Cinque scarabei del cuore trovati in tutto il mondo fuori dall’Egitto, uno è quello di Cefalù

In una banca dati internazionale che raccoglie milleseicento esemplari, solo cinque hanno una provenienza certa fuori dall’Egitto da scavo archeologico. Cefalù è uno di questi

Per capire la portata di quello che il liceale Andrea Calderazzo raccolse sulla Rocca di Cefalù nell’inverno del 1939-1940, bisogna allargare lo sguardo dalla Sicilia al mondo intero.

Gli “scarabei del cuore” sono una tipologia molto particolare di amuleti egizi. Non sono i normali scarabei che si trovano nei mercati turistici o nelle collezioni di antichità minori. Sono oggetti rituali precisi, pensati per essere collocati sul petto del defunto al momento della mummificazione, in corrispondenza del cuore. Sulla loro base è inciso un testo specifico: il Capitolo 30B del Libro dei Morti, una preghiera che il defunto rivolge al proprio cuore perché non testimoni contro di lui nel giorno del Giudizio davanti a Osiride.

Sono dunque oggetti funerari intimi, fatti per essere sepolti, non per essere commerciati né esibiti. Per questo, quando uno di loro emerge da un contesto archeologico fuori dall’Egitto, è una notizia.

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Il corpus mondiale

Negli ultimi decenni l’egittologo francese Claude Laroche della Sorbona ha costruito il corpus mondiale degli scarabei del cuore: un catalogo sistematico di tutti gli esemplari conosciuti, conservati in musei e collezioni pubbliche e private. Il corpus è la base della sua tesi di dottorato discussa alla Sorbona nel 2014 ed è in corso di pubblicazione.

I numeri attuali, pubblicati da Laroche e Gloria Rosati nell’articolo del 2021 sulla Rivista del Museo Egizio di Torino, sono questi: oltre 1.600 scarabei del cuore catalogati, distribuiti in 128 musei e collezioni private del mondo.

Sono numeri importanti, ma diventano sorprendenti se ci si pone una domanda specifica: quanti di questi 1.600 scarabei sono stati trovati fuori dall’Egitto da uno scavo archeologico documentato?

La risposta è: cinque.

I cinque del mondo

Vediamoli uno per uno, secondo quanto riportato nell’articolo Laroche-Rosati 2021.

Il primo è quello di Cefalù. Si trova al Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo, numero d’inventario 18405. Trovato sulla Rocca di Cefalù tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940 da Andrea Calderazzo, sul pendio occidentale sotto il cosiddetto Tempio di Diana, in superficie su un rivolo d’acqua dopo giorni di pioggia. Datato alla XXII dinastia, periodo libico, ca. 910-720 a.C. Materiale: pietra verde scura (probabilmente peridotite). Proprietaria: una donna chiamata Tekhet, cantatrice della dea Bastet.

Il secondo è quello di Tharros, in Sardegna. Si trova oggi al Museo Egizio di Torino, numero supplementare 17133. Acquistato dal museo nel 1853 da un commerciante chiamato Nicolò Musso, insieme ad altri oggetti dello stesso lotto. La sua provenienza è riportata come Tharros, l’antica città fenicia sulla costa occidentale della Sardegna. Il primo studio su questo reperto fu pubblicato nel 1942 da Ernesta Bacchi sulla Rivista degli Studi Orientali — lo stesso articolo in cui veniva presentato per la prima volta anche lo scarabeo di Cefalù.

Il terzo è quello di Tell Jerisheh, in Palestina. Lo riporta l’articolo del 2021 ricostruendolo dalla pubblicazione originale: fu scavato nel 1934 a Tell Jerisheh, sito archeologico situato a poca distanza a nord di Jaffa, lungo il fiume Yarkon. La scoperta fu segnalata dalla Jewish Telegraph Agency il 26 giugno 1934. Il reperto è descritto da Alan Rowe nel suo catalogo del 1936 al numero 641. Lo scarabeo è oggi conservato al Rockefeller Archaeological Museum di Gerusalemme, numero di inventario 343114. Sul retro reca un’iscrizione su dodici righe del Capitolo 30B del Libro dei Morti, le prime due righe — con il nome del proprietario — apparentemente abrase di proposito. Datazione proposta: Nuovo Regno, probabilmente XIX dinastia. È stato trovato in associazione con ceramica “filistea” sotto un muro di mattoni crollato e bruciato.

