Tra le opere di Maurits Cornelis Escher conservate nei musei di mezzo mondo ce n’è una che porta nel titolo il nome della nostra città. Si chiama “Cattedrale di Cefalù, Sicilia”, è una litografia datata dicembre 1932 e un suo esemplare si trova alla National Gallery of Art di Washington, un altro alla National Gallery of Canada di Ottawa. In città non se ne parla quasi mai, eppure è probabilmente l’immagine del Duomo firmata dall’artista più celebre che abbia mai messo piede a Cefalù.
La storia comincia nella primavera del 1932. Escher ha trentatré anni, vive a Roma da un decennio e non è ancora l’inventore delle scale impossibili e delle mani che si disegnano a vicenda. È un incisore di paesaggi, un uomo che ogni primavera parte a piedi o in corriera per l’Italia meridionale con un taccuino e torna a casa con decine di schizzi da trasformare in stampe durante l’inverno. Quell’anno la meta è la Sicilia e il compagno di viaggio è Giuseppe Haas-Triverio, pittore svizzero e amico di lunga data, con cui aveva già percorso Calabria e Abruzzo.
Per circa un mese i due girano l’isola. Il percorso, ricostruito dagli studiosi dell’Escher in Het Paleis dell’Aia, tocca Palermo, Corleone, Cefalù, Tindari, Milazzo, Lipari, Taormina, la zona dell’Etna con i segni ancora freschi della colata del 1928, Randazzo, Bronte, l’interno fino a Enna, Gangi, Petralia Sottana, Sclafani, poi Segesta, Caltavuturo, il chiostro di Monreale e di nuovo Palermo. Cefalù compare tra le prime tappe, subito dopo il capoluogo, e la biografia scritta da Wim Hazeu la ricorda con una formula asciutta: Cefalù, con la sua famosa cattedrale.
Da quel viaggio Escher riporta ventitré disegni. Nell’inverno tra il 1932 e il 1933, tornato a Roma, ne ricava dodici stampe, tra litografie e xilografie: il tempio di Segesta, il chiostro di Monreale, Caltavuturo sotto la sua rupe, Castelmola con l’Etna sullo sfondo, la colata lavica, e appunto la Cattedrale di Cefalù. È una delle prime del gruppo, finita già a dicembre.
L’immagine sorprende chi conosce le vedute ottocentesche della città. I viaggiatori del Grand Tour si mettevano quasi sempre in basso, sulla spiaggia o sulla piazza, e guardavano il Duomo dal davanti, con le due torri che salgono e la Rocca dietro. Escher fa il contrario. Si mette in alto, molto in alto, e guarda giù. La cattedrale è vista dall’alto e di tre quarti, come da un punto della Rocca o da una prospettiva ricostruita a tavolino: si vedono le due torri, il tetto della navata, gli archi delle absidi, le file di finestre, e tutt’intorno i tetti di tegole delle case del centro storico che scendono fino a una riga di edifici sul mare. L’orizzonte è altissimo, quasi in cima al foglio, e la linea dell’acqua chiude la composizione come una striscia chiara. Il segno è quello tipico di Escher in questi anni: linee nette, tratteggi fitti per rendere le tegole e la pietra, nessuna figura umana, una precisione che sta a metà tra il disegno d’architettura e la mappa.
È un Escher che non ci aspettiamo, e forse per questo la stampa è rimasta in ombra. Chi va in cerca dell’artista delle illusioni ottiche non si ferma davanti a una veduta di paese. Ma è proprio in vedute come questa che si forma lo sguardo che pochi anni dopo produrrà i mondi impossibili: l’ossessione per i tetti visti dall’alto, per i volumi incastrati, per le ripetizioni regolari delle finestre e delle tegole è già tutta qui, applicata a un edificio vero.
Il foglio misura 22,7 centimetri per 28,4, su carta di 32 per 41. L’esemplare di Washington entrò alla National Gallery of Art nel 1975 e porta il numero di inventario 1975.19.5. Quello di Ottawa arrivò alla National Gallery of Canada nel 1984 per dono di George Escher, figlio dell’artista, che si era stabilito in Nuova Scozia, e ha il numero 29136. Nessuno dei due è oggi in esposizione permanente, come accade per la maggior parte delle opere su carta, ma entrambe le schede sono consultabili online nei cataloghi dei musei.
C’è un dettaglio da chiarire, perché circola nelle cronache italiane. In occasione della grande mostra di Catania dedicata a Escher e ai suoi inediti siciliani, diversi articoli hanno riportato la Cattedrale di Cefalù con la data 1938. È un errore: i cataloghi di Washington e Ottawa e le fonti olandesi la datano concordemente al dicembre 1932, e nel 1938 Escher aveva già lasciato l’Italia da tre anni.
Resta il fatto di partenza. Un pezzo di Cefalù, visto dall’alto da uno degli artisti più riprodotti del Novecento, sta in due musei nazionali tra i più importanti del continente americano. Non risulta che una copia di quella litografia sia mai stata esposta in città, né che l’episodio del maggio 1932 sia ricordato in qualche modo. Eppure basterebbe poco: le stampe di Escher esistono in più esemplari, e il Museo Mandralisca, che già conserva le vedute ottocentesche di Bevelacqua e Duclère, sarebbe la sede naturale per chiudere la serie con la più moderna di tutte.
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