A Cefalù il Natale non era soltanto una data sul calendario o un giorno di festa. Era un tempo lungo, che cominciava molto prima del 25 dicembre, fatto di gesti ripetuti, profumi che tornavano ogni anno e cucine che diventavano il centro della casa. Tra i dolci che si preparavano in quei giorni, e che oggi sopravvivono solo in poche famiglie, ci sono i catuòbbisi, biscotti antichi, ricchi, pazienti, legati a una ritualità domestica che rischia di scomparire.
Non erano dolci da improvvisare. I catuòbbisi richiedevano tempo, attenzione, collaborazione. Si iniziava giorni prima, perché nulla doveva essere fatto di fretta. La preparazione non era solo un atto culinario, ma un momento condiviso, spesso tramandato a voce, senza ricettari scritti. Ogni famiglia aveva le sue piccole varianti, ma il senso restava lo stesso: trasformare ingredienti semplici in qualcosa che parlasse di festa, abbondanza e attesa.
La base era un impasto generoso, fatto con farina, uova, zucchero e strutto, lavorato lentamente fino a diventare una palla omogenea. Si impastava “a cuònca”, sul tavolo o nella grande madia di legno, mentre in casa si mescolavano i profumi del limone grattugiato e della vanillina. L’ammoniaca, sciolta nel latte tiepido, dava ai biscotti quella friabilità particolare che ancora oggi li rende inconfondibili.
Ma il cuore dei catuòbbisi era il ripieno. Un ripieno ricco, scuro, profumato, che raccontava l’inverno siciliano meglio di qualsiasi parola. I fichi secchi, messi in ammollo e poi tritati, diventavano la base su cui si univano cannella, uva passa, cioccolato fondente, mandorle e noci appena abbrustolite. C’erano poi gli agrumi, con le scorze di limone e arancia, il caffè, la marmellata di mandarino o di arancia e quel tocco speciale di marsala all’uovo, che dava profondità e calore al composto. Un ripieno che non si assaggiava solo con la bocca, ma con la memoria.
Un dolce che racconta il Natale di una volta
La pasta veniva stesa con il matterello, poco alla volta, e farcita secondo la forma che ogni famiglia preferiva. Non esisteva uno stampo unico: contava il gesto, non la perfezione. I catuòbbisi venivano poi cotti nel forno a legna, quando era possibile, o nel forno di casa, e lasciati raffreddare prima dell’ultima fase, quella più attesa dai bambini.
La decorazione era affidata alla “ilata”, una glassa semplice ma luminosa, fatta con albume montato, zucchero a velo e qualche goccia di limone. Sopra, immancabili, i “diavulicchi”, gli zuccherini colorati che davano ai biscotti l’aspetto della festa. Era il momento in cui la cucina si riempiva di vassoi, e i catuòbbisi venivano messi da parte, pronti per essere offerti nei giorni di Natale.
Oggi questa tradizione resiste in silenzio. Non è scomparsa, ma si è ristretta. A Cefalù sono sempre meno le famiglie che preparano i catuòbbisi come una volta, seguendo ricette custodite gelosamente e tramandate più con l’esempio che con le parole. Come quella di Rosa Maria Aquia, che conserva e racconta un sapere domestico fatto di dosi, gesti e tempi che non si possono accelerare.
I catuòbbisi non sono solo un dolce. Sono un racconto di come il Natale si viveva nelle case, quando la festa passava anche dalla cucina e dal tempo dedicato agli altri. Ricordarli oggi significa non perdere un pezzo di identità, un frammento di quella Cefalù quotidiana e familiare che non sempre trova spazio nei racconti ufficiali, ma che continua a vivere finché qualcuno decide di impastare, farcire, aspettare.















