Il pd si spacca pur di non andare subito al voto

Con 107 sì, 12 no e 5 astenuti, la direzione del Pd ha approvato l’accelerazione decisa da Matteo Renzi che porterà al congresso immediato dopo che il segretario formalizzerà le sue dimissioni necessarie per l’anticipo della sfida interna che nei fatti allontana il voto a giugno. «È ora di mettere un punto, facciamo il congresso e poi chi perde il giorno dopo da una mano», è il gong che suona l’ex premier che riesce a compattare la sua maggioranza tranne Andrea Orlando ma non a convincere la minoranza di Pier Luigi Bersani e Michele Emiliano, per i quali «con il congresso ad aprile si rischia la scissione». Alla direzione, in cui si consuma la rottura ampiamente prevista tra maggioranza e minoranza, partecipano tutti i big del partito: c’è il premier Paolo Gentiloni, che siede sul palco al fianco di Renzi, molti ministri, tra i quali Pier Carlo Padoan invitato dopo la polemica sulla manovra. Dopo anni di assenza in direzione, si fa rivedere Massimo D’Alema che però, a differenza di Bersani, Emiliano, Speranza e Rossi non prenderà la parola.