio era preparato con i muri tappezzati di drappi, i capitelli rivestiti di seta, le colonne adornate di fiori e una quantità enorme di candele, montate con impalcature per raggiungere le altezze maggiori. E c’è un documento che vale più di tante descrizioni: il 28 marzo 1750 il notaro Nicolò Caruso, che amministrava i finanziamenti della festa del Salvatore, mette a bilancio, tra le altre voci, «luminarie d’oglio e legna». Olio e legna, lumi e fuoco: le due tradizioni cefaludesi già affiancate, già pagate dalla stessa mano, nello stesso festino.
Un’ultima cosa, da lontano. Altrove la luce della vigilia era addirittura un obbligo scritto: a Pisa, per la Luminara di San Ranieri del 16 giugno, esiste una provvisione medievale che paga uno speziale per «candele e lumi fatti il giorno della vigilia della festa del beato Ranieri», e a Gubbio lo statuto del 1338 imponeva ai rappresentanti delle comunità e delle arti di partecipare alla Luminaria della vigilia portando in mano doppieri accesi. Anche Cefalù aveva le sue arti, ordinate una per una nell’ottava del Corpus Domini — mastri nichi, uccera, piscatura, viddani, marinara di rivela, parrini, valantuomini, mastri ranni — e i pescatori sfilavano con i grossi ceri accesi: la luce, qui come là, non era decorazione, era un dovere sociale.
Oggi a chiesa addumata è arrivata alla quinta edizione. Nessuno può dire che sia la continuazione ininterrotta di qualcosa: è una riaccensione, e va detto con orgoglio. Perché una tradizione non muore quando cambia strumenti — muore quando smette di dire qualcosa a chi la guarda. Le torce sono diventate proiettori, i drappi di seta sono diventati una regia di luce, ma il gesto è lo stesso: alla vigilia, prima che il Cristo esca in processione, la città accende la sua chiesa. E il fatto che in piazza, sotto quelle luci nuove, si torni a cantare la novena in dialetto dice che la lingua nuova ha trovato le parole giuste.















