C’è stato un tempo in cui in Sicilia un sindaco si giudicava da quello che lasciava in piedi. Strade, scuole, ospedali, porti. Opere che restavano lì, sotto gli occhi di tutti, anche quando chi le aveva volute non c’era più. Era la politica del servizio, quella che don Luigi Sturzo aveva immaginato come impegno dei “liberi e forti” e che a Cefalù ha avuto il volto di Giuseppe Giardina, medico primario dell’ospedale Giglio e sindaco della città dal 1946. Oggi quella politica sembra lontanissima. Al suo posto si è fatta strada un’altra cosa, più furba e più pericolosa: la politica della maschera.
Quando il potere si misurava con le opere
Giardina arrivò alla guida di Cefalù in un’Italia appena uscita dalla guerra, povera, ferita, con tutto da ricostruire. Non aveva bisogno di proclami. Il suo lavoro di medico gli aveva insegnato che prima viene il bisogno della persona, poi tutto il resto. Portò quella stessa logica in Comune. Fu in quegli anni che vennero poste le basi della Cefalù turistica che conosciamo, e fu lui ad avviare il porto di Presidiana, un’opera pensata per il futuro della città e non per il consenso del giorno dopo.
Era lo stesso spirito con cui Sturzo, a inizio Novecento, aveva amministrato Caltagirone: bilanci in ordine, servizi per tutti, nessun cittadino trattato da suddito. In quella visione l’avversario politico restava un avversario, non un nemico da schiacciare. Si discuteva, anche duramente, ma la città veniva prima della fazione. E i risultati si vedevano. Dove la politica ha servito, la Sicilia è cresciuta.
La maschera che parla di libertà
Oggi il linguaggio della politica siciliana è pieno di parole nobili. Quasi tutti si dichiarano antifascisti, quasi tutti si dicono contro la mafia. Sono parole giuste, e nessuno dovrebbe smettere di pronunciarle. Il problema è quello che succede quando i microfoni si spengono.
C’è una politica che si proclama antifascista ma non sopporta il dissenso. Chi critica viene isolato, chi fa domande viene additato, chi non si allinea diventa un bersaglio. Non servono le camicie nere per avere metodi autoritari: basta la pressione sul lavoro, la porta chiusa in faccia, il messaggio fatto arrivare per vie traverse, la delegittimazione pubblica di chi non si piega. È l’intolleranza vestita da democrazia.
E c’è una politica che si dice antimafia ma ragiona come una cosca. Il favore concesso in cambio di fedeltà, il posto di lavoro come debito da restituire nell’urna, la logica del “con noi o contro di noi”, il silenzio comprato con la paura di perdere qualcosa. Non c’è bisogno di lupara per usare il metodo mafioso. Basta trasformare un diritto in una concessione personale e un cittadino in un cliente che deve qualcosa.
Leonardo Sciascia lo aveva capito con largo anticipo, quando mise in guardia da chi usa l’antimafia come strumento di potere e di carriera. Il rischio, diceva in sostanza, è che la bandiera della legalità venga sventolata proprio da chi la piega ai propri interessi. È esattamente questo il cuore della politica della maschera: dire una cosa e farne un’altra, usare le parole del bene per coprire i metodi del male.
Dalla costruzione alla paura
La differenza tra le due politiche si vede nei risultati. La politica del servizio costruiva. La politica della maschera non costruisce nulla, perché non ne ha bisogno: il suo consenso non nasce dalle opere ma dal controllo. Un territorio che ottiene servizi, infrastrutture e lavoro vero diventa libero, e un cittadino libero non ha bisogno di chiedere favori. Per questo a chi governa con la paura conviene che le cose restino come sono.
Non è un caso che in tante parti della Sicilia le opere iniziate decenni fa siano rimaste incompiute, che i servizi essenziali arranchino, che i giovani se ne vadano. Il clientelismo ha sempre portato questo: immobilità, sfiducia, impoverimento. Dove si governa con le opere, la gente resta. Dove si governa con la paura, la gente scappa.
E c’è un danno ancora più profondo, che non si vede nei bilanci. È la rottura dei rapporti umani. Un tempo in Sicilia si poteva essere di parti opposte e salutarsi in piazza. Oggi troppo spesso chi la pensa diversamente diventa un nemico da colpire, e le comunità si spaccano in amici e nemici, in protetti ed esclusi.
Chi toglie la maschera
La politica della maschera vive di una sola cosa: della nostra disattenzione. Funziona finché i cittadini si fermano alle parole e non guardano ai metodi. Il giorno in cui si comincia a chiedere conto di quello che si fa, e non solo di quello che si dice, la maschera cade da sola.
Sturzo chiedeva cittadini liberi e forti, non clienti obbedienti. Giardina chiedeva di essere giudicato per quello che lasciava alla sua città. È questo il metro da recuperare: non chi si dichiara antifascista o antimafia, ma chi rispetta davvero il dissenso, chi tratta i diritti come diritti, chi costruisce invece di controllare. La Sicilia ha già conosciuto una politica così. Non è un sogno, è una memoria. E una memoria si può far tornare viva.















