Il mare di Cefalù, il 1° marzo 1951, non aveva niente di romantico. Era scuro, duro, cattivo. Onde alte come muri, vento che tagliava la faccia, barche legate al molo che sbattevano contro il legno con un suono secco, nervoso. In quelle ore cinque marinai della motobarca Franco erano alla deriva da trentasei ore, senza motore, senza governo, in balìa di una mareggiata che non lasciava spazio alla speranza. Le ricerche ufficiali non avevano dato risultati. In porto si parlava a bassa voce. Qualcuno già faceva il segno della croce. Poi sette pescatori cefaludesi decisero di uscire. Non per eroismo da raccontare, ma per mestiere e coscienza. Settantacinque anni dopo, nel 2026, quella scelta continua a pesare come un’ancora nella memoria della città. Non fu un gesto improvvisato. Fu una decisione presa guardando il mare negli occhi.
Trentasei ore alla deriva
La motobarca Franco, partita dalla marina di Arenella, aveva lasciato il porto all’alba del 28 febbraio. Giornata incerta, cielo carico, ma il lavoro chiama e la pesca è pane. Poi il guasto ai motori. Il vento che gira. L’onda che monta. Restare fermi in mare aperto, con la barca che rolla e l’acqua che entra, significa contare i minuti come fossero ore. I cinque uomini a bordo non avevano più controllo. Solo freddo, stanchezza, paura. Le autorità marittime cercarono. Il tempo però faceva il suo corso. Il mare cancellava tracce, spostava correnti, confondeva rotte. In porto la notizia correva tra le reti stese ad asciugare e le saracinesche mezze abbassate. Le donne guardavano l’orizzonte. I vecchi scuotevano la testa. Trentasei ore sono un’eternità quando sei in balìa delle onde. E sono un peso anche per chi resta a terra.
La decisione di uscire
A guidare i sette fu Carmelo Fertitta. Con lui Salvatore Portera, Giuseppe Machì, Santo Aquia, Giuseppe Fertitta, Giovanni Cefalù e Giovanni Glorioso. Uomini di mare. Mani larghe, pelle segnata dal sole e dalla salsedine. Non erano incoscienti. Sapevano cosa significava affrontare quella furia. Sapevano che una barca piccola contro onde alte è poca cosa. Eppure salirono a bordo dell’imbarcazione dei fratelli Cefalù e lasciarono il porto. Non c’erano telecamere, non c’erano applausi. Solo il rumore del motore che tossiva e il vento che spingeva contro. In quei momenti non si fanno discorsi. Si guarda avanti. Si tiene la rotta. Si stringono i denti. Il coraggio, a volte, è una parola che arriva dopo. Prima c’è la responsabilità verso altri uomini.
Sei ore contro il mare
Navigarono per sei ore. Tre di andata, tre di ritorno. Onde che si alzavano e ricadevano come montagne in movimento. Spruzzi che entravano negli occhi, sale sulla bocca, mani che non mollano il timone. Cercare una barca alla deriva in mezzo a una mareggiata è come cercare un ago nel buio. Poi, a un certo punto, la videro. La Franco era lì, stremata, con i cinque marinai esausti. Non urla di gioia. Solo gesti rapidi. Mani che afferrano, corde lanciate, corpi tirati a bordo. L’umanità si misura in quei secondi. Non c’è spazio per l’enfasi. C’è solo da fare. Quando ripresero la via del ritorno, il mare non era più buono. Era lo stesso mare. Ma su quella barca c’erano dieci uomini vivi.
L’abbraccio della città
Il 2 marzo 1951 Cefalù si fermò. Il sindaco Giuseppe Giardina, con un decreto ufficiale, parlò di “alto spirito di abnegazione e di umana solidarietà”. Parole scritte su carta, ma nate in mezzo al sale. La città riconobbe in quei sette pescatori qualcosa che andava oltre il singolo gesto. Era l’idea di comunità che non lascia indietro nessuno. Col tempo, però, la memoria si affievolì. Le storie, se non vengono raccontate, si perdono tra le pieghe delle generazioni. Fino a quando qualcuno le riporta alla luce. La targa in marmo, la strada intitolata, le iniziative di Cefalunews con il contributo dei familiari, tra cui Rosamaria Aquia, figlia di uno degli eroi, hanno restituito nome e volto a quella giornata. Non per fare monumenti. Ma per non dimenticare.
Settantacinque anni dopo, nel 2026, il mare continua a battere sugli scogli di Cefalù con lo stesso rumore di allora. I nomi di Carmelo Fertitta, Salvatore Portera, Giuseppe Machì, Santo Aquia, Giuseppe Fertitta, Giovanni Cefalù e Giovanni Glorioso non sono solo incisi su una targa. Sono parte di una storia che appartiene a tutti. Quella di sette uomini che, davanti alla furia del mare, non voltarono le spalle. E in quel gesto semplice, concreto, lasciarono un segno che ancora oggi resiste al tempo e alla salsedine.














