Geraci, nella cripta un museo con il tesoro: in mostra suppellettili e paramenti sacri

Dalla  sagrestia della Chiesa Madre si accede alla cripta dove è esposto il tesoro. La prima sistemazione del tesoro si deve all’arciprete Don Isidoro Giaconia e alla prof.ssa Lucia Ajovalasit Columba. Alcuni anni dopo nel 1995 i materiali sono stati riordinati e si è arrivati ad nuova esposizione promossa dall’Assessore alla cultura Beniamino Macaluso, voluta da  Don Gaetano Scuderi e curata dalla prof.ssa Maria Concetta Di Natale. Grazie al criterio cronologico che viene adottato il visitatore può notare come attraverso i secoli cambino tipologie e stili. Nel tesoro sono esposti tutte le più importanti suppellettili liturgiche d’argento della Chiesa Madre di Geraci e numerosi pregevoli paramenti sacri finemente ricamati.

Tra le opere più significative che vengono esposte troviamo un ostensorio d’argento dorato, finemente sbalzato, cesellato e inciso, con teca in cristallo di rocca, dalla base polilobata, tipica dell’epoca, ornata da smalti policromi, opera dell’orafo toscano Pino di San Martino da Pisa del XIV secolo. In origine doveva trattarsi di un reliquario, trasformato in seguito in ostensorio, donato da Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, come attesta l’iscrizione: “Hoc opus fecit fieri magnificus et potens Franciscus de Ventimilia comes, hoc opus fecit Pinus Santi Martini de Pisis”. Di bella fattura il reliquario architettonico che culmina con la figura di San Bartolomeo patrono di Geraci, opera di argentiere palermitano del XVI secolo caratterizzato da guglie e pinnacoli goticheggianti, come quello di san Giuliano dell’omonimo monastero.

Sono anche esposti diversi calici quattro-cinquecenteschi della tipologia definita da Maria Accascina “madonita”, caratterizzati da base polibata e carnose foglie di cardo sotto la cappa, alcuni recanti il più antico marchio della maestranza degli orafi e argentieri di Palermo l’aquila con ali a volo basso e la scritta RUP (Regia Urbs Panormi). Ad un maestro palermitano si deve il repositorio datato 1520 che reca l’immagine del Cristo in Pietà tra due angeli.

Tra gli altri reliquiari cinquecenteschi, sempre dovuti ad abili argentieri palermitani, sono quello del legno della croce, ove il Cristo è posto tra le figure dei dolenti site su due candelabri laterali e quelli antropomorfi, a forma di mano, in riferimento alla reliquia che contengono, dei Santi Bartolomeo, Stefano e Lorenzo. Tra i reliquiari seicenteschi si ricordano quelli floreali di Santa Rosalia e di San Sebastiano, dovuti a maestri palermitani, come pure la Pace raffigurante Cristo Risorto tra l’Immacolata e san Bartolomeo del 1653. Nel tesoro sono ancora suppellettili liturgiche barocche e rococò tra cui emergono taluni ostensori a raggiera come quello del 1784, dovuto ad argentiere messinese, che reca alla base le simboliche figure delle virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. Sono pure esposti alcuni gioielli siciliani, donati dai fedeli come ex-voto ai Santi protettori. Il panorama si conclude con l’argenteria sacra del periodo neoclassico.