C’è una parola che nel Sud d’Italia si sente pronunciare più spesso di “diritto”, ed è “favore”. Si chiede un favore per un posto in ospedale che spetterebbe a chiunque, si chiede un favore per una pratica ferma in un ufficio, si chiede un favore per un lavoro che dovrebbe andare a chi lo merita. E quando il favore arriva, chi lo ha ricevuto si sente in debito. Quel debito ha un nome antico e un modo semplice per essere pagato: il voto. È così che, giorno dopo giorno, la politica smette di essere un servizio reso alla comunità e diventa un commercio di favori tra chi comanda e chi ha bisogno.
Ma il Sud non è nato così. La Sicilia, in particolare, ha avuto stagioni in cui la politica era intesa come dovere verso gli altri, e ogni volta che è stato così le cose sono migliorate per tutti. Ogni volta che ha prevalso il favore, invece, il conto lo hanno pagato i più deboli. Basta guardare la storia per accorgersene.
Quando il municipio era la casa di tutti
All’inizio del Novecento un giovane sacerdote di Caltagirone, don Luigi Sturzo, si trovò ad amministrare la sua città in anni difficili. Non aveva soldi da distribuire né posti da promettere. Aveva un’idea: il municipio non è la bottega di qualcuno, è la casa di tutti, e chi lo guida deve rendere conto a tutti. Con questa idea Sturzo lavorò per anni sull’acqua, sulle strade, sulle scuole, sulle casse rurali che permettevano ai contadini di non finire in mano agli usurai. Non chiedeva riconoscenza, chiedeva partecipazione. E Caltagirone, in quegli anni, divenne un esempio che veniva studiato in tutta Italia.
Da quell’esperienza concreta nacque, nel gennaio del 1919, l’appello “ai liberi e forti”, con cui Sturzo chiamava gli italiani a una politica fondata sulla responsabilità personale, sulle autonomie dei territori e sul servizio alla comunità. Era una lezione partita dalla Sicilia e rivolta al Paese intero. Il messaggio era chiaro: chi governa non possiede, serve.
Non fu un caso isolato. Giorgio La Pira, nato a Pozzallo, da sindaco di Firenze riceveva i poveri in municipio e considerava il governo della città un atto di giustizia prima che di amministrazione. Requisiva le case sfitte per chi non aveva un tetto e si scontrava con i potenti per difendere gli operai licenziati. Anche lui era partito dalla Sicilia con l’idea che la politica fosse un dovere, non un privilegio. E nei luoghi in cui quell’idea è stata applicata, i servizi hanno funzionato, le persone hanno avuto fiducia nelle istituzioni e la comunità si è sentita una cosa sola.
Quando il favore ha preso il posto del diritto
Il problema è che il metodo del favore è più comodo. Non chiede visione, non chiede coraggio, non chiede di scontentare nessuno di potente. Chiede solo di avere qualcosa da dare a chi ha bisogno, e di ricordarsi chi lo ha ricevuto. Per decenni, in troppi luoghi della Sicilia, questo metodo ha sostituito il servizio. Il rappresentante non prometteva di far funzionare l’ospedale per tutti, prometteva di far saltare la fila a chi lo aveva votato. Non prometteva strade sicure per l’intero paese, prometteva l’asfalto davanti alla casa giusta. Non prometteva concorsi trasparenti, prometteva una telefonata al momento opportuno.
Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi. Ospedali con reparti che si aprono e si chiudono secondo logiche che nessuno spiega. Uffici pubblici pieni di persone assunte per fedeltà e vuoti di competenze. Opere iniziate e mai finite, perché servivano più a distribuire lavori che a essere utili. Giovani preparati che partono, perché hanno capito che qui il merito conta meno della conoscenza giusta. E una comunità divisa in due: quelli che hanno il santo in paradiso e quelli che non ce l’hanno.
Leonardo Sciascia ha descritto questo meccanismo meglio di qualunque saggio. Nei suoi romanzi il potere non ha bisogno di rubare con le mani: ruba con il metodo. Il favore lega chi lo riceve, il debito si trasforma in silenzio, il silenzio in complicità, e alla fine tutti sono dentro il “contesto” e nessuno è responsabile di niente. Aldo Moro, che della politica aveva un’idea severa fatta di dovere e di responsabilità, sapeva che una classe dirigente che governa distribuendo favori non governa: gestisce, e prima o poi viene gestita. Padre Pino Puglisi lo ha pagato con la vita, perché a Brancaccio aveva dimostrato che un quartiere può risollevarsi senza chiedere niente a nessuno, e questo, per chi vive di favori, è la cosa più pericolosa che esista.
Il patto che vale ancora
Quando un cittadino vota stringe un patto: io ti do fiducia, tu mi dai buon governo. Non c’è scritto da nessuna parte “io ti do il voto, tu mi dai un posto”. Ogni volta che la Sicilia ha rispettato questo patto ha costruito acquedotti, scuole, casse rurali, quartieri che si sono rialzati. Ogni volta che lo ha tradito ha costruito debiti, dipendenze e partenze senza ritorno.
Il patto non è scaduto. È stato tradito, e i patti traditi si possono sempre rinnovare. Il giorno in cui si smette di chiedere favori e si ricomincia a pretendere diritti, la politica del servizio torna a essere possibile. La storia dice che funziona. Dice anche che l’alternativa ha già fallito.
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