Festa del SS. Salvatore: l’Omelia del Vescovo

Carissimi fratelli e sorelle,
i Vangeli della Trasfigurazione terminano con la richiesta di Pietro di restare nella visione e l’invito di Gesù a scendere e incarnare la visione nella realtà.
Del brano del Vangelo secondo Marco che abbiamo ascoltato mi ha sempre colpito l’espressione riferita a Pietro, Giacomo e Giovanni: «Mentre scendevano dal monte». Non possiamo leggerla soltanto nel suo significato letterale, come la nota finale di un semplice e spartano dettaglio di cronaca. Non lo è stata per i tre discepoli; non può e non deve esserlo neanche per noi: rischieremmo di fare una lettura selvaggia della Parola di Dio. Così avrebbe detto con la sua indimenticabile sapienza biblica il cardinale Carlo Maria Martini.
I discepoli erano stati sconvolti da due esaltanti esperienze, una visiva e l’altra uditiva: avevano visto il Cristo trasfigurato.
Dai dettagli riportati: vesti splendenti, bianchissime, nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così candide, comprendiamo che essi si erano trovati inaspettatamente di fronte a una sorta di prova visibile e sperimentale della divinità del loro Maestro. Quella uditiva, l’ascolto della voce della profezia di Elia, di Mosè e ora addirittura di Dio, ne dava un’ulteriore e indelebile conferma.
Ecco allora che in quel «mentre scendevano dal monte» vi dovremmo cogliere anche il modo figurato, metaforico con il quale l’autore del Vangelo cerca, quasi “balbettando”, di descriverci e raccontarci il ritorno a essere pienamente “uomini”, a tenere i piedi a terra, per i tre discepoli di Cristo Gesù. Di quel Cristo: «Che pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2,6-7).
Questo scendere simultaneamente, addita anche a noi tutti, il modus proprio del cammino dei discepoli del Cristo trasfigurato. Va fatto col passo degli uomini, ma non basta. Deve essere quel camminare insieme che c’invita a guardare al domani, ad andare avanti. Anche noi oggi siamo raggiunti dalla voce di Dio; non esce da una nube, ma dalla pagina di questo santo Vangelo: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
Vi è per noi la consegna chiara di un mandato: siamo di fronte ad una specialissima ed illuminante esortazione. Un’esortazione che ha l’enorme potere di guardare con occhi trasfigurati il nostro presente, l’oggi; lo spazio che abitiamo. Di trasfigurare la nostra casa comune, i nostri borghi, i nostri comuni, il nostro territorio, la nostra amata Cefalù. Sentiamoci invitati, pertanto, a costruire una città trasfigurata.
Siamo di fronte ad una chiamata “a una conversione missionaria”, personale e comunitaria che Papa Francesco invoca per tutta la Chiesa universale, per la nostra Chiesa di Cefalù, per ogni discepolo del Signore e della Sua Parola.
L’ascolto ubbidiente della voce di Dio e del Figlio Suo Gesù Cristo, ci chiama ad una “conversione missionaria”, ad una “discesa” dal monte Tabor delle nostre divine sicurezze, delle nostre onnipotenze, dei nostri mascherati egoismi. Ad uno scendere immediato dalla cima-fortezza delle inarrestabili xenofobie, che inducono al totale e testardo rifiuto ad accogliere il fratello che sbarca nei nostri mari.
Pandemie prodotte dai virus della paura e della chiusura, generati nella invisibile rete dei potenti e veloci laboratori mediatici. Anche i nostri amati ed efficientissimi social, che non vanno mai demonizzati perché preziosi canali di comunicazione, sono stati purtroppo abili nel venderci a costo zero, pillole capaci di favorire gli aborti, clandestini o manifesti, dell’accoglienza del fratello.
Lentamente e passivamente abbiamo assistito alla silente agonia della millenaria vocazione alla vita e all’accoglienza del mare Mediterraneo, della nostra isola e della nostra Cefalù. Basta guardarci attorno per lasciarci “trasfigurare” dalla bellezza e dalla ricchezza, nate dall’incontro e dal dialogo di culture e civiltà differenti in tutta la Sicilia e il Sud della nostra Penisola.
Cefalù ne è una gemma preziosa.
La nostra Basilica Cattedrale, Il Cristo Pantocratore, un faro sempre acceso.
Per avviare questo processo di trasfigurazione della nostra città, dobbiamo tutti scendere da quell’alto monte, dove con acuta furbizia vi abbiamo piantato e coltivato gli alberi, tra i cui rami si nascondono i nidi dei nostri privilegi, degli scatti di carriera e delle ambite promozioni abbinate al solo potere. Dobbiamo scendere dal nostro volere a tutti i costi esercitare variegate e profumate forme di dominio verso i molti fratelli e figli di una società, che nel tempo ha asfaltato la via dell’analfabetismo legale; di quell’analfabetismo che ha generato il non sapere più leggere e scrivere l’identità dei diritti e dei doveri.
