Cefalù disegnata dagli stranieri: da Ducros a Escher, un secolo e mezzo di sguardi sul Duomo

Se si mettono in fila, anno dopo anno, le immagini di Cefalù conservate nei musei europei e americani, viene fuori una cosa che nessuna guida racconta. Per centotrenta anni, dal primo Ottocento agli anni Trenta del Novecento, la città è stata un appuntamento fisso per chi viaggiava con un taccuino in tasca. Pittori, architetti, scrittori, professori di accademia: gente che arrivava da Parigi, da Francoforte, da Londra, da Hannover, da Losanna, dall’Olanda, si fermava un giorno o poche ore, disegnava il Duomo e la Rocca, e ripartiva. Quei fogli oggi stanno al Louvre, allo Städel, a Colonia, a Yale, a Washington. Quasi nessuno sta a Cefalù.

Il più antico è anche il più strano. Intorno al 1800 lo svizzero Louis Ducros dipinge un grande foglio chiamato “Tempesta notturna a Cefalù”, oggi al Museo cantonale di Losanna: un mare in burrasca, una barca che va a sfasciarsi sugli scogli, una rupe con un edificio spaccato da un fulmine, un castello che sembra galleggiare nel cielo. Il museo stesso ammette che non esiste alcuna prova che Ducros sia mai stato in Sicilia. La prima Cefalù dipinta potrebbe essere una Cefalù immaginata.

Poi cominciano quelli che ci sono venuti davvero. Nel giugno 1826 il francese Prosper Barbot si mette fuori città, dalle parti di Santa Lucia, e traccia a matita una veduta in cui l’abitato finisce esattamente alla cattedrale e tutto il resto è campagna: il foglio, firmato e datato, è al Louvre. Tre anni dopo, nel giugno 1829, Friedrich Maximilian Hessemer, che insegnerà alla Städelschule di Francoforte e aveva studiato in Egitto per capire gli archi orientali, disegna il Duomo con una precisione da architetto; lo stesso anno Alessio Consalvi acquerella la piazza con la fontana. Nel 1830 il bavarese Carl Rottmann dipinge una veduta d’insieme, oggi al Wallraf-Richartz di Colonia, che è forse l’immagine più romantica mai fatta della città. Nel 1835 arrivano il pittore Carl Morgenstern e l’architetto Anton Hallmann, il cui taccuino è alla Biblioteca di Stato di Monaco. Nel giugno 1836 è la volta di Eugène Viollet-le-Duc, il futuro restauratore di Notre-Dame, che ferma la facciata in un disegno datato al giorno. Nel 1836 sbarca dal mare Henry Gally Knight, l’inglese che con le sue tavole farà conoscere l’architettura normanna di Sicilia a tutta l’Europa, e trova la cattedrale “perfetta e intatta in tutte le sue parti principali”. Nel 1847 passa Edward Lear, e delle sue tre vedute una è oggi allo Yale Center for British Art. Nel 1848 Friedrich Osten, giovane professore di Hannover, acquerella la piazza con la fontana e le torri.

È un decennio e mezzo straordinario, e poi la corrente rallenta. Nella seconda metà dell’Ottocento arrivano le xilografie delle riviste illustrate, le vedute dal mare del 1876 e del 1889, le due tavole delle “Cento città d’Italia” del 1892, e nel 1892 il giornalista Gustavo Chiesi che dedica a Cefalù otto pagine della sua “Sicilia illustrata” con un’incisione dei mosaici dell’abside. Nel 1898 l’architetto inglese George Hubbard pubblica sulla rivista della Society of Antiquaries di Londra le sue note sulla cattedrale. Ma il taccuino a mano, quello del viaggiatore che si siede e disegna, sembra passato di moda.

Non è così. Nel 1930 l’ungherese Károly Patkó dipinge una Cefalù. E nella primavera del 1932 arrivano insieme due amici, uno svizzero e uno olandese. Lo svizzero è Giuseppe Haas-Triverio, che tornerà a dipingere Cefalù per un decennio. L’olandese è Maurits Cornelis Escher, che pochi mesi dopo, nel dicembre 1932, trasforma il suo schizzo in una litografia intitolata “Cattedrale di Cefalù, Sicilia”, oggi alla National Gallery of Art di Washington e alla National Gallery of Canada di Ottawa.

Con Escher la serie si chiude e cambia segno. Tutti quelli venuti prima di lui si erano messi in basso: sulla spiaggia, sulla piazza, dalla campagna di Santa Lucia, dal mare. Guardavano il Duomo dal davanti, con le due torri che salgono e la Rocca che fa da fondale. Escher si mette in alto e guarda giù: la cattedrale vista quasi a volo d’uccello, i tetti di tegole tutt’intorno, la riga del mare in cima al foglio. È lo sguardo di un altro secolo, quello che di lì a poco produrrà le scale che salgono e scendono insieme, ed è applicato per la prima volta a un monumento di Cefalù.

Messe in fila, queste immagini raccontano una città che cambia poco. Per Barbot nel 1826 e per Escher nel 1932 il soggetto è lo stesso: il Duomo, la Rocca, il mare. Quello che cambia è chi guarda, da dove, e con quale idea in testa: il sublime e la tempesta per Ducros, l’architettura normanna da catalogare per Hessemer, Viollet-le-Duc e Gally Knight, il pittoresco per Rottmann e Lear, la geometria per Escher. Cefalù è rimasta ferma al centro e ha lasciato che l’Europa le girasse intorno.

Di tutto questo, in città, si vede pochissimo. Il Museo Mandralisca conserva “Alba a Cefalù” di Francesco Bevelacqua e l’acquerello di Teodoro Duclère del 1856, e sono le sole opere della serie che stanno dove sono state pensate. Tutte le altre sono lontane, nei depositi di grandi musei, consultabili in rete ma non sotto le torri che ritraggono. Una mostra che le riunisse, anche solo in riproduzione, dal foglio di Losanna alla litografia di Washington, racconterebbe di Cefalù qualcosa che nessun’altra città siciliana può raccontare con la stessa continuità: centotrenta anni di sguardi, uno dietro l’altro, sullo stesso edificio.

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