Il calcio italiano perde uno dei suoi campioni più grandi. Sandro Mazzola è morto nella notte tra venerdì e sabato, poco dopo la mezzanotte, all’età di 83 anni. La notizia è stata comunicata dall’Inter, la società con cui ha vissuto tutta la carriera da calciatore e buona parte di quella da dirigente. Il club nerazzurro lo ha salutato con parole semplici e definitive: bandiera eterna.
Mazzola non è stato soltanto un grande giocatore. Per l’Inter è stato un simbolo assoluto, entrato nel club da bambino e mai più uscito. In diciassette stagioni con la maglia nerazzurra ha collezionato 565 partite ufficiali e 158 gol, vincendo quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale italiana ha giocato 70 partite, segnando 22 gol, ha vinto l’Europeo del 1968 e ha raggiunto la finale del Mondiale del 1970, persa contro il Brasile di Pelé.
Il figlio di Valentino
La storia di Sandro Mazzola comincia da una tragedia. Aveva sei anni quando suo padre Valentino, capitano e leggenda del Grande Torino, morì nella sciagura aerea di Superga del 1949. Il piccolo Sandro non capiva perché la gente lo abbracciasse e gli passasse le mani sulla testa. Di suo padre ha conservato per tutta la vita un ricordo costruito sui racconti degli altri, un fardello pesante da portare e allo stesso tempo una spinta a diventare grande.
A crescerlo, calcisticamente, furono due uomini dell’Inter. Benito Lorenzi, attaccante nerazzurro che aveva ricevuto aiuto da Valentino in Nazionale, si presentò a casa dei Mazzola con scarpe e pallone e prese sotto la sua ala Sandro e il fratello Ferruccio. I due bambini diventarono le mascotte dell’Inter e prima delle partite entravano a San Siro in divisa. Poi arrivò Giuseppe Meazza, che lo allenò nelle giovanili e gli insegnò i segreti del mestiere sui campi di Rogoredo.
L’esordio nel 9-1 di Torino
Il debutto in prima squadra fu una delle pagine più strane della storia del calcio italiano. Il 10 giugno 1961 si doveva ripetere Juventus-Inter, una partita decisiva per lo scudetto sospesa mesi prima per motivi di ordine pubblico. Il presidente nerazzurro Angelo Moratti, in polemica con la Federazione, decise di mandare in campo i ragazzi della Primavera. Sandro, che quella mattina aveva tre interrogazioni a scuola, raggiunse i compagni a Torino in taxi. La Juventus vinse 9-1, ma il diciottenne Mazzola segnò su rigore. A fine partita Giampiero Boniperti gli disse una frase che si sarebbe sentito ripetere per tutta la vita: sei degno di tuo padre.
La Grande Inter e la notte di Vienna
Dalla stagione 1962-63 Helenio Herrera lo inserì stabilmente in prima squadra e cominciò l’epopea della Grande Inter. Attaccante secco e velocissimo, dotato di una tecnica raffinata, Mazzola era l’uomo ideale per una squadra costruita per difendersi e ripartire. La consacrazione arrivò il 27 maggio 1964 al Prater di Vienna, nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Di Stefano e Puskas. Mazzola segnò due gol nel 3-1 finale e a fine partita Puskas gli regalò la propria maglia, ripetendogli quelle stesse parole di Boniperti. Sandro, a ventun anni, pianse pensando a Valentino.
Negli anni successivi il suo nome è rimasto legato a tutte le grandi vittorie nerazzurre: i gol all’Independiente nelle due Coppe Intercontinentali, la rete pesantissima nella semifinale di Liverpool del 1965, il gol in Inter-Lazio del 1966 che regalò al club la prima stella. Nel 1965 fu capocannoniere della Serie A con 17 gol e resta l’unico italiano ad aver vinto la classifica marcatori della Coppa dei Campioni. Nel 1971 arrivò secondo nel Pallone d’Oro dietro a Johan Cruijff.
La rivalità con Rivera
La sua carriera in azzurro fu segnata dal confronto con Gianni Rivera, la bandiera del Milan. Due giocatori diversissimi per stile di gioco e di vita, protagonisti di quasi vent’anni di derby e della famosa staffetta al Mondiale messicano del 1970, quando il commissario tecnico Valcareggi li alternava nei due tempi. Anche l’ultima partita di Mazzola fu contro Rivera: la finale di Coppa Italia del 3 luglio 1977, persa 2-0 contro il Milan.
Il dirigente e l’uomo
Chiusa la carriera in campo, Mazzola è rimasto all’Inter come dirigente per undici anni, in due riprese. Contribuì all’arrivo di Walter Zenga dalla Sambenedettese e, soprattutto, del brasiliano Ronaldo nel 1997. Ha lavorato anche per Genoa e Torino ed è stato a lungo commentatore televisivo, sempre riconoscibile per i baffi e per la voce affabile con cui raccontava gli aneddoti della Grande Inter.
Negli ultimi anni continuava a frequentare la sede nerazzurra e il centro sportivo di Appiano Gentile, dove parlava volentieri con i giocatori di oggi. Nel maggio 2024, in occasione della festa per il ventesimo scudetto, era stato celebrato in campo con i vecchi compagni Bedin e Cappellini. Sposato a ventun anni con Graziella, ha avuto tre figli.
Diceva spesso di avere un solo desiderio: essere ricordato come un bravo uomo, uno che se la gioca anche quando vincere è impossibile, come quel giorno a Torino nel 9-1. È esattamente così che il calcio italiano lo ricorderà.