Per troppi, a dire il vero, si tratta anche e soprattutto di un puro e pericoloso analfabetismo politico di ritorno. Sentiamoci chiamati per nome dal Cristo Salvatore; chiamati a riedificare una città trasfigurata; a lasciare, con lucida tenacia, la culla del quieto lockdown ambientale, sociale, culturale e spirituale che ci tenta a lasciare “le cose per come sono”.
Pensare ad una Cefalù trasfigurata apre le porte delle nostre azioni alla via dei sogni, quella cementata dal senso di responsabilità, che fa di ogni singolo cittadino il mattone unico ed insostituibile, per costruire la città degli uomini. Si può sognare una città trasfigurata se la pensiamo come la città degli uomini: del neonato, del bambino, del giovane, dell’anziano; del ricco, del povero, del cattolico, dell’ateo, di chi professa altre religioni, degli indigeni, degli emigrati e degli immigrati.
Una città fa esperienza della trasfigurazione se sceglie la via dell’integrazione, della condivisione, del dialogo.
Cefalù andrebbe pensata come la culla della teologia mediterranea dell’accoglienza.
Una delle espressioni dell’accoglienza è certamente il turismo, ma non un turismo vorace e irresponsabile che divora l’anima della città, che sostituisce la vita reale con una vita fittizia da cartolina.
La città accogliente è quella che racconta la sua storia e che fa della narrazione il suo punto di forza; una narrazione che sgorga dal vissuto dei suoi cittadini e non da strutture di accoglienza anonime.
Un turismo selvaggio, mordi e fuggi e solo stagionale trasforma la città un luogo del degrado, del non-umano.
Col passare degli anni una città che non è più abitata dai suoi cittadini porta al disimpegno e alimenta sempre più la tentazione di abbandonarla.
Questa chiamata deve raggiungere soprattutto noi cristiani che, se condividiamo il Pane Eucaristico, dobbiamo cercare di imparare a condividere anche quello della terra. Una Chiesa anch’essa trasfigurata, che nello spazio pubblico e cittadino sa essere presenza senza stare fuori dal tempo. Come cittadini responsabili e partecipi di ogni processo teso al bene comune e alla pace sociale. Senza le obsolete rigidità che annebbiano la Luce del Cristo Trasfigurato, del Salvatore, del Pantocratore.
Pensiamo alla rinascita di un Sud affaticato.
Trasfiguriamoci calpestando sinodalmente le vie del servizio, della profezia, della compassione. Bisogna avviare processi sinodali di formazione per la vera crescita del nostro popolo.
Papa Francesco ce lo ricorda con una domanda in Evangelii Gaudium:
A volte mi domando chi sono quelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dare vita a processi che costruiscono un popolo, più che ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana[1].
Spetta a ciascuno di noi, insieme, trovare risposta. Da cristiani, da uomini trasfigurati.
Si tratta di mettersi a fare del nostro mondo in cui viviamo non uno spazio di violenze, di ingiustizie e di morte, ma un giardino da coltivare e custodire come era stato chiesto all’inizio dell’umanità. Coltivare creando spazi per discernere sulle grandi questioni ambientali, sociali, culturali e morali che segnano la società odierna, da custodi fedeli che non scappano dall’impegno e dalla ricerca, a tutti i livelli. Purtroppo i tristi episodi dei funesti incendi, ad opera di mani criminali, di questi giorni caldi di agosto mi spingono a pensare che ci troviamo di fronte a un pianificato disegno di desertificazione della nostra terra a vantaggio di sporchi interessi economici verso destinatari che per il nostro colpevole silenzio resteranno anonimi.
Lancio due iniziative che vorrebbero essere una risposta immediata ai criminali incendiari:
– Un gesto di solidarietà: la colletta della prossima domenica, tramite la Caritas diocesana, sarà destinata a chi ha subito gravi danni dagli incendi.
– Un avvertimento ai criminali: chi si macchia di tale reato si pone fuori dalla comunione della Chiesa in quanto ha commesso un crimine contro il Creatore mettendo a rischio la vita delle persone e la distruzione del bene ambientale prezioso per la sopravvivenza di tutte le sue creature.
Dopo la Trasfigurazione, il Risorto non ci lascia soli in basso a valle, ma continua a camminare con noi mettendo a fuoco questa diversità di sguardo perché ogni giorno, specialmente nella prova della passione, riusciamo a resistere e ad andare avanti come vedendo l’invisibile (Eb 11,27), quel che con uno sguardo corto non riusciamo a vedere. Ancora una volta chiediamo al nostro Salvatore di far sventolare presto la bandiera che annuncia la fine di questa pandemia cosi come cantano ogni sera della novena i devoti di Gesù Sabbaturi: «Gesù Sabbaturi / isati bannera / scanzatini culera / ‘nta tutti i città». Amen.
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[1] Francesco, Evangelii Gaudium, 224.