Imparare giocando: da Fröbel a Bruner, i pedagogisti che a Polizzi hanno dato ragione al maestro Volanti

A Polizzi Generosa, nel cuore delle Madonie, un maestro elementare metteva in pratica negli anni Sessanta quello che i grandi pedagogisti avevano teorizzato nei decenni precedenti e che altri avrebbero confermato negli anni successivi. Gino Volanti non aveva bisogno di citare i manuali: portava i suoi alunni a giocare a pallone nel corridoio della scuola e, senza saperlo, dava corpo a una delle intuizioni più solide della storia dell’educazione. Il gioco non è una pausa dall’apprendimento. Il gioco è apprendimento.

Le famiglie di Polizzi lo avevano capito prima dei teorici. Il maestro Volanti era cercato, richiesto, atteso: iscrivere un figlio nella sua classe significava affidarlo a qualcuno che aveva un’idea precisa di che cosa dovesse essere la scuola elementare. E quell’idea, negli anni Sessanta, era tutt’altro che scontata.

Friedrich Fröbel e il “giardino dei bambini”

Il primo a dirlo con chiarezza fu il pedagogista tedesco Friedrich Fröbel (1782-1852), fondatore nel 1840 del primo Kindergarten, letteralmente “giardino dei bambini”. Fröbel sosteneva che l’attività ludica fosse la manifestazione più alta e più pura dello sviluppo infantile, non un passatempo da tollerare ma lo strumento naturale con cui il bambino conosce il mondo. Per questo aveva ideato i suoi “doni”: sfere, cubi, cilindri con cui i piccoli costruivano, smontavano, sperimentavano.

L’intuizione di Fröbel ribaltava la scuola del suo tempo, fatta di banchi rigidi e memorizzazione. Un secolo e un quarto dopo, in una scuola elementare delle Madonie, il maestro Volanti applicava lo stesso principio dividendo i suoi alunni di prima in sei squadre di calcio e costruendo un campionato che durava tutto l’anno scolastico.

Sei squadre, non due. Una scelta che moltiplicava le partite, le classifiche, gli incontri di ritorno, e che permetteva a ogni bambino di appartenere a un gruppo piccolo abbastanza da contare davvero. Un campionato vero, con il suo calendario, la sua durata, la sua memoria: chi aveva vinto a novembre lo si ricordava ancora a maggio.

Il maglioncino azzurro: la prima rivoluzione, 1965

Nel 1965 il maestro Volanti prese la sua decisione più visibile. Le classi elementari erano allora divise per genere e la sua era una classe di soli maschi. Il grembiule nero, obbligatorio e uguale per tutti, era il simbolo stesso della scuola italiana dell’epoca: uniformava, appiattiva, cancellava le differenze e con esse anche le identità.

Volanti non lo abolì per decreto. Fece qualcosa di più difficile e di più moderno: convocò le famiglie. Le riunì, spiegò, discusse, propose. E insieme ai genitori decise un percorso diverso. Al posto del grembiule, un maglioncino azzurro confezionato appositamente per la classe, con strisce tricolori al collo, alle maniche e al busto.

Ogni mattina i bambini arrivavano a scuola con quel maglioncino. Dentro l’edificio scolastico era un segnale immediato, riconoscibile, dirompente: quella classe era diversa. Non superiore, diversa. Aveva scelto qualcosa insieme, famiglie comprese, e lo portava addosso.

John Dewey: si impara facendo

Il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey (1859-1952) portò l’idea su un piano ancora più ampio. Con il suo learning by doing – si impara facendo – Dewey affermava che la conoscenza nasce dall’esperienza diretta e che la scuola deve essere una comunità in miniatura, un luogo dove il bambino vive relazioni reali e non solo nozioni. Nella Scuola-Laboratorio di Chicago, aperta nel 1896, Dewey coinvolgeva anche i genitori come parte attiva del progetto educativo.

È esattamente quello che accadde a Polizzi con l’assemblea sul grembiule. E la dimensione comunitaria si ritrovava ogni giorno nelle squadre, che non erano gruppi casuali ma piccole società con regole, responsabilità, obiettivi condivisi.

Le 12:00 e il corridoio

Il metodo Volanti aveva un orario. La mattina si studiava, con ritmo e serietà. Alle 12:00 la lezione si interrompeva e cominciava il calcio. Non “dopo la scuola”, non “se avanza tempo”: dentro l’orario scolastico, come parte del programma.

Il campo era il corridoio, quello su cui affacciavano le altre aule. E qui arriva il passaggio più sorprendente dell’intera vicenda. Il maestro chiedeva ai suoi alunni una cosa sola: giocare in silenzio, senza disturbare le altre classi.

Una richiesta che, detta così, sembra impossibile. Bambini di sei o sette anni, un pallone, un corridoio. Eppure funzionava. La consegna diventava parte del gioco stesso, anzi ne diventava la sfida più difficile: vincere la partita e non farsi sentire. L’autocontrollo smetteva di essere un divieto imposto dall’alto e diventava una regola interna, accettata, quasi sportiva. I bambini imparavano il rispetto degli altri non perché qualcuno lo predicava, ma perché era la condizione per continuare a giocare.

Maria Montessori e la libertà dentro le regole

Maria Montessori (1870-1952), la pedagogista italiana più conosciuta al mondo, aveva costruito il suo metodo attorno all’idea che il bambino apprende attraverso l’attività libera in un ambiente preparato. Il “lavoro” montessoriano non è imposizione ma scelta, e il maestro non è un trasmettitore di contenuti: è una guida che predispone le condizioni.

