C’è una scena che in Sicilia si ripete ogni giorno. Un automobilista si ferma al distributore, guarda il prezzo sul cartello, fa il pieno e riparte scuotendo la testa. Magari da quel piazzale, in lontananza, si vedono le ciminiere di una raffineria. Magari a pochi chilometri c’è un pozzo che estrae greggio dal sottosuolo. Eppure il conto è salato come nel resto d’Italia. Anzi, un po’ di più.
I numeri parlano chiaro. A metà settembre il gasolio in modalità self costava in Sicilia in media 2,239 euro al litro e la benzina 2,119 euro. Nello stesso momento la media italiana era di 2,216 euro per il gasolio e 2,107 per la benzina. La Sicilia non è la regione più cara in assoluto, ma sta stabilmente sopra la media e nel gruppo di quelle dove fare rifornimento costa di più. Un pieno da cinquanta litri di diesel significa quasi 112 euro. Per chi usa l’auto per lavorare, e in Sicilia la usano quasi tutti perché treni e autobus spesso non sono un’alternativa, sono cifre che a fine mese pesano come una bolletta in più.
Poi ci sono le isole minori, dove il paradosso diventa quasi una beffa. A Pantelleria, a inizio settembre, la benzina ha toccato i 2,789 euro al litro e il diesel è arrivato a 2,899. Quasi settanta centesimi sopra il resto del Paese.
L’isola che raffina per tutti
Per capire perché tutto questo fa rabbia bisogna ricordare che cosa c’è in Sicilia. Sulla costa tra Augusta, Priolo e Melilli sorge uno dei poli petrolchimici più grandi d’Europa. A Milazzo c’è un’altra grande raffineria. A Gela per decenni si è raffinato greggio e oggi si producono biocarburanti. Nel Ragusano e nel Nisseno si estrae petrolio dalla terra, e al largo della costa meridionale lavorano le piattaforme in mare. Una parte molto importante della benzina e del gasolio che si consumano in Italia passa da impianti siciliani.
Questa presenza ha avuto un prezzo, e non in euro. Lo hanno pagato i territori, con tratti di costa tra i più belli del Mediterraneo occupati da serbatoi e torce, con aree dichiarate da bonificare e bonifiche che aspettano da anni. La Sicilia ha messo a disposizione la sua terra, il suo mare e la sua aria. In cambio, al distributore, non ha ricevuto nemmeno un centesimo di sconto.
Perché avere il petrolio non abbassa il prezzo
La spiegazione tecnica è semplice. Il prezzo dei carburanti non si decide dove il greggio viene estratto o raffinato. Si forma sui mercati internazionali ed è uguale per tutti. A quel prezzo si aggiungono le tasse, che pesano per una parte molto grande del totale, e poi i costi di distribuzione e il margine di chi vende. Il litro di benzina raffinato a Priolo, quando arriva alla pompa di un paese delle Madonie, costa come quello che ha attraversato mezza Italia. A volte di più, perché in Sicilia la rete è meno concorrenziale, le pompe indipendenti a basso prezzo sono meno diffuse che al Nord e portare il carburante nei centri interni e nelle isole minori costa.
Fin qui la tecnica. Ma la tecnica spiega come funziona il sistema, non perché nessuno lo abbia mai cambiato. E qui la domanda diventa politica.
Altri territori che ospitano impianti e giacimenti hanno ottenuto qualcosa per i loro cittadini. Hanno trattato, hanno preteso compensazioni, hanno trasformato un peso in un vantaggio visibile nella vita quotidiana delle famiglie. La Sicilia aveva più strumenti di tutti per farlo. È una regione a statuto speciale dal 1946, con un’autonomia nata proprio per permettere all’isola di decidere da sé sulle proprie risorse. Gli uomini che scrissero quello Statuto pensavano a una Sicilia capace di sedersi al tavolo con lo Stato e con le grandi compagnie da pari a pari, forte di ciò che possiede.
Quel tavolo, in ottant’anni, è rimasto quasi sempre vuoto. La classe politica siciliana ha usato l’autonomia per moltiplicare uffici, incarichi e stipendi, non per ottenere che chi vive accanto a una raffineria pagasse il carburante meno di chi vive a mille chilometri di distanza. La politica del servizio avrebbe fatto di quel petrolio una leva per lo sviluppo. La politica della poltrona lo ha lasciato scorrere via, tenendosi i fumi e lasciando ad altri i benefici.
In questi giorni alcune compagnie hanno annunciato un tetto temporaneo ai prezzi, con benzina a 1,99 euro e gasolio a 2,19 in centinaia di distributori dell’isola. È una boccata d’ossigeno, ma è una decisione delle aziende, presa per tutta Italia e a tempo. Non è una conquista della Sicilia.
Così l’automobilista continua a fare il pieno guardando le ciminiere. Paga come tutti gli italiani, e qualcosa in più. Con una differenza: lui il petrolio ce l’ha sotto casa. Il paradosso sta tutto qui, e non lo ha scritto la geografia. Lo ha scritto chi, potendo cambiare le cose, ha scelto di occuparsi d’altro.















