Dal Tabor alla città: il vescovo invita Cefalù al bene comune

Nel giorno della festa del Salvatore, il 6 agosto, solennità della Trasfigurazione, il vescovo di Cefalù Giuseppe Marciante ha rivolto alla città un intenso messaggio al termine della processione, in piazza Duomo. Un discorso che, partendo dall’episodio evangelico del Monte Tabor, si è trasformato in un accorato invito rivolto a tutta la comunità cefaludese a impegnarsi insieme per il bene comune.

Il presule ha aperto il suo intervento con parole di affetto verso i fedeli e i cittadini, ringraziando per la presenza non solo la Municipalità di Cefalù, ma anche quelle di altre città delle Madonie e dei territori limitrofi. Guardando agli otto anni trascorsi come vescovo della diocesi, ha voluto anzitutto ringraziare il Signore per un cammino condiviso, fatto di gioie e ferite, di prove affrontate insieme e di sogni coltivati come comunità.

Al centro della riflessione, l’insegnamento della Trasfigurazione. I discepoli, sul Monte Tabor, avrebbero voluto fermarsi e restare nella luce, ma il Salvatore li spinge a scendere dal monte. La bellezza del Cristo, ha spiegato il vescovo, non serve a isolarsi dal mondo, bensì a illuminare le oscurità della valle, cioè la vita quotidiana con le sue difficoltà. Un messaggio che diventa appello concreto: guardando al Cristo Salvatore, tutti, credenti e uomini di buona volontà, sono chiamati ad allearsi per il bene comune.

Il vescovo ha indicato con chiarezza le priorità: custodire la bellezza del territorio e del creato, coltivare una cultura dell’accoglienza, della legalità e della trasparenza. Proprio nel segno dell’accoglienza si inserisce l’annuncio dell’istituzione, nella chiesa di San Nicola, di una comunità di fedeli indiani, che hanno già iniziato a celebrare la loro Messa in rito siro-malabarese. Un risultato accolto con soddisfazione, nella convinzione che ogni straniero che arriva in città debba essere accolto, amato e rispettato.

Grande spazio è stato dedicato al tema del lavoro e dello spopolamento. Il vescovo ha raccontato di aver interrogato molti giovani sul perché desiderino lasciare la propria terra, ricevendo spesso risposte amare: “Altrove mi trattano meglio, mi danno uno stipendio adeguato, rispettano le mie capacità”, fino al doloroso “Mi sento sfruttato in questa terra”. Da qui l’auspicio che nessuno resti indietro, ai margini della vita civile ed economica, con un pensiero particolare rivolto ai lavoratori e ai giovani.

Non è mancato un momento di raccoglimento e vicinanza. Il presule ha espresso la preghiera della Chiesa cefaludense ai familiari di Giuseppe Longo, ingegnere in pensione trovato morto nella sua abitazione lo scorso maggio, e di Filippo Carollo, professore in pensione morto per un arresto cardiaco sulla banchina di Riva Vittorio Emanuele III il 30 luglio scorso.

Toccante, infine, il ricordo del predecessore, monsignor Francesco Sgalambro, 72° vescovo di Cefalù, di cui l’11 agosto ricorreranno i dieci anni dalla morte. Il vescovo Marciante lo ha ricordato per la sua carità silenziosa, fatta con discrezione e senza clamore, e per la sua luminosa mitezza e umiltà, un’eredità spirituale che appartiene all’intera comunità.

Prima del congedo, un ringraziamento affettuoso ai portatori del fercolo, che hanno faticato lungo il percorso, con la promessa di sistemare per il prossimo anno le luminarie troppo basse. Poi l’affidamento della città, delle famiglie, dei malati, dei giovani e dei lavoratori al Santissimo Salvatore, perché la sua luce continui a trasfigurare i volti e la vita dell’intera comunità. Un invito, quello del vescovo, a scendere dal monte e a tornare nella vita di ogni giorno pronti a testimoniare, con le buone opere, la bellezza contemplata nel giorno della festa.