Discorso integrale del Vescovo ai Sindaci

Carissimi,

questo pomeriggio sono in mezzo a tutti voi col cuore ricolmo di gioia, come un vostro concittadino che ha un privilegio quasi unico: abito tutti i Comuni della Diocesi, anche i più piccoli, i più sperduti. Li abito ogni volta che li visito. Ogni mia giornata è scandita dalla preghiera. In questo tempo di dialogo tra me e Dio in una sorta di viaggio virtuale raggiungo ogni comunità. Con la preghiera resto connesso, sono online con tutti. Lasciate che tralasci subito ogni appiglio diplomatico o formale e inizi questo incontro con una mia sincera confessione. Sono passati sei mesi dal mio ingresso come vescovo in mezzo a voi. Vi assicuro che amo il nostro territorio, la nostra Chiesa di Cefalù articolata nelle diverse comunità parrocchiali, i nostri comuni. Per me amare è servire e, per un vescovo, il servizio parte dall’ascolto.

Papa Francesco ci ricorda che un vescovo per guidare deve saper stare davanti, in mezzo e dietro al gregge. Devo vivere ciò che vive il popolo di Dio. Devo sapere che qualche volta potrò essere anche guidato dal mio popolo. Devo sapere ascoltare i fedeli laici. Quest’oggi, in modo speciale, desidero ascoltare voi sindaci che nel campo politico, economico e sociale, potete essere anche miei maestri. In questi mesi ho parlato tanto di sinodalità. È una grande intuizione ripresa e rilanciata dal Concilio Vaticano II. Purtroppo la si vive solo in alcuni eventi. Invece, dobbiamo farne lo stile della nostra vita ecclesiale e, permettetemi di affermare, anche civile. Oggi noi vogliamo vivere insieme un’esperienza sinodale e solidale. Consiste, cari sindaci, nella disponibilità ad ascoltarci vicendevolmente nel rispetto più alto dei nostri ruoli e competenze, nel pensare, progettare, scegliere con determinazione di camminare insieme. Iniziamo insieme un cammino di analisi sulle tante emergenze del nostro territorio. Andiamo alla ricerca, investiamo sulle tante perle preziose che sono dinanzi a noi e che non vediamo perché miopi nella speranza. Attorno a noi abbiamo tre perle preziose: la natura, la cultura e la tecnologia.

NATURA. Il nostro territorio si presenta splendidamente variegato per la sua conformazione geografica. Offre risorse non indifferenti che vanno dalle alte montagne, al mare, ad una fertile zona collinare. Un tale patrimonio naturalistico non solo va valorizzato ma deve diventare una risorsa lavorativa per tanti giovani che forse oggi nemmeno conoscono le potenzialità di tanta ricchezza.

– Incentivare la conoscenza e la fruizione dei percorsi naturalistici già esistenti e dove è possibile crearne dei nuovi.

– Educare i nostri giovani all’utilizzo delle risorse della terra quale fonte di sussistenza. Pensare al recupero e all’immissione nel mercato di antiche colture, di prodotti tipici.

– Per questo la Diocesi è pronta a mettere in gioco i beni di sua proprietà.

CULTURA. Il nostro territorio e, in modo particolare, i nostri piccoli centri, è caratterizzato non solo da ricchezze naturalistiche, ma anche da un patrimonio artistico e culturale. Ma affinché tutto questo sia fruibile è necessario convertire il turismo “mordi e fuggi” che invade le nostre coste a un turismo di qualità che preveda contemporaneamente la fruizione delle coste e la conoscenza del territorio.

– Creare percorsi legati al patrimonio artistico della Diocesi (la via del Gagini, la via del Crocifisso di Fra Umile da Petralia e della sua scuola, i musei parrocchiali, comunali…).

– Concordare con le Parrocchie progetti che coinvolgano giovani, progetti che puntino alla conoscenza e valorizzazione dei beni di un paese.

INNOVAZIONE TECNOLOGICA. La società di oggi impone che tutto confluisca in rete perché sia maggiormente conosciuto e reso fruibile, ma questo non può prescindere dalla catalogazione, dallo studio, dalla messa in sicurezza di un ingente patrimonio che contrariamente resterebbe preda di un clic occasionale senza muovere il fruitore a una reale visione.

È giunto il tempo di progettare insieme, osare insieme, percorrere con determinazione i passi verso il dialogo e verso il bene comune. Favoriamo a tutti i livelli la cultura dell’incontro. Ascoltiamo il grido della nostra gente che sono certo noi tutti qui presenti amiamo. Facciamoci compagni di viaggio neisentieri di questo

tempo della storia che viviamo, dei nostri figli. Anche io sono figlio di questa terra, della nostra Sicilia. Anche io sono stato un figlio, uno tra sette figli. So anche che per i genitori mettere al mondo un figlio è una gioia, crescerli è una fatica. Tanti dei nostri figli che abbiamo cresciuto con fatica ci lasciano. Ed è normale che sia così. Ma tanti nostri giovani scappano dai nostri comuni perché senza futuro. Tutto questo anch’io l’ho sperimentato. Alcuni miei nipoti sono dovuti andare in Germania perché non trovavano lavoro. Rischiavano di morire di fame.

