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“Ciao Totò!”: la commovente lettera in memoria di Salvatore Collara

In simili circostanze dinanzi al feretro di un potente, di un illustre personaggio, di un politico, la platea degli amici, degli astanti è solita sperticarsi in pubblici encomi, in lodi ed elogi del defunto narrando le sue gesta, le sue opere, le sue conquiste ecc.

Ma Totò non apparteneva a nessuna delle suddette categorie, era di umili origini e con umili origini ci ha lasciato. Mi sono chiesto allora, buttando giu questi pensieri in libertà che, spero sinceramente possano alleviare anche solo per un momento il desolante sconforto della famiglia, cosa dire dinanzi a Totò.

Cosa dire dinanzi all’umile piccolo artigiano, all’uomo senza titoli? Forse raccontare piccoli aneddoti, minuti episodi che illustrano meglio di qualsiasi opera o gesta i tratti salienti della sua persona o quelli che a me così sono apparsi e mi è facile individuarli in due grandi doti e virtù:
L’umiltà con totale assenza di qualsivoglia forma di arroganza e superbia. La disponibilità nei confronti di tutti.

Umiltà e disponibilità costituivano la cifra del suo carattere, della sua personalità.

Eri nato “o Vasciu”, come diciamo in cefaludese e insieme abbiamo percorso i primi anni della nostra vita come compagni di giochi (memorabili le nostre partite a calcio nella via Vanni). Poi, come accade spesso, i nostri destini si divisero per rincontrarsi negli ultimi 15/16 anni allorquando in un delicato momento della mia vita, mi accogliesti fraternamente nella tua famiglia facendomi incontrare e conoscere i tuoi cari: la tua cara Sara, Vincenzo di cui eri fiero e orgoglioso, l’amata Robertina.

Questa la tua grande opera, questo il tuo grande gesto. Aver costruito con sacrificio, abnegazione e intelligenza la tua unita famiglia, e soprattutto hai saputo trasmettere ai tuoi figli quelle rare doti cui cennavo.

Narcisismo, individualismo, vittimismo, i tre ismi di cui ci parla il Santo Padre non albergavano nella tua persona. Non ti rimiravi allo specchio per autoelogiarti, non cadevi nello sfrenato individualismo malanno pestilenziale dei nostri tempi e giammai, anche se a ragione ne avresti avuto buon diritto, sei scivolato nel facile vittimismo di chi è solito recitare “capitano tutte a me”, “il mondo ce l’ha con me”, “la vita non mi è stata amica”.

Al contrario, sempre più conoscendoti, vedevo affermarsi in continuo la tua disponibilità e generosità, prima nei confronti della famiglia e poi degli amici tutti, conoscenti tutti, illustri sconosciuti tutti.

E non avevi paura, meno che mai orgoglio, di confidare le tue paure, le tue preoccupazioni in primis per Roberta (frequentatrice anch’essa delle stanze del dolore) e poi di Sara quando ebbe a subire un delicato intervento chirurgico che non ti lasciava tranquillo.

A tale proposito e a proposito della umiltà mi piace ricordare, e spero non me ne voglia Vincenzo, quando Egli nella circostanza prima ricordata si rivolse a me allarmato e preoccupato per trovare consiglio e conforto e, in tal senso, ritenni giusto suggerirgli di fare una visita a Gibilmanna a trovare la nostra Patrona, e lui “ma Angelo io ho dimenticato come si prega” e io di rimando “vai tranquillo e parlale come faresti con tua madre Sara”.

Con mia profonda gioia Vincenzo ascoltò il mio invito e con tanta tantissima umiltà si portò dinnanzi alla Vergine per l’intento manifestato,

Vegliate e siate pronti perché non vi è dato sapere né l’ora né il giorno diim cui ritornerà il padrone. Vegliate e siate pronti perché non sapete quando arriva il ladro poiché se lo sapeste non vi lascereste scassinare la casa. (Matteo, 24)

Come lo traduciamo questo versetto in tale contesto? E che reale significato attribuire al verbo “vegliare”? Io banalmente e, da non addetto ai lavori, provo a dare la mia personale interpretazione. Non vi è dubbio che il verbo indicato stia a significare di restare ad occhi aperti soprattutto in un mondo di oscurità. Ma perché avere occhi aperti?

Per incontrare Dio oggi prima che ci incontri lui. Per lasciarsi contaminare e coinvolgere dall’immenso amore di suo figlio Gesù oggi prima che l’aridità faccia breccia nei nostri cuori. Per vivere oggi un’autentica e sincera conversione che ci cambia riempiendo di gioia i nostri cuori. Per incontrare l’altro e condividere il suo dolore, la sua sofferenza, la sua solitudine, i suoi drammi e incontrare così il volto di Cristo. Per offrire a lui il nostro piccolo amore, le nostre debolezze, le nostre povertà, le nostre fragilità, i nostri dolori.

