Don Luigi Sturzo e l’Appello ai liberi e forti: la politica come servizio nata in Sicilia e dimenticata dal Sud

Il 18 gennaio 1919, da un albergo di Roma, un sacerdote siciliano di quarantasette anni diffuse un testo di poche pagine che avrebbe cambiato la storia politica italiana. Si chiamava Luigi Sturzo, era nato a Caltagirone, e il suo documento cominciava con tre parole che ancora oggi fanno effetto: “A tutti gli uomini liberi e forti”. Non era un programma elettorale nel senso in cui lo intendiamo oggi. Era una chiamata alla responsabilità. Sturzo chiedeva ai cittadini di uscire dal ruolo di sudditi che aspettano qualcosa dall’alto e di diventare protagonisti della vita pubblica, nei comuni prima ancora che nel Parlamento.

Quel testo nasceva dalla Sicilia e dai suoi problemi. Sturzo aveva visto da vicino cosa succedeva nella sua isola dopo l’Unità: uno Stato lontano che mandava prefetti e funzionari, notabili locali che controllavano i voti in cambio di protezione, contadini schiacciati dai latifondisti e dagli usurai. Aveva capito che la miseria del Sud non era solo economica. Era una miseria di partecipazione. La gente non contava, e non contando si abituava a chiedere invece che a pretendere.

Cosa chiedeva l’Appello

L’Appello ai liberi e forti proponeva cose concrete. Chiedeva le autonomie locali, cioè comuni e regioni con poteri veri e non semplici uffici periferici dello Stato. Chiedeva il voto alle donne, in un’Italia in cui votava solo una parte degli uomini. Chiedeva la rappresentanza proporzionale, perché ogni voto contasse davvero e non solo quelli concentrati nei collegi controllati dai notabili. Chiedeva la riforma agraria, la libertà della scuola, la tutela del lavoro. E chiedeva che tutto questo fosse fatto da un partito nuovo, il Partito Popolare, che non fosse un comitato di clienti raccolti attorno a un capo, ma un’organizzazione di persone unite da un’idea.

Dietro ogni richiesta c’era lo stesso principio. Per Sturzo il potere doveva essere il più vicino possibile a chi lo subisce, perché solo così si può controllare. Un sindaco lo vedi ogni giorno, un ministro a Roma no. Un consiglio comunale lo puoi ascoltare, un ufficio ministeriale no. Le autonomie non erano un capriccio federalista: erano il modo per obbligare chi governa a rendere conto. E rendere conto è esattamente il contrario del favore, che per sua natura si fa nell’ombra e non si spiega a nessuno.

In pochi mesi il Partito Popolare divenne la seconda forza del Paese. Alle elezioni del novembre 1919 conquistò un centinaio di deputati, e nel Sud raccolse consensi proprio dove per decenni aveva comandato la rete dei notabili. Per la prima volta contadini e artigiani siciliani votavano per un’idea invece che per un padrone. Fu una stagione breve ma vera, e dimostrò che il Sud, quando gli si offre una politica del servizio, sa riconoscerla.

L’esilio e le tre male bestie

Il fascismo spazzò via tutto. Nel 1924 Sturzo fu costretto all’esilio, prima a Londra e poi a New York, e ci rimase ventidue anni. Tornò in Italia nel 1946, a settantacinque anni, e trovò un Paese che ricominciava da capo. Poteva riposarsi, aveva dato abbastanza. Invece ricominciò a scrivere, e nei suoi ultimi anni denunciò con parole durissime quelle che chiamava “le tre male bestie” della democrazia: lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico.

Non erano parole astratte. Sturzo vedeva che i partiti, invece di essere strumenti di partecipazione, stavano diventando macchine per distribuire posti e favori. Vedeva che gli enti pubblici si moltiplicavano non perché servissero ma perché davano stipendi da assegnare. Vedeva che il denaro dello Stato, quando arriva senza controllo, non crea sviluppo ma dipendenza. E vedeva con particolare amarezza quello che accadeva nella sua Sicilia, che nel 1946 aveva ottenuto lo Statuto speciale e un’autonomia che lui stesso aveva sognato per tutta la vita. Quell’autonomia, avvertiva, poteva diventare uno strumento di libertà o una nuova occasione per il clientelismo. Sappiamo com’è andata.

Morì nel 1959, senatore a vita, senza aver visto realizzata la sua idea. Ma la lezione era chiara e resta chiara. Quando la Sicilia ha seguito il metodo di Sturzo, cioè partecipazione, controllo dal basso, responsabilità di chi governa, ha prodotto casse rurali che hanno salvato migliaia di famiglie dall’usura, cooperative che hanno dato dignità al lavoro dei campi, amministrazioni comunali che hanno costruito acquedotti e scuole con pochi mezzi e molta onestà. Quando ha seguito il metodo opposto, cioè lo Stato che distribuisce, il partito che colloca e il denaro pubblico che si spende senza rendere conto, ha prodotto enti inutili, assunzioni di massa senza lavoro vero, cattedrali nel deserto e un’autonomia che per molti siciliani è diventata sinonimo di spreco.

Una lezione siciliana rimasta senza eredi

La cosa più amara è che Sturzo è celebrato ovunque e ascoltato quasi da nessuno. Gli hanno intitolato strade, scuole, fondazioni. Ma il metodo che proponeva, quello che chiede ai cittadini di essere “liberi e forti” invece che protetti e riconoscenti, è stato sostituito dal suo esatto contrario. Il Sud ha dimenticato che la politica del servizio non è un’idea venuta da fuori. È nata a Caltagirone, da un prete che conosceva bene i difetti della sua terra e che proprio per questo credeva nella sua gente.

L’Appello ai liberi e forti non è un documento del passato. È una domanda che resta aperta: vogliamo essere liberi e forti, oppure preferiamo restare protetti e in debito? La Sicilia ha già risposto una volta, nel 1919, e la risposta funzionò. Nessuno vieta di rispondere di nuovo.

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