Il quarto e il quinto provengono da Cipro. Si trovano entrambi al British Museum di Londra, numeri di inventario EA 51856 ed EA 51857. Furono donati al museo nel 1913 da Robert Hamilton Lang, console britannico a Cipro nella seconda metà dell’Ottocento. Laroche e Rosati notano però una cautela importante: gli scavi sistematici di Hamilton Lang a Cipro furono condotti soprattutto a Dhali (l’antica Idalion) e Pyla. Per i due scarabei in questione non è documentata una provenienza archeologica precisa: è più probabile che siano stati acquistati a Cipro sul mercato antiquario locale, e non scavati personalmente. Quindi, anche se rientrano nel corpus dei “ritrovamenti extra-egiziani”, la loro storia è meno certa di quella degli altri tre.

Cosa significano questi cinque

Cinque scarabei del cuore, in tutto il mondo, fuori dall’Egitto, in quasi due secoli di archeologia moderna. Cefalù ne ha uno.

C’è di più. Se restringiamo i criteri ai casi più sicuri — cioè agli scarabei trovati in un vero contesto di scavo, escludendo quelli probabilmente acquistati come gli esemplari ciprioti — il numero scende a tre: quello di Cefalù, quello di Tharros, e quello di Tell Jerisheh.

In altre parole: lo scarabeo trovato sulla Rocca da Andrea Calderazzo è, secondo i dati attualmente disponibili, uno dei tre soli scarabei del cuore al mondo per i quali sappiamo con certezza che sono usciti dall’Egitto in antichità ed sono finiti in un contesto archeologico documentato di un altro paese.

Perché sono così rari

L’articolo del 2021 affronta brevemente la questione del perché questi oggetti siano così rari fuori dall’Egitto. La spiegazione è in natura stessa del reperto: lo scarabeo del cuore è un oggetto rituale e funerario, fatto per essere sepolto con il defunto. Non è un gioiello da indossare, non è un sigillo da scambiare, non è un’amuleto generico da portare addosso o donare. È destinato alla tomba.

Perché allora alcuni esemplari sono usciti dall’Egitto? Le ipotesi che gli studiosi avanzano si concentrano sui traffici commerciali del primo millennio a.C., in particolare quelli mediati dai Fenici e dai Punici, che muovevano oggetti egizi e oggetti egittizzanti — i cosiddetti aegyptiaca — verso tutte le coste del Mediterraneo.

La presenza fenicio-punica è documentata sia a Tharros (che fu colonia fenicia, poi punica), sia a Cefalù (la cui necropoli ellenistico-romana ha restituito influssi punici documentati dagli scavi di Amedeo Tullio pubblicati nel 2005). Tell Jerisheh, in Palestina, si trova in un’area di intensi contatti tra l’Egitto e il Levante. Anche Cipro, dove furono comprati i due scarabei del British Museum, era nodo cruciale di quei traffici.

In tutti i casi, dunque, lo scenario di fondo è lo stesso: oggetti rituali egizi, originariamente destinati a sepolture nel Delta del Nilo o nella valle del fiume, sono finiti sulle navi e hanno attraversato il Mediterraneo. Come, in che mani, attraverso quali passaggi commerciali, non si sa con precisione, e l’articolo del 2021 è molto cauto su questo punto.

Una cosa che vale la pena dire

Tra i cinque scarabei del cuore documentati al mondo fuori dall’Egitto, due si trovano in Italia. Uno a Cefalù (al Salinas di Palermo), uno a Torino (Museo Egizio, proveniente da Tharros in Sardegna).

E se aggiungiamo lo scarabeo del Museo Mandralisca di Cefalù — che pur non rientrando nei “cinque” perché non ha provenienza archeologica certa, è comunque un esemplare in collezione storica documentata fin dal 1888 — Cefalù risulta avere due scarabei del cuore egizi, mentre in tutta l’Italia, fuori da Cefalù, ne risulta documentato uno solo (quello sardo di Torino).

Resta dunque un dato di fatto, in attesa di nuove scoperte: secondo lo stato attuale della documentazione scientifica internazionale, Cefalù è il luogo in Italia, e tra i pochi luoghi al mondo, dove si conserva il più alto numero di scarabei del cuore egizi fuori dall’Egitto.

Fonti

  • Claude Laroche, Gloria Rosati, “Two Egyptian Heart-Scarabs from Sicily and a Parallel from Berlin”, in Rivista del Museo Egizio 5 (2021). Open access: rivista.museoegizio.it.
  • Alan Rowe, A Catalogue of Egyptian Scarabs, Scaraboids, Seals and Amulets in the Palestine Archaeological Museum, Le Caire 1936 (per il reperto di Tell Jerisheh).
  • Ernesta Bacchi, “Lo scarabeo del cuore di Thutmòse IV”, in Rivista degli Studi Orientali 20 (1942), pp. 211-227 (per il reperto di Tharros).