Continuo a sperimentarlo anche oggi con una sofferenza lacerante. Leggo insieme a voi, condivido con voi la bruciante testimonianza di un giovane delle Madonie, un giovane che dopo aver conseguito due lauree, ha lasciato il nostro Territorio. “Quando studiavo, sia al liceo che successivamente all’università, mi piaceva pensare – e ne ero certo – che avrei messo a disposizione della mia gente e della mia terra di Sicilia le mie competenze. Gioivo all’idea che nella mia terra sarei cresciuto come uomo e cittadino e che in Sicilia sarebbero probabilmente vissuti i miei figli e i figli dei miei figli. Oggi mi trovo in una terra in cui mai avrei pensato di vivere, una terra senza il mare, ma circondata dal bianco delle montagne, in cui c’è un diverso accento, in cui non vedo i volti rassicuranti che ben conosco, ma in cui ho trovato ospitalità e in cui finalmente, ho dato senso ai miei studi universitari e mi sono realizzato professionalmente. Mi rattristo quando penso a come vivo la Sicilia oggi, è diventata per me solo la terra delle vacanze, del passato. Perché del passato? Perché senza lavoro non può esserci futuro. Per nessuno!

È la terra in cui ancora oggi contemplo tutti i sacrifici dei miei genitori, quei sacrifici di cui io, da figlio non potrò godere, o forse godrò un giorno quando ormai, vecchio e stanco, sarò nell’ultima fase della mia vita. Ma allora potrò dare ben poco a questa terra che amo. Le mie migliori energie saranno state spese lontano”. È una lettera che non va commentata ma che ci interroga. È un invito per noi tutti a respingere ogni possibile e anche non voluta sterile forma di inerzia, di passività, di rassegnazione che potrebbe trasformare le nostre comunità in silenziosi cimiteri.

L’ho detto a Gangi nel giorno di Pentecoste «Visitando i nostri Comuni, sento sempre parole di tristezza; C’è un popolo che vede i più giovani andare via, lasciare la propria terra; i vecchi che muoiono e portano via la memoria; nascono meno bambini… Un popolo che vede i vecchi lasciare questo mondo senza potere fare dei sogni perché mancano i giovani che fanno la profezia. Resteranno solo le terre abbandonate e aride; resteranno solo le mura delle case e delle chiese come muti testimoni di un popolo dal passato glorioso che si offre all’ammirazione di un turismo “mordi e fuggi». Lo dico anche a voi, cari sindaci, si verrà nei nostri paesi, soprattutto quelli delle aree interne, solo per trovare i defunti. Come viviamo la desertificazione dei nostri comuni? Emigra il capitale umano delle nostre terre, le intelligenze, i talenti, le forze. I nostri paesi sprofondano.

Dialoghiamo con la storia e con il presente senza rimanere immobili. Una comunità sociale, politica, che non riesce a donare prospettive deve sentire fortemente come una madre il peso della sua colpa. Non offrire ai giovani prospettive di futuro significa rubare loro la speranza. Non possiamo sentirci a posto con le coscienze. Siamo tutti chiamati, anche la Chiesa, a dare ai giovani strumenti culturali per percepire quali potrebbero essere le prospettive per il domani. Come vorrei che le nostre parrocchie divenissero un centro propulsore di vita evangelica e proprio per questo anche un centro di elaborazione culturale e di impegno sociale! Come fare perché tutti i disagi del nostro territorio, a iniziare dalla situazione precaria della rete viaria, possano essere convertiti in progetti? Progetti nobili, puliti, onesti. La nostra Sicilia nei momenti di sofferenza e nei grandi passaggi culturali, come quello che viviamo, ha saputo aprire la via a grandi prospettive. Per i nostri comuni ci sono grandi prospettive per il futuro. Abbiamo tante risorse naturali, culturali, umane.

Abbiamo la rete, internet, i social network. Nelle risorse c’è la possibilità di un riscatto e di un futuro. Noi dobbiamo accompagnare e incoraggiare a investire tali risorse. Le risorse sono le nostre speranze, sono già la nostra primavera in questo gelido inverno che viviamo. Pensiamo ai tanti piccoli o piccolissimi comuni delle nostre Madonie. Non riusciamo più a trattenere i residenti. Sono il nostro primo fronte di battaglia. Sono territori fragili. Sono i figli più malati. Hanno meno competenze spendibili sul mercato, spesso caratterizzati da situazioni di quasi totale isolamento. Mi chiedo e vi chiedo: sono zavorre da lasciare al loro destino senza futuro? Sono territori, persone, speranze da valorizzare e coinvolgere in un processo di sviluppo sempre più inclusivo con la zona costiera del nostro territorio? Perché non pensare a una possibile scuola per giovani imprenditori, per i figli ormai pochi di queste aree interne? Alziamoci, progettiamo. Saltiamo insieme quel pungente e arrugginito filo spinato del ritardo. Nei nostri paesi la lentezza è la cifra che vedo dovunque presente.

