AfD trionfa in Sassonia: perché il voto tedesco fa paura a tutta l’Europa

La vittoria di Alternative für Deutschland alle elezioni regionali in Sassonia non è una notizia che riguarda solo la Germania. In uno dei Land orientali il partito di estrema destra non si è limitato a vincere: ha dominato, con un risultato così netto da trasformare un voto locale in un messaggio politico rivolto a Berlino e a tutte le capitali europee. E nelle ore successive allo spoglio, nelle cancellerie del continente, la domanda che circola è una sola: cosa succede se un Paese che l’Europa ha spinto a riarmarsi finisce nelle mani di chi non condivide i valori della democrazia?

Per capire perché il voto in Sassonia pesa tanto bisogna guardare a quello che è accaduto negli ultimi anni. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Bruxelles e Washington hanno chiesto alla Germania di assumersi responsabilità maggiori sulla difesa. Berlino ha risposto con un fondo straordinario da 100 miliardi di euro per modernizzare la Bundeswehr, con un aumento costante della spesa militare e con un ruolo strategico nuovo, che il Paese aveva evitato per decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Quel riarmo è stato pensato come una risposta tecnica a una minaccia esterna. Nessuno, o quasi, si è chiesto cosa sarebbe successo se il quadro politico interno fosse cambiato.

È il punto sollevato dal politologo Herfried Münkler, uno dei più ascoltati in Germania, secondo cui si sta costruendo un esercito che un giorno potrebbe essere gestito da un governo che non condivide i valori della Repubblica Federale. Una frase che, dopo il risultato sassone, non suona più come un’ipotesi accademica.

L’AfD è un partito nato nel 2013 su posizioni euroscettiche e cresciuto negli anni soprattutto nell’Est del Paese, dove la disoccupazione, lo spopolamento e il senso di abbandono rispetto alle regioni occidentali hanno alimentato il consenso. In diversi Land i servizi segreti tedeschi ne monitorano alcune sezioni come sospette di estremismo. Il successo in Sassonia arriva dopo anni in cui i partiti tradizionali hanno provato a isolarlo con il cosiddetto cordone sanitario, rifiutando qualsiasi alleanza. Quel muro regge ancora a livello nazionale, ma il voto dimostra che una parte crescente degli elettori non lo considera più un ostacolo.

Chi guarda alla storia trova paralleli inquietanti. Nel 1930 i nazisti erano una forza marginale, nel 1932 erano il primo partito, nel 1933 governavano. La Germania del 2026 non è quella del 1933 e nessuno sostiene il contrario, ma la dinamica che porta un Paese a cambiare volto in pochi anni è sempre la stessa: crisi economica, istituzioni delegittimate, ricerca di un nemico interno, culto della forza e progressiva normalizzazione di idee che fino a poco prima erano considerate inaccettabili.

Il timore è che il voto sassone acceleri una corsa al riarmo già in atto in tutta Europa. La Polonia punta a costruire il più grande esercito terrestre del continente, la Francia spinge per una difesa europea autonoma, l’Italia aumenta la spesa militare, Finlandia e Svezia, entrate nella Nato, stanno potenziando le loro forze armate. La presidente della Commissione europea ha parlato di una “nuova normalità” che gli europei devono accettare. È un clima che ricorda gli anni Venti e Trenta, quando ogni Paese si armava dicendo di volersi difendere dal vicino.

Non tutti condividono questa direzione. Papa Leone XIV, nel discorso alla Sapienza, ha chiesto di non chiamare difesa un riarmo che aumenta le tensioni, toglie risorse a scuola e sanità e arricchisce chi non ha a cuore il bene comune. Nell’enciclica Magnifica Humanitas ha denunciato la normalizzazione della guerra e ha descritto la diplomazia come “carità pensante”, l’unica strada per evitare che la paura diventi il linguaggio della politica.

La Sassonia, insomma, è un avvertimento. Dice che la democrazia europea è più fragile di quanto si pensasse e che le armi non sono mai neutrali: dipendono da chi le comanda. Se chi le comanda non crede nella democrazia, è la democrazia stessa a essere in pericolo. L’Europa può ancora scegliere una strada diversa, ma il tempo per farlo, come insegna proprio la storia tedesca, non è mai molto.

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