Ma, ahime, cecità e sordità sono divenute caratteri predominanti delle nostre vite e alimentano l’insana globalità della indifferenza, inseguiti dalla vorticosa e affannosa quotidianità dai ritmi sempre più veloci, frenetici, turbolenti e da cui non riusciamo a fuggire.

Caro Totò, certamente non hai avuto modo di ricevere, per le modalità in cui si è svolta la tua dipartita che ci lascia sgomenti e attoniti oltre che ricolmi di lacrime e, che evidentemente così era scritto avvenisse nel libro della vita, il dono dell’ultimo sacramento.

Ma, senza che ciò appaia come immodesta presunzione, sono certo che tu “Il Dio delle genti”, il nostro Salvatore lo hai già incontrato su questa terra non essendo stato né cieco né sordo.

E pertanto sei pronto e sveglio per rincontrarlo nella Santa Gerusalemme. Non mi resta allora che dare libero sfogo all’insopprimibile esigenza di chiederti scusa. Qui nella casa di Dio e Coram Populo (dinanzi a tutti) ti chiedo scusa Totò.

Se un banalissimo incidente, se un evitabile equivoco, se un futile fraintendimento abbia potuto generare in te il semplice sospetto, l’erroneo convincimento che una consolidata amicizia fosse finita, che una fratellanza praticata e vissuta fosse arrivata al capolinea.

Sai per primo che una vera amicizia forte, sincera non basata su calcoli o convenienze non può essere scalfita da qualsivoglia “quisquiglia” o “chiacchericcio”.

Ti chiedo scusa Totò per un comune amico che, come tuo solito, avevi accolto a braccia aperte e che inopinatamente e sconsideratamente decise di tradire la tua fiducia e quella di Vincenzo, allontanandosi da voi senza il minimo pentimento, preda anch’egli del peccato di orgoglio di cui tutti siamo vittime.

Tale avvenimento unitamente alla scoperta e riscoperta dell’ingratitudine umana ti aveva ferito e crucciato parecchio e non facevi mistero di ricordarlo in ogni circostanza. Forse quell’amico, oggi, è anche qui presente tra noi, e stai sicuro, egli in cuor suo avverte la profonda tristezza del suo tradimento.

Ti chiedo scusa Totò per non averti chiamato o avvicinato dopo l’ultimo ricovero in ospedale durante il quale fosti felice e sollevato dall’avermi sentito. Non ebbi a chiamarti o avvicinarti magari per aggiungere la mia voce alle tante susseguitesi, per darti forza e coraggio e spingerti ad affrontare l’ennesimo risolutore, così si sperava, intervento chirurgico che nelle condizioni date, rifiutasti.

Ciò costituisce per me fonte di profondo rammarico e rimpianto unitamente ad un senso di colpa che mi perseguiterà all’infinito. Per opportuna terapeutica medicina voglio, allora, abbandonarmi ai tanti ricordi, ai tanti vissuti che ci hanno accompagnato. Dunque mi è facile ricordare come eri felice nelle tante tavolate, nei nostri sempre affollati simposi dove allegri e contenti condividevamo il buon cibo e il buon vino e, dove, tu sotto lo sguardo vigile e attento di Robertina, rifiutavi, a malincuore, l’ennesimo tentatore invito a consumare l’ultimo bicchiere.

Eri felice quando, con somma e certosina sapienza, mettevi in atto le tue sottili provocazioni ora agitando i colori del tifo, ora sproloquiando di politica, ora di come intendere e praticare l’essere cristiano, cose tutte queste, che ci dividevano ma, sempre, nel comune rispetto dell’altrui opinione e, soprattutto, con la scoperta da parte mia che eri sensibile all’ascolto e ad imparare qualcosa di nuovo. Provocazioni dicevo tese a scuotermi dai miei prolungati assordanti silenzi e, cantavi vittoria quando riuscivi nel proposito di vedermi alterato e agitato disponibile a risponderti. Scaramucce di vecchi nostalgici di una sparita gioventù.

Ti chiedo scusa Totò per questo e per non aver detto tutto questo in vita forse, per tale motivo, oggi ho preferito versare su scritto questi pensieri. A braccio avrei temuto di non aprire bocca. Mi fermo qui amico mio e se un po mi conosci sai che ho detto tanto facendo violenza alla mia innata riservatezza e al mio atavico pudore.

Molto altro avrei da aggiungere ma il resto lo riserverò nella mia preghiera. Ti sia lieve la terra e fai buon viaggio. Ti saranno fedeli compagni di navigazione, il tuo angelo custode e la nostra Vergine madre che, dall’Eremo di Gibilmanna ci sostiene e progette. Per accompagnarti dinanzi al Padre che, dall’alto della sua infinita misericordia, non mancherà di spalancarti le sue grandi braccia.

Adesso ci guarderai da lassù e, come recita l’antico adagio, che per l’occasione modifico, così mi piace concludere.

“I monti per natura fermi stanno e gli uomini del mondo in cielo ad incontrarsi vanno”. E li presto o tardi ci incontreremo Totò per celebrare e condividere magari, un altro meraviglioso simposio. Ti voglio bene.

Angelo