Viaggio nella Descriptio di Bartolomeo Carandino, il più antico ritratto della nostra Cattedrale
Quando vogliamo sapere come fosse la Cattedrale di Cefalù prima delle fotografie e dei grandi restauri, abbiamo un solo libro a cui affidarci: la Descriptio totius Ecclesiae Cephaleditanae, scritta in latino nel 1592 da Bartolomeo Carandino, giureconsulto giunto da Modena al seguito del vescovo mantovano Francesco Gonzaga. È la più antica descrizione distesa del nostro Duomo. Carandino scriveva da funzionario, per mettere ordine nei beni e nei diritti della Chiesa; ma proprio per questo la sua pagina è concreta, fatta di gradini, marmi, lampade e drappi. Proviamo a leggerla con lui — e, dove possiamo, nelle sue stesse parole.
La piazza e la fontana scomparsa
Carandino comincia da fuori. Davanti alla chiesa e al palazzo vescovile, scrive, si apriva un’ampia piazza delimitata da edifici dignitosissimi, e al suo centro stava una fontana d’acqua salubre, condotta da lontano e con grande spesa, pregevole opera d’arte e grande sollievo per l’intera cittadinanza. È la prima testimonianza che abbiamo di quella fontana, oggi scomparsa: senza il giurista modenese non ne sapremmo quasi nulla.
Il sagrato e l’iscrizione del Preconio
Lo sguardo sale poi verso la terrazza del sagrato, da pochi anni ampliata, e Carandino la misura con scrupolo da uomo di legge: dodici gradini sul lato nord, dodici più tre verso il cimitero sul lato ovest, tre con cancellata sul lato sud — per impedire alle bestie di entrare nell’area sacra. Ogni pilastro terminava con una piramide sormontata da una sfera. Sul pilastro di sinistra, rivolto al palazzo vescovile, campeggiava lo stemma del vescovo Preconio con un’iscrizione del 1585, che possiamo ancora leggere nelle sue parole originali: “Si modo vestibulum videor formosius olim / antistes formam sic mihi præco dedit (1585)”. «Se ora il vestibolo appare più bello di un tempo, fu il vescovo Preconio a darmi questa forma».
Il portale e le immagini perdute
Sulla facciata, attorno al portale, Carandino registra due dipinti che il tempo ha poi cancellato. A destra dell’ingresso, sulla parete, un dipinto già molto rovinato con la Vergine e San Cristoforo; sopra il portale, un Cristo benedicente. Due opere perdute, di cui resta soltanto la sua annotazione: per molti dettagli la Descriptio è l’unico inventario di una cattedrale che stava per cambiare ancora.
Il presbiterio, nelle sue stesse parole
E veniamo al cuore della descrizione, che vale la pena leggere. La pagina più ricca che ci ha lasciato:
«Di qui, salendo i gradini, giungiamo all’Altare Maggiore: tutto il pavimento, in questa parte, lavorato con somma arte e perfetto, risplende. Da un lato, saliti i gradini, c’è la cattedra vescovile, dove il vescovo suole sedere rivestito dei paramenti pontificali: è tutta di marmo, con varie figure intarsiate nel marmo; dall’altro lato c’è un’altra sede, corrispondente a questa, costruita con identico artificio. All’ingresso dell’Altare Maggiore, da entrambi i lati, sono due statue, l’una della Beatissima Vergine Maria, l’altra dell’Angelo, ambedue di marmo candido. Le lampade davanti all’Altare Maggiore sono disposte a croce. In fondo alla navata, subito dopo l’ingresso del transetto, sopra l’Altare Maggiore è la custodia del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, di grande importanza e di altissima spesa, coperta da un drappo (conopeo) di seta rossa…»
È un passaggio prezioso. Quei due seggi gemelli sono il trono regio e il trono vescovile che fiancheggiavano il presbiterio, ai lati del Pantocratore. Carandino, nel 1592, li vedeva ancora come ricchi seggi marmorei intarsiati: oggi di quei due unici sedili restano soltanto le lastre a mosaico con le scritte sedes regia e sedes episcopalis. La sua pagina ci dice quanto fosse più sontuoso, allora, ciò che oggi sopravvive ridotto a frammento.
La Madonna “dipinta da San Luca”
Tra i tesori della cattedrale, Carandino annota anche un’immagine antichissima e veneratissima, che descrive con una formula tramandata da secoli: «immagine della Beata Vergine Maria, dipinta da San Luca Evangelista».
È la piccola icona della Vergine tuttora conservata in Duomo, ancora rivestita della sua preziosa coperta d’argento (la riza) di epoca normanna, con una corona di scene tra cui una Crocifissione. Per Carandino, come per i fedeli del suo tempo, era nientemeno che opera dell’evangelista Luca: un segno di quanto antica e radicata fosse la devozione mariana cefaludese.
La grande croce sospesa nel transetto
C’è infine un dettaglio che ha fatto discutere gli studiosi. Nella cattedrale è ancora oggi conservata una monumentale croce dipinta su entrambe le facce, alta oltre cinque metri — la più grande della Sicilia, attribuita a Guglielmo da Pesaro (prima del 1468). Fu probabilmente il vescovo Preconio a farla collocare sotto la chiave di volta del grande arco che separa la navata dell’assemblea dal transetto riservato al clero. Ed è proprio lì che Carandino, nel 1592, la trova appesa: la sua testimonianza è una delle prove più importanti su come, in queste chiese, la grande croce dividesse lo spazio liturgico, sospesa sopra l’ingresso del presbiterio.
Carandino non scriveva da storico dell’arte, ma da funzionario chiamato a inventariare beni e diritti: è proprio per questo che la sua Descriptio è così concreta, fatta di gradini contati, marmi, drappi, lampade. È lo sguardo più antico che possiamo posare sul Duomo di Cefalù, lo strumento che ci permette di rivedere la fontana svanita, i dipinti del portale, i troni nella loro veste perduta, la croce nella sua collocazione originaria.















