Don Pino Puglisi, 33 anni dopo: Brancaccio è diventata la parrocchia che lui sognava

Il 15 settembre 1993 don Pino Puglisi compiva 56 anni. Quella sera, davanti al portone di casa a Brancaccio, un sicario di Cosa Nostra gli sparò alla nuca. Trentatré anni dopo, il quartiere della periferia sud-est di Palermo dove il sacerdote aveva scelto di vivere e lavorare non è più soltanto il luogo di un delitto di mafia. È diventato, pezzo dopo pezzo, la comunità che don Pino aveva in mente quando arrivò come parroco di San Gaetano.

A raccontarlo è Maurizio Artale, presidente del Centro Padre Nostro, l’associazione che Puglisi fondò nel 1991 e inaugurò nel 1993, pochi mesi prima di essere ucciso. Il Centro nacque per togliere i ragazzi dalla strada, offrire loro un’alternativa alla manovalanza mafiosa e dare ai bambini del quartiere ciò che a Brancaccio mancava: un doposcuola, un cortile, qualcuno che si prendesse cura di loro. Oggi, secondo Artale, quel progetto lento e silenzioso ha prodotto frutti che nemmeno i più ottimisti avrebbero immaginato.

La cosa che colpisce, nel ricordo di chi ha raccolto la sua eredità, è che don Pino non fu mai un prete “antimafia” nel senso che si dà comunemente a questa parola. Non organizzava cortei, non faceva proclami, non aveva la scorta. Il suo modo di combattere Cosa Nostra era occuparsi delle cose concrete: l’acqua che non arrivava nelle case, la scuola media che non c’era, gli asili nido inesistenti. Apriva le porte a tutti, compresi quelli che non condividevano la sua fede, e si faceva trovare nel momento del bisogno. Era una presenza discreta, quasi invisibile, ma proprio per questo pericolosa per i clan. Un uomo che si radica in un territorio e ne diventa il punto di riferimento sottrae alla mafia il controllo delle persone.

Il quartiere di oggi risponde a quella storia con i fatti. La scuola media che don Pino chiedeva con insistenza esiste e funziona. Gli asili nido sono in costruzione. Accanto al Centro sono nati un centro per anziani, uno spazio di aggregazione per ragazzi e minori e un centro polivalente che accoglie madri vittime di abusi e maltrattamenti. Ogni struttura copre una mancanza che il sacerdote aveva già individuato negli anni Novanta. Artale usa un’immagine evangelica: il chicco di grano che cade in terra e sembra morire, e invece dà molto frutto.

C’è poi un aspetto meno conosciuto del lavoro di don Pino: l’attenzione per chi è in carcere. Alla vigilia del Natale 1992 scrisse una lettera ai detenuti dell’Ucciardone. Diceva loro di sapere degli errori commessi e del percorso di espiazione che stavano affrontando, ma prometteva che i volontari sarebbero andati a trovarli e che, una volta usciti, avrebbero trovato le porte del Centro aperte. Quel servizio esiste ancora oggi ed è uno dei modi con cui Brancaccio prova a spezzare il circuito che riporta tante persone, appena libere, negli stessi ambienti da cui venivano.

Artale don Pino lo vide una sola volta, durante una processione eucaristica nel 1993, con l’ostensorio e il baldacchino. Non si scambiarono nemmeno uno sguardo. Qualche mese dopo arrivò la notizia dell’omicidio, e con essa la comprensione di chi fosse quell’uomo. Da allora chi lavora al Centro Padre Nostro non si considera un semplice operatore sociale, ma qualcuno che continua una missione. Senza l’esempio di Puglisi, dice Artale, nessuno dei servizi nati a Brancaccio negli ultimi decenni sarebbe stato possibile.

L’anniversario è stato ricordato anche da Liana D’Angelo, che sulla sua pagina Facebook ha dedicato a don Pino Puglisi il suo monologo. Il video si può vedere qui: https://fb.watch/v/3kmHS18kk/

Nel pomeriggio di oggi, 15 settembre, la Cattedrale di Palermo ospita la celebrazione per il 33° anniversario del martirio, presieduta dal cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli.