Da Giardina agli ominicchi: come la Sicilia è passata dai costruttori ai presuntuosi

C’è stato un tempo in cui la Sicilia aveva chi la costruiva. Non erano uomini perfetti, né santi, né geni. Erano persone che conoscevano i propri limiti e proprio per questo sapevano circondarsi di chi ne sapeva più di loro. Oggi quella stagione sembra lontanissima, dai palazzi della Regione fino all’ultimo municipio dell’entroterra. Al posto dei costruttori è arrivata una generazione di amministratori e piccoli capi che scambia l’arroganza per competenza e la presunzione per autorevolezza. Il risultato è un’isola ricchissima di potenzialità che resta ferma, mortificata, incapace di diventare ciò che potrebbe essere.

Il tempo dei costruttori

All’indomani della guerra la Sicilia era un’isola distrutta e povera. Paesi senza strade, case senz’acqua, famiglie senza lavoro, intere generazioni costrette a partire. Eppure proprio in quegli anni difficili, in tanti comuni siciliani, nacque una classe di amministratori che provò a rimettere in piedi le comunità partendo da poco o nulla. Uomini che venivano dalle professioni, dalla scuola, dagli ospedali, dalle campagne, e che vedevano nella politica un servizio da rendere e non una carriera da difendere.

Cefalù offre uno degli esempi più chiari di quella stagione. Nel 1946 la città sceglie come sindaco Giuseppe Giardina, medico primario dell’ospedale Giglio. Un uomo abituato a stare accanto ai malati, a prendere decisioni difficili, a rispondere delle proprie scelte davanti a persone in carne e ossa. Portò in politica lo stesso metodo della corsia d’ospedale: capire il problema, cercare la soluzione migliore, assumersene la responsabilità. Fu in quegli anni che vennero poste le basi della Cefalù turistica che oggi tutti conoscono, e fu Giardina ad avviare il porto di Presidiana, un’opera pensata per aprire la città al mare che però nessuno, dopo di lui, ha mai portato davvero a compimento.

Storie simili, con nomi diversi, si possono raccontare in tanti angoli della Sicilia. Sindaci che hanno portato l’acqua nelle case, aperto scuole, tracciato strade, dato ai propri paesi un’idea di futuro. Quella generazione aveva una qualità che oggi manca quasi ovunque nell’isola: l’umiltà di chi sa che la comunità viene prima di sé. Un medico prestato alla politica sapeva di non essere un ingegnere o un urbanista. E proprio per questo ascoltava, chiedeva, si faceva consigliare.

Chi sono gli ominicchi

Non è un caso che a descrivere meglio di chiunque altro il male della Sicilia sia stato un siciliano. Leonardo Sciascia, nel romanzo “Il giorno della civetta”, mette in bocca a don Mariano Arena una celebre classificazione dell’umanità: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, e poi più giù fino ai quaquaraquà. Gli ominicchi sono quelli che vorrebbero essere uomini ma non ne hanno la statura. Sono piccoli e si fingono grandi.

La Sicilia di oggi ne è piena. Stanno nei consigli comunali e negli assessorati, negli enti regionali, nelle società partecipate, nei piccoli centri di potere di ogni paese. Non hanno un solo volto né un solo partito. Li riconosci dal modo di fare. Non ammettono mai di non sapere. Non chiedono consiglio a chi è più competente, perché chiedere significherebbe mostrarsi piccoli. Trattano le persone preparate come una minaccia e non come una risorsa. Rispondono alle critiche con il sospetto e dividono la comunità tra amici da premiare e nemici da punire.

Il problema non è avere dei limiti. Tutti ne hanno. Il problema è non accettarli. Chi non riconosce i propri confini finisce per coprirli con l’arroganza, e l’arroganza, col tempo, diventa presunzione. Il presuntuoso non impara, non corregge, non migliora. Ripete gli stessi errori convinto di avere ragione, e intanto il tempo passa e le occasioni si perdono.

Un’isola che aspetta

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti i siciliani. Opere avviate e mai finite, cantieri che durano decenni, reti idriche che perdono più acqua di quanta ne consegnino, fondi europei restituiti perché nessuno è stato capace di spenderli, comuni dove i servizi essenziali restano un miraggio. Servono progetti seri, competenze tecniche, capacità di dialogare con lo Stato e con Bruxelles, pazienza nel seguire le pratiche fino in fondo. Tutte cose che richiedono una dote precisa: saper ascoltare chi ne sa di più. Ed è esattamente la dote che gli ominicchi non possiedono.

Chi si atteggia a sapiente non ha bisogno di esperti, perché crede di sapere già tutto. Non ha bisogno di confronto, perché ogni obiezione gli sembra un attacco personale. Non ha bisogno di progetti di lungo periodo, perché gli basta il consenso di oggi, magari conquistato con il piccolo favore da ricambiare al momento del voto. È il meccanismo che da decenni tiene la Sicilia al palo.

Dalla costruzione alla distruzione

Il passaggio più doloroso però non riguarda le opere pubbliche. Riguarda le persone. Ai tempi dei costruttori la politica conosceva gli avversari: si discuteva, anche duramente, ma poi ci si ritrovava per il bene comune. Oggi la politica degli ominicchi conosce solo nemici. Chi fa una domanda scomoda viene isolato. Chi propone un’idea diversa viene guardato con sospetto. Chi ha talento, se non appartiene al giro giusto, viene lasciato ai margini.

Così la Sicilia perde due volte. Perde le opere che non vengono realizzate e perde le persone capaci che, stanche di sbattere contro un muro di presunzione, se ne vanno. Migliaia di giovani siciliani preparati lavorano oggi al Nord o all’estero, e spesso non perché nell’isola mancassero le opportunità, ma perché quelle opportunità erano già occupate da chi aveva paura di essere messo in ombra.

La lezione che resta

La storia dimostra che un’altra strada è possibile, perché la Sicilia l’ha già percorsa. Un medico divenuto sindaco di Cefalù nel 1946, come tanti altri amministratori siciliani di quella stagione, ha saputo immaginare il futuro partendo da poco o nulla. Non aveva risorse straordinarie né poteri speciali. Aveva la consapevolezza dei propri limiti e la volontà di servire la comunità.

Quella lezione vale oggi per tutta l’isola. La Sicilia non ha bisogno di sapienti improvvisati. Ha bisogno di uomini e donne che sappiano dire “non lo so, chiediamo a chi sa”, che preferiscano il bene comune al proprio piccolo prestigio, che tornino a considerare chi la pensa diversamente un avversario e non un nemico. Ha bisogno, in una parola, di tornare a costruire.