Il Carnevale di Termini Imerese: una storia lunga 142 anni

Il Carnevale di Termini Imerese è a buon diritto considerato uno dei più antichi d’Italia. Ciò è provato da quattro antiche ricevute di pagamento datate 1876, ed emesse dall’originaria Società del Carnevale (associazione per la promozione e l’organizzazione del Carnevale) in favore dello storico termitano Giuseppe Patiri (1846 – 1917). Inoltre, è noto un altro documento olografo, elaborato dallo stesso Patiri, una sorta di “proclama”, emesso sempre dalla stessa benemerita Società del Carnevale, che nel medesimo anno fu propagandato ai cittadini termitani in occasione dei festeggiamenti carnevaleschi.

 

La denominazione “Società del Carnevale” conferma, quindi, l’esistenza sin dal 1876 di un’associazione per la promozione e l’organizzazione della manifestazione in Termini Imerese. Le quattro ricevute, furono casualmente scoperte dallo scrivente sul finire del 1997.

Timbro dell’originaria Società del Carnovale. Coll. privata

Il più antico certificato  (gennaio-febbraio 1876), fu reso noto al grande pubblico, per la prima volta in assoluto, durante il vernissage del giorno 11 febbraio 1998, in occasione di un’esaustiva mostra dal titolo: “Un Carnevale antico” e patrocinata dalla locale Pro Loco. La rassegna, riunì un nutrito corpus documentario costituito da immagini fotografiche e filmati che abbracciarono ininterrottamente un lungo arco di tempo compreso fra il 1950 e il 1990. Una disamina delle immagini più rappresentative facenti parte di questa mostra fu anche inserita nell’esposizione, svoltasi nei locali del Museo Civico Baldassare Romano di Termini Imerese, dal 14 al 24 febbraio dello stesso anno, dal titolo: “Maschere e mascheramenti in Sicilia dal ‘600 ad oggi”.

Il Carnevale termitano verte sulle due figure peculiari del Nannu e della Nanna. Di esse esistono due maschere che risalgano alla seconda metà del XIX sec. Ciò è confermato da una relazione datata 1963 e sottoscritta dal Sindaco di Termini Imerese, dott. Francesco Candioto (1923-1998), e dal Presidente della neonata Pro Termini Imerese, Vito Salvo (1896-1983) dove si evince che le due maschere simbolo del Carnevale termitano, furono realizzate nella seconda metà dell’Ottocento per «opera di un appassionato creatore di maschere carnevalesche. Il quale, dopo avere ultimate due teste di vecchi, rivolgendosi alla moglie ed ai parenti che curiosavano, esclamò: «Taliati parinu ’u Nannu ca’Nanna» (guardate, sembrano il Nonno e la Nonna). Evidentemente, l’abile artigiano voleva paragonare i suoi manufatti, alle due maschere palermitane esistenti già nel capoluogo, sin dagli inizi del XIX sec. congiuntamente ad altre maschere tra i quali il noto personaggio, del Mastro di Campo. Certamente era un’abitudine rappresentare delle farse che si imperniavano su vecchie maschere tradizionali. In realtà, sin dall’Ottocento, nella città di Palermo e precisamente nel Corso Vittorio Emanuele era già popolare la sfilata dei Nanni su di un cocchio. La manifestazione palermitana era organizzata dalla locale “Società del Carnevale” oramai non più esistente, la cui sede si trovava nel Palazzo del Barone Grasso al civico 287 di via Maqueda.

La figura del Nannu è unanimemente considerata la personificazione dello stesso Carnevale e rappresenta la maschera principale, che, ignara del suo destino, è sottoposta, alla mezzanotte dell’ultimo martedì grasso, al rituale finale del rogo. Ovverosia l‘evento propiziatorio, verosimilmente retaggio di un antico rito pagano. Il Nannu di Termini Imerese è rappresentato sotto forma di un simpatico e arzillo vecchietto dal carattere gioviale. Veste una giacca damascata, panciotto, calzoni, scarpe e bastone da passeggio come in uso nella piccola borghesia locale. Il vegliardo, acclamato dalla folla, risponde allegramente e, talvolta, saluta cordialmente agitando in mano un fazzoletto oppure mostra alla folla dei bei rossicci ravanelli o una pianta di finocchio, oppure una “corda” di salcicce. La maschera della Nanna, che oggi sopravvive solo a Termini Imerese, era un tempo presente anche a Palermo. La suddetta maschera termitana ha la peculiarità di essere unica nel contesto carnascialesco siciliano. Questa figura, vera e propria alter ego femminile del Nannu, potrebbe avere un legame con antichi culti legati alla fertilità. Questa interpretazione sembrerebbe, per certi versi, essere confermata da quanto ebbe a scrivere il noto antropologo italiano Giuseppe Pitrè (1841-1916), il quale, infatti, associa la figura della Nanna alla presenza di un ulteriore personaggio carnevalesco, un infante che la donna reca in braccio. La Nanna di Termini Imerese è rappresentata sotto forma di una vecchia alta e magra che porta in testa un ampio cappello e indossa una rossa veste con motivi ricamati. In compagnia del Nannu, nella sfilata, muove con la mano un grande fiore… un bel broccolo intrecciato con coloratissimi ravanelli dategli in segno di benevolenza dallo stesso Nannu. Essa accompagna immancabilmente il Nannu durante le cerimonie carnascialesche.

La sfilata di carri allegorici ha avuto maggiore sviluppo a Termini Imerese, soprattutto dagli anni ‘50, supportata da una lunga serie di maestri ed appassionati cultori dell’arte della cartapesta. La storia del Carnevale termitano, con le due figure del Nannu e della Nanna, continua a suscitare interesse da parte degli etnologi, ma anche e soprattutto di appassionati ed entusiasti fruitori provenienti da più parti dell’Isola. Tuttavia, come per la festa del Mastro di Campo, una pantomima che si svolge a Mezzojuso (PA) ogni anno, nell’ultima domenica di Carnevale, anche la manifestazione carnascialesca di Termini Imerese è l’erede diretta del Carnevale di Palermo, quest’ultima manifestazione, celebrata un tempo nel capoluogo siciliano sin dal XVI secolo, e da alcuni anni a questa parte riscoperta.

 

Foto a corredo dell’articolo: una ricevute di pagamento datate 1876,

 

Giuseppe Longo
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G. Longo – “I carnevali di Palermo e Termini Imerese”. Istituto siciliano di studi politici ed economici (ISSPE) – Rassegna Siciliana di Storia e Cultura n. 41 – 42 aprile, p. 119

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