Marzo 1940: il maggior egittologo italiano valuta lo scarabeo di Cefalù “cinque o dieci lire”. E ammette di non sapere nemmeno di che materiale sia fatto
Lo scarabeo egizio raccolto da Andrea Calderazzo sulla Rocca, tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940 (di quella scoperta abbiamo parlato qui), non rimase a lungo in casa della famiglia. La normativa di riferimento per i ritrovamenti fortuiti era la legge 1089 del 1° giugno 1939, firmata pochi mesi prima dal Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, che disciplinava la tutela delle cose d’interesse artistico o storico. Per i ritrovatori la legge prevedeva un premio. La somma non era libera: dipendeva dalla stima del valore del reperto, valutazione che spettava ai funzionari competenti.
Per lo scarabeo di Cefalù la stima fu di dieci lire.
Una valutazione fatta da chi non aveva l’oggetto in mano
A formulare il giudizio fu Giulio Farina, allora direttore del Museo Egizio di Torino, ovvero il più qualificato egittologo italiano in attività. Farina però non vide mai l’originale. La sua opinione fu raccolta per corrispondenza, sulla base di descrizioni ed eventuali fotografie.
Lo sappiamo grazie a una lettera della Soprintendente Archeologica per la Sicilia Occidentale, Jole Bovio Marconi, datata 13 marzo 1940, conservata fino agli anni Duemila negli archivi del professor Rosario Ilardo e oggi studiata dagli egittologi Claude Laroche e Gloria Rosati, autori dell’articolo scientifico pubblicato nel 2021 sulla Rivista del Museo Egizio di Torino.
Bovio Marconi riferiva testualmente: «L’egittologo prof. Farina dice che simili scarabei valgono da cinque a dieci lire; però, non sa di che materia precisamente sia lavorato».
È una frase che oggi colpisce. Il maggior egittologo italiano emetteva una stima monetaria su un oggetto che non aveva mai esaminato direttamente e di cui ammetteva di non conoscere il materiale. Non era, va riconosciuto, una pratica anomala per l’epoca: nei carteggi di Soprintendenza degli anni Trenta e Quaranta è frequente trovare pareri tecnici espressi sulla base di calchi in gesso, impronte in ceralacca e fotografie. La stessa Ernesta Bacchi, che nel 1942 pubblicherà il primo studio scientifico dello scarabeo, lavorerà con tutta probabilità su quegli stessi materiali di riproduzione, senza disporre dell’originale: è una circostanza che gli autori dell’articolo del 2021 sottolineano espressamente, per spiegare alcune delle imprecisioni di lettura presenti nel suo studio.
Resta il dato di fatto: la stima del valore dell’oggetto fu sbagliata in misura considerevole. Lo scarabeo di Cefalù è oggi catalogato dagli specialisti tra i pochissimi scarabei del cuore mai ritrovati in archeologia al di fuori dell’Egitto: in tutto il mondo se ne conoscono cinque, secondo il corpus mondiale curato proprio da Claude Laroche, che include più di 1.600 esemplari distribuiti in 128 musei e collezioni private. Lo scarabeo della Rocca di Cefalù è uno di quei cinque.
Il rifiuto
Il premio di dieci lire previsto dalla legge fu offerto alla famiglia Calderazzo e fu rifiutato. La nota 65 dell’articolo Laroche-Rosati ricostruisce così la circostanza: dieci lire del 1940 valevano, ai cambi attuali, meno di nove euro. Una somma modesta anche per l’epoca, e quasi simbolica rispetto alla portata del ritrovamento.
Sulla decisione di rifiutarla non abbiamo dichiarazioni della famiglia: la motivazione si deduce dai fatti. La Soprintendente Bovio Marconi non gradì il rifiuto. Nella stessa lettera confidenziale del 13 marzo 1940, indirizzata a Giuseppe Li Vecchi — l’insegnante cefaludese ispettore onorario della Soprintendenza che era stato il primo a esaminare lo scarabeo e a darne notizia sul Giornale d’Italia — Bovio Marconi commentava negativamente il comportamento del padre del ragazzo. Lasciava intendere, secondo la ricostruzione degli studiosi del 2021, di disporre di strumenti amministrativi che avrebbe potuto attivare nei confronti della famiglia. È un dettaglio che gli autori del 2021 commentano con cautela, ipotizzando che le circostanze della cessione potessero essere state più complicate di quanto la memoria del ritrovatore, sessantaquattro anni dopo, riuscisse a ricostruire.
L’arrivo a Palermo
Alla data del 13 marzo 1940 lo scarabeo non era ancora arrivato al Museo Nazionale di Palermo — Bovio Marconi lo stava aspettando. Vi giunse nelle settimane immediatamente successive. Da quel momento è registrato al Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo con il numero d’inventario 18405. Lì si trova ancora oggi.
Sulla famiglia Calderazzo cadde un silenzio che sarebbe durato decenni. Andrea Calderazzo lasciò la Sicilia: l’articolo del 2021 lo dice residente a Piombino, in provincia di Livorno, dove sarebbe morto nel 2008. Soltanto nel 2004 lo studioso cefaludese Rosario Ilardo, che stava raccogliendo materiali per il volume L’eccelsa rupe. Studi, ricerche e nuove prospettive storiche sulla rocca di Cefalù (pubblicato poi a Palermo nel 2013), riuscì a rintracciarlo. Calderazzo rispose con una lunga lettera, datata 5 maggio 2004, in cui ricostruiva quanto poteva ricordare della scoperta. Quella lettera è oggi una delle fonti primarie su cui si basa l’articolo scientifico Laroche-Rosati del 2021.
L’oggetto in attesa
Nelle vetrine del Museo Nazionale di Palermo lo scarabeo di Cefalù attese di essere studiato. Due anni dopo l’arrivo, nel 1942, in piena guerra, una giovane egittologa allieva di Farina lo avrebbe pubblicato per la prima volta sulla Rivista degli Studi Orientali. La sua datazione sarebbe rimasta in vigore per ottant’anni — ed era sbagliata di circa cinque secoli.
Fonti
- Claude Laroche, Gloria Rosati, “Two Egyptian Heart-Scarabs from Sicily and a Parallel from Berlin”, in Rivista del Museo Egizio 5 (2021). Open access: rivista.museoegizio.it.
- Lettera di Jole Bovio Marconi a Giuseppe Li Vecchi, 13 marzo 1940 (archivio Rosario Ilardo, citata in Laroche-Rosati 2021).
- Lettera di Andrea Calderazzo a Rosario Ilardo, 5 maggio 2004 (citata in Laroche-Rosati 2021).
- Rosario Ilardo, L’eccelsa rupe. Studi, ricerche e nuove prospettive storiche sulla rocca di Cefalù, Palermo 2013.
- Ernesta Bacchi, “Lo scarabeo del cuore di Thutmòse IV”, in Rivista degli Studi Orientali 20 (1942), pp. 211-227.
- Legge 1089 del 1° giugno 1939, “Tutela delle cose d’interesse artistico o storico”.















