Ai tempi del «buon senso»

 «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune», questo scriveva Alessandro Manzoni nel XXXII capitolo de “I Promessi sposi”, raccontando di Milano, città caduta nel delirio a causa della ferocia con cui la peste si era abbattuta sulla popolazione, mietendo centinaia di morti al giorno. A quel tempo si diffuse la convinzione che fossero stati gli untori i veri responsabili della pestilenza: questi, spargendo unguenti velenosi, erano riusciti a contagiare tutti. Si scatenò una vera e propria caccia alle streghe, e addirittura la giustizia fu influenzata, tant’è che i magistrati, confusi dal nuovo stato di cose, soprattutto in seguito al vertiginoso aumento dei decessi, iniziarono a ricercare gli untori, processando e condannando a morte numerosi innocenti. E, se anche tra la folla qualcuno avesse mantenuto un minimo di lucidità, non considerando gli untori davvero così pericolosi, non si venne a sapere, lasciando che il senso comune, intriso di paura e di pregiudizio per lo più religioso, prendesse il sopravvento. Nessuno ebbe il coraggio di parlare. O meglio, nessuno volle parlare perché parlarne avrebbe significato riconoscere la struggente realtà, di fronte alla quale tutti e ognuno, protagonisti o semplici comparse finirono per essere vittime e carnefici, non riuscendo a trovare una degna e convincente soluzione.
Manzoni offre interessanti spunti di riflessione, partendo da tematiche storiche, ricucendole al suo tessuto temporale e lasciandole ai posteri come monito. Non è difficile cogliere il suo intento, ma, come sempre accade, ci limitiamo solo alla lettura dei capolavori della letteratura italiana, fingendoci mestamente attenti, quando, in realtà, facciamo molta fatica ad accettarne il contenuto.
Mi affido a Manzoni perché una voce autorevole è più credibile di quattro parole strampalate, digitate su una semplice tastiera di un pc. E mi lascio convincere sempre dal Manzoni, ché, continuando a scrivere il mio pensiero, forse un giorno, darà i suoi frutti.
Sono settimane che ho interrotto la mia rubrica. Questo tempo mi è stato utile per riflettere e ricominciare a servirmi del fluire dei miei innumerevoli pensieri, ripescando dal cilindro magico delle mie conoscenze una storia, quella di Milano, quella del qualunquismo, quella del senso comune. Manzoni non ha scritto tanto per scrivere; lo ha fatto consapevole che non sarebbe stato capito. Eppure ha provato a ritagliarsi uno spazio all’interno di un immenso meccanismo chiamato mondo, all’interno del quale la sua voce avrebbe sicuramente ferito le coscienze di qualcun altro. Cosa farne allora dei suoi pensieri? Nulla di più che metterli in azione.
Quindi, se da un lato qualcuno, leggendo il suo libro, contenente forti ammonimenti e chiari riferimenti al suo presente, si sarebbe sentito punzecchiato, immaginando anche un modo soddisfacente per rovinarlo, dall’altro chi non aveva mai avuto modo di parlare, di chiarire, di osare avrebbe potuto finalmente gioire, ritrovandosi nelle sue parole, in quei pensieri scritti, nero su bianco, senza fare male, ma con l’intento di dire la verità, la sua verità.
E questo altro non è che la meta di chi vive parlando, di chi usa le parole perché il suo pensiero possa prendere forma, realtà.
Del senso comune Manzoni non se ne sarebbe mai fatto nulla. Non si sarebbe mai illuso di dire ciò che la moltitudine avrebbe voluto sentire. Non avrebbe scritto quello che il potente di turno si sarebbe aspettato. E lì sta la differenza tra Manzoni e gli altri: ha detto ciò che pensava, lo ha fatto a modo suo e non si è accontentato di essere uno fra tanti, pronto a compiacere.
La storia mi, e ci, insegna che vince chi ha il coraggio di dire come stanno le cose, di scendere in campo esprimendo il proprio punto di vista, con educazione e tatto, senza offendere, senza scadere nel ridicolo. E di questa storia continuerò a scrivere, di quella vera, almeno per me, usando le parole, alle quali continuerò ad attribuire un peso, quello giusto, corretto, mai ostile e sempre misurato, pronto a colpire, ma non a distruggere. Perché il «buon senso» vince sul «senso comune»: lo ha detto Manzoni.