Montessori insisteva sulla disciplina interiore, quella che nasce dall’attività scelta e non dalla minaccia della punizione. Il silenzio – che nelle sue classi era un vero e proprio esercizio – era per lei una conquista, non un’imposizione. Il corridoio silenzioso di Polizzi Generosa ne è una versione siciliana e imprevista.

I premi: studio e campo sullo stesso piano

Il maestro Volanti premiava. Consegnava riconoscimenti ai suoi alunni per le vittorie nel campionato, ma anche per il raggiungimento di obiettivi scolastici. I due piani non erano separati e non erano in competizione: chi migliorava in classe riceveva la stessa attenzione di chi segnava.

Era un modo per dire ai bambini che studiare e giocare appartenevano allo stesso mondo, che l’impegno era impegno ovunque lo si mettesse. Nessuna gerarchia tra la materia “seria” e il momento “leggero”.

Jean Piaget e Lev Vygotskij: il gioco costruisce la mente

Lo psicologo svizzero Jean Piaget (1896-1980) dimostrò che il gioco simbolico e il gioco di regole accompagnano precise tappe dello sviluppo cognitivo. Intorno ai sei-sette anni – proprio l’età dei bambini di prima elementare – il bambino entra nella fase del gioco con regole condivise, che gli permette di uscire dall’egocentrismo e di accettare il punto di vista dell’altro. Piaget studiò a lungo il modo in cui i bambini negoziano e fanno rispettare le regole nei loro giochi, e vi riconobbe la nascita del senso morale.

Il russo Lev Vygotskij (1896-1934) andò oltre: nel gioco, scriveva, il bambino si comporta sempre al di sopra della propria età media, come se fosse più grande di quanto sia. Il gioco crea quella che Vygotskij chiamava “zona di sviluppo prossimale”, lo spazio in cui il bambino riesce a fare, con il sostegno di altri, ciò che da solo non saprebbe ancora fare.

Il campetto fuori dalla scuola

Il corridoio non bastava. Fuori dall’edificio scolastico c’era uno spazio, e il maestro Volanti decise di trasformarlo. Lo fece con i suoi alunni: livellarono il terreno, sistemarono l’area, collocarono due porte da calcio. Un campetto vero, costruito con le proprie mani.

Quando il tempo lo permetteva, la classe scendeva lì. E lì cambiava qualcosa di importante: c’era spazio anche per chi non giocava. Nel corridoio erano tutti dentro la partita; sul campetto nascevano il pubblico, il tifo, l’incoraggiamento. Anche stare fuori dal campo diventava un ruolo, non un’esclusione.

Le giornate a Santo Pietro

Poi c’erano le giornate speciali. Il maestro Gino portava la sua classe in contrada Santo Pietro, dove si apriva uno spazio erboso bellissimo, lontano dalle aule e dai corridoi. Lì i bambini si dividevano in due squadre e si affrontavano a suon di gol, tra le corse nel verde e il divertimento di una giornata intera all’aria aperta.

Erano uscite che oggi chiameremmo outdoor education e che allora, semplicemente, erano il modo in cui un maestro delle Madonie faceva scuola. La natura come aula, il territorio come strumento didattico: un’idea che le istituzioni scolastiche italiane avrebbero riscoperto e codificato molti anni dopo.

Jerome Bruner e la scoperta

Jerome Bruner (1915-2016), psicologo americano tra i più influenti del Novecento, teorizzò l’apprendimento per scoperta: il bambino non riceve passivamente il sapere, lo costruisce attivamente, guidato da un adulto che gli fornisce impalcature temporanee – lo scaffolding. Bruner insisteva anche sulla motivazione intrinseca, sul fatto che si impara meglio ciò che si desidera imparare.

E scrisse che il gioco è un’occasione unica perché consente di provare, sbagliare e riprovare senza che l’errore abbia conseguenze gravi: una palestra protetta per la mente. Lo storico olandese Johan Huizinga (1872-1945), nel saggio Homo ludens del 1938, sostenne che il gioco precede la cultura e ne è il fondamento: diritto, arte, poesia, filosofia nascono tutti da una struttura ludica. Un’affermazione che restituisce dignità piena a ciò che spesso viene liquidato come ricreazione.

L’incidente sulla neve e le lacrime dei bambini

La prova più convincente del valore di quel metodo arrivò il giorno in cui venne a mancare. Era una giornata di neve forte, come le Madonie ne conoscono bene. Il maestro Volanti stava andando a scuola quando l’auto sbandò sul manto ghiacciato e finì fuori strada. Nell’urto riportò la frattura della tibia. Non poté più raggiungere l’aula per settimane.

Arrivò un supplente. E i bambini piansero. Non per capriccio: perché con il supplente la scuola tornava a essere quella di tutti gli altri, senza le 11.30, senza le squadre, senza le partite silenziose nel corridoio, senza Santo Pietro. Attesero il rientro del maestro con ansia, chiedendo notizie, contando i giorni.

Quando Gino Volanti tornò in classe, per loro fu festa.

Dalle Madonie a Cefalù, una lezione ancora attuale

Oggi le scuole di Cefalù e dei comuni delle Madonie lavorano su outdoor education, apprendimento cooperativo, sport come strumento didattico e coinvolgimento delle famiglie nei progetti educativi. Sono le stesse idee che un maestro elementare portava avanti a Polizzi Generosa più di sessant’anni fa, con i mezzi che aveva e la convinzione che l’educazione passi anche – e soprattutto – dalla gioia.

Fröbel, Dewey, Montessori, Piaget, Vygotskij, Bruner, Huizinga: nomi che il maestro Volanti non citava mai ai suoi alunni. Ma nel corridoio di quella scuola, ogni mattina alle 12:00, avevano tutti ragione.