Scavalchiamo con determinazione e insieme il muro di una burocrazia lenta e paludosa. Vorrei condividere con voi un progetto che già muove i suoi primi passi: il laboratorio della speranza. È un mio sogno che condivido e consegno anche a voi. Possibilmente avrà bisogno del vostro sostegno, delle vostre competenze.

Nella lettera di invito vi ho scritto che «Il tempo è ormai maturo per far fronte comune, superando ogni sterile logica individualistica e campanilistica. Sin dall’inizio del mio ministero pastorale in Diocesi ho espresso il vivo desiderio di incontrare le diverse realtà istituzionali per dialogare e condividere progetti per la creazione di un “laboratorio della speranza”». Sogno un laboratorio in cui i nostri giovani potranno e dovranno mettere insieme le loro esperienze, idee e progetti. Un laboratorio della speranza dove prima di tutto si dia vita e respiro a una nuova mentalità che non potrà essere quella dei perdenti, degli sconfitti, dei rassegnati, degli sfiduciati. Per dare loro la possibilità di sognare con noi. Un laboratorio che, valorizzando il nostro ambiente naturale, artistico e culturale, apra le porte della speranza ai nostri comuni. Da dove si partoriscano progetti che uccidano ogni forma di rassegnazione.

Ricordiamocelo continuamente: la rassegnazione non ci appartiene! Educhiamoci invece a pensare che il futuro è nelle nostre radici. La speranza è nelle nostre radici. Sto esortando i miei presbiteri a mettere a disposizione dei giovani le nostre risorse spirituali e poi anche quelle materiali. Quelle risorse e quei beni che la nostra Chiesa possiede per elaborare con loro e, possibilmente col vostro impegno, progetti che diano lavoro. Iniziamo a parlare delle cooperative sociali. Nel mese di settembre sono stato a Veroli, vicino a Roma dove si è svolta la Giornata Nazionale del Creato. Sono partito con tre giovani sposi che sono anche papà. Due di loro laureati. Uno rimasto disoccupato da poco con a ricarico moglie e tre splendide bambine. Tutti e tre cercano lavoro. Non vogliono lasciare la nostra terra. Non cercano “la raccomandazione”.

Lì ci siamo confrontati con l’esperienza qualificata ed entusiasmante di altri giovani che all’inizio, con la saggia guida di Mons. Boccaccio e, oggi del loro vescovo Mons. Ambrogio Spreafico, hanno dato vita da diversi anni a una grande cooperativa. Una cooperativa che gestisce una casa per anziani, strutture ricettive, ludoteche per diversamente abili, un centro Raee per la raccolta di materiali elettrici vari che, se non adeguatamente smaltiti, diventano pericolosi. Una cooperativa che dona lavoro a più di cento persone.

A tante famiglie. Questi giovani, questi saggi imprenditori ci hanno consegnato una potente lezione: i sogni uccidono le paure, danno forza, energia, luce. Ci trasformano in piccoli giganti della speranza che si rifiutano di rifugiarsi nei dondoli riposanti dell’ormai, della delega, delle mormorazioni. Vie di fuga che allungano le nostre agonie. Metastasi che aprono il varco al timore servile verso il potente di turno.

Il nostro Laboratorio della speranza muove i suoi primi passi. È ancora un neonato. Possiamo dire che oggi insieme a voi, cari sindaci, sta per ricevere “il suo battesimo”. Facciamolo crescere, camminare, diamogli da mangiare. Sulla Rete vengono diramati alcuni progetti che leggo con attenzione. Ne ricordo alcuni: Resto al Sud, Nuove imprese a tasso zero, ideati per promuovere e sostenere l’imprenditorialità giovanile. Visioniamoli insieme.

Concludo annunciandovi due eventi che dobbiamo impegnarci a promuovere e programmare come una preziosa vetrina di rilancio per il nostro territorio, il nostro ambiente.

La Conferenza Episcopale Siciliana e la Regione Sicilia hanno siglato un accordo per la raccolta differenziata nelle parrocchie. La Conferenza Episcopale Italiana ha accettato la candidatura della nostra Chiesa di Cefalù per ospitare la prossima Giornata Nazionale del Creato.

Ho finito. Ora ascolto Voi. Ascoltiamoci tra di noi.

✠ Giuseppe Marciante