Sgalambro e il suo giornale diocesano: il vescovo che raccontava il territorio

Ricorre oggi, 11 agosto, il decimo anniversario della morte di monsignor Francesco Sgalambro, vescovo di Cefalù dal 2000 al 2009, scomparso l’11 agosto 2016 a Messina all’età di 82 anni. Tra le tante iniziative che hanno segnato il suo episcopato, ce n’è una che racconta bene la sua idea di Chiesa vicina alla gente: la nascita di un giornale diocesano, strumento di comunicazione, di sensibilizzazione e di valorizzazione del territorio.

Arrivato a Cefalù l’11 giugno 2000, dopo la nomina da parte di papa Giovanni Paolo II, il vescovo si rese subito conto delle difficoltà sociali e logistiche di una diocesi vasta, composta da numerosi comuni e da parrocchie spesso isolate, distribuite tra la costa e le Madonie. Per superare le distanze e tenere unita la comunità, ebbe l’intuizione di dar vita a un mensile diocesano, che divenne rapidamente un importante mezzo di collegamento tra le parrocchie.

Il giornale non fu soltanto un bollettino religioso. Sotto la guida di Sgalambro, divenne uno strumento efficace per raccontare le bellezze e le difficoltà del territorio, per denunciare problemi come l’emigrazione giovanile e per stimolare il cambiamento attraverso la valorizzazione della cultura locale. Un modo concreto per dare voce alle comunità delle Madonie e per mantenere vivo il legame tra la Chiesa e la vita quotidiana dei fedeli.

Ciò che colpiva di questa iniziativa era l’impegno personale del vescovo. Sgalambro, infatti, non si limitava a curare la pubblicazione: si dedicava anche alla distribuzione, facendo in modo che il mensile raggiungesse ogni parrocchia e ogni angolo della diocesi. Un gesto semplice ma significativo, che testimoniava la sua volontà di essere un pastore presente, capace di raggiungere davvero tutti, anche nei luoghi più isolati.

Quella del giornale fu solo una delle molte azioni con cui il vescovo lasciò il segno. Attento alle necessità del territorio, si impegnò a tutto campo: dal sostegno alle famiglie alla promozione del laicato, dal recupero della spiritualità al rinnovo delle strutture ecclesiastiche. Tra le sue opere più significative, il ripristino del diaconato permanente nella diocesi di Cefalù, con l’ordinazione dei primi diaconi nel 2005 dopo ben 775 anni di assenza, e la costruzione della chiesa in contrada Spinito.

Particolarmente sentito era il suo impegno contro lo spopolamento e l’emigrazione giovanile, un fenomeno che minacciava di svuotare le piccole comunità delle Madonie. In molti dei suoi discorsi e articoli, spesso pubblicati proprio sul giornale diocesano, il vescovo sollecitava le istituzioni a intervenire e promuoveva iniziative per valorizzare le risorse umane ed economiche del territorio.

Nel 2009, raggiunti i 75 anni, Sgalambro rinunciò all’incarico come previsto dal diritto canonico, ritirandosi a Messina. Ma il suo legame con Cefalù non si spezzò mai. Alla sua morte, nel 2016, la salma fu tumulata nella cripta della Cattedrale di Cefalù, a simboleggiare l’attaccamento profondo alla sua diocesi.

A dieci anni di distanza, il ricordo di monsignor Sgalambro resta vivo. La sua idea di una Chiesa che comunica, che si mette in ascolto e che racconta il proprio territorio continua a essere un esempio prezioso. E quel giornale diocesano, nato dalla sua intuizione, rimane il simbolo di un pastore che ha saputo unire la fede all’attenzione concreta per la vita e i problemi della sua gente.