C’è un’Italia che attira giovani con la laurea in tasca e un’Italia che li lascia partire senza riuscire a sostituirli. La linea di frattura corre lungo la penisola e i numeri elaborati dal centro studi della Cgia di Mestre sui dati Istat la disegnano con precisione: nel quinquennio compreso tra il 2019 e il 2024 la Lombardia ha messo a segno un saldo positivo di 9.076 giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, mentre la Sicilia ne ha persi 2.994.
Due Italie a confronto
Il divario non riguarda soltanto le due regioni agli estremi della classifica. Il Nord Ovest nel suo complesso chiude il quinquennio con un attivo di 12.817 giovani laureati, il risultato migliore dell’intero Paese. Il Centro segue con un saldo positivo di 5.849 unità, trainato dal Lazio (+3.286) e dalla Toscana (+2.667). Più contenuto il bilancio del Nord Est, che si ferma a +2.346: qui l’apporto dei laureati stranieri non riesce a coprire del tutto le partenze degli italiani in Veneto (-671), Trentino-Alto Adige (-288) e Friuli-Venezia Giulia (-226), mentre l’Emilia-Romagna registra un risultato nettamente positivo (+3.531).
Il Mezzogiorno è l’unica macroarea a restare in rosso, con una perdita complessiva di 11.419 laureati. La Campania guida questa classifica al contrario con -3.762, seguita dalla Sicilia con -2.994 e dalla Puglia con -2.581.
Il meccanismo della compensazione
Per capire come si formano questi numeri bisogna guardare a due flussi distinti. Il primo riguarda i giovani italiani laureati che lasciano il Paese: tra il 2019 e il 2024 sono stati poco più di 78 mila, un dato che accomuna tutte le regioni, nessuna esclusa. A fronte di 35.781 iscrizioni anagrafiche dall’estero si contano infatti 114.028 cancellazioni.
Il secondo flusso è quello dei giovani laureati stranieri che scelgono l’Italia: quasi 99 mila iscrizioni contro 11 mila cancellazioni, per un guadagno netto di 87.840 unità. È questa componente a ribaltare il segno del bilancio nazionale, che si chiude con un attivo di 9.593 giovani laureati.
La differenza tra Nord e Sud sta proprio qui. Nelle regioni settentrionali e centrali l’arrivo di laureati stranieri non solo copre le partenze degli italiani, ma produce un avanzo. Nel Mezzogiorno lo stesso flusso attenua la perdita senza riuscire a colmarla. La Sicilia riceve laureati dall’estero, ma in quantità insufficiente rispetto a quanti giovani formati escono dall’Isola.
Da dove arrivano i nuovi laureati
I giovani laureati stranieri che trasferiscono la residenza in Italia provengono per oltre un terzo dall’Asia, per il 27,6% dall’Europa e per il 17,8% dal Sud America. Si tratta di persone con almeno una laurea triennale, nella stessa fascia d’età 25-34 anni presa in esame per gli italiani.
La loro destinazione, però, non è casuale. Si concentrano dove esistono opportunità occupazionali, università attrattive, poli produttivi e servizi. È il motivo per cui la Lombardia da sola vale quasi il totale del saldo positivo del Nord Ovest.
Le partenze crescono
Il dato che accompagna questa geografia è l’aumento costante degli espatri. Le cancellazioni anagrafiche verso l’estero di giovani laureati italiani sono passate da 16.615 nel 2019 a 25.552 nel 2024, con una crescita del 53,8%. Il saldo migratorio annuale degli italiani laureati è peggiorato da -10.632 a -20.711 nello stesso arco di tempo.
La Cgia di Mestre invita comunque a rapportare questi numeri alla popolazione di riferimento. Al primo gennaio 2025 in Italia si contavano poco più di 1,8 milioni di italiani laureati tra i 25 e i 34 anni: i 20.711 partiti nel 2024 rappresentano circa l’1,1% del totale. Considerando l’intera popolazione italiana della stessa fascia d’età, oltre 5,2 milioni di persone al netto degli stranieri, l’incidenza scende allo 0,4%.
Cosa resta al Sud
L’associazione degli artigiani e delle piccole imprese sostiene che la narrazione della “fuga di cervelli” sia parziale, perché guarda solo a chi parte senza contare chi arriva. A livello nazionale l’osservazione regge. Ma la lettura territoriale racconta un’altra storia: il saldo positivo italiano è costruito quasi interamente al Nord e al Centro, mentre il Sud continua a esportare giovani qualificati senza ricevere un ricambio equivalente.
Per la Sicilia questo significa che quasi tremila giovani con una laurea, in cinque anni, hanno spostato altrove non solo la propria residenza ma anche le competenze acquisite, spesso dopo un percorso di studi finanziato dalle famiglie e dal sistema pubblico regionale. Un capitale umano che si forma sull’Isola e produce valore da un’altra parte.














