Il Castello di Cefalù: vita, armi e segreti di una fortezza dimenticata

Sopra la città, dove oggi la Rocca di Cefalù disegna il profilo più riconoscibile della costa tirrenica siciliana, un tempo si stendeva una vera cittadella fortificata. Un miglio di mura, sei garitte, un cappellano che celebrava nella piccola chiesa di Sant’Anna e venticinque archibugi disfatti: così, nel 1713, il governatore Don Salvatore Grugno descriveva il Castello di Cefalù nella sua celebre Relatione alla Maestà di Vittorio Amedeo, duca di Savoia e nuovo re di Sicilia.
Un documento straordinario che, a distanza di tre secoli, ci restituisce il volto perduto di una fortezza che fu anima militare, spirituale e civile della città.

Una città sopra la città

Grugno apre la sua relazione raccontando di un castello “sopra una rocca in collina”, circondato da mura che “estende detto circuito un miglio”. Dentro quelle mura si svolgeva una piccola vita autonoma: vi abitavano soldati, artiglieri, un castellano con famiglia, un cappellano e qualche paesano che prestava servizio per la manutenzione delle cisterne, dei forni, delle carceri e dei magazzini.

Il castello era la spina dorsale della difesa costiera, ma anche un luogo d’osservazione privilegiato. Dalle garitte, come quella di Santa Nicolicchia o della Talaia, i soldati scrutavano il mare giorno e notte, in cerca di vele sospette. Ogni movimento di navi o galere veniva segnalato con colpi di campana o fuochi di segnalazione verso le torri costiere di Calura e Sant’Ambrogio.

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Uomini e armi della Rocca

Nel 1713 il presidio contava un piccolo contingente: il Governatore, il suo Aiutante, il Sergente Maggiore delle Milizie urbane, il Capitano dell’Artiglieria, il Castellano con il suo tenente, sei soldati (cinque paesani e un sardo), un artigliere e un cappellano. Una micro-società militare, isolata e autonoma, che viveva tra le pietre e i venti della Rocca.

Le armi in dotazione raccontano un’epoca di transizione: accanto ai maschi di ferro, ai mezzi sagri e alle colubrine di bronzo, Grugno cita “archibugi numero venticinque inservibili per esser disfatti” e “moschetti dell’istessa maniera”. La polvere da sparo era conservata in un dammuso, e i soldati avevano a disposizione “cantara dui” (circa 180 chili) di polvere nera e quattrocento palle di artiglieria.

Il castello possedeva anche “una campana per avvisare la città quando si discoprino imbarcazioni”, segno di un sistema di allarme organizzato tra la Rocca e il borgo sottostante. I bastioni principali erano quelli di Rodi, dove si faceva la “scoverta” (l’avvistamento), e dello Spirone, già parzialmente disfatto ma ancora presidiato.

La chiesa di Sant’Anna e la vita spirituale

Tra le rovine che oggi si scorgono sulla sommità della Rocca, Grugno cita la piccola chiesa di Sant’Anna, con la sua sacrestia e un cappellano che “celebra ogni festa”. Una chiesa semplice ma viva, centro religioso di quella minuscola guarnigione.

All’interno, il cappellano – Don Francesco Cefalù – riceveva un salario di quindici tarì al mese per dire messa e benedire i soldati prima dei turni di guardia. Accanto alla chiesa vi erano “quattro stanze coperte” e “tre forni per il pane, però disfatti”: segno che la vita quotidiana, anche se povera, manteneva un ritmo di preghiera, lavoro e difesa.

Carceri, cisterne e fabbriche

Nel cuore del castello si trovavano “due carceri disfatte”, segno che la fortezza aveva avuto anche una funzione giudiziaria. Le cisterne, spesso “disfatte o senz’acquea”, erano fondamentali per la sopravvivenza: l’unica grande cisterna funzionante si trovava “sotto la casa del Castellano, ove vi è un giardinello”.

Grugno descrive poi “una fabrica chiamata la Corona”, forse un antico palazzo interno, e “diverse stanze disfatte, ove per tradizione dicono che vi era il palagio di re Maniaci”. Un richiamo misterioso che lega la fortezza alla leggenda di Maniace, il generale bizantino che, secondo la tradizione, fondò una delle prime strutture fortificate della Rocca.

Il Castellano e la vita quotidiana

Il castellano Domenico Muranes era il capo indiscusso della guarnigione. Viveva in una casa con “cinque stanze et una cocina”, riceveva un piccolo compenso e “gli introiti dell’erba di detto castello e le solite franchezze che li dona la città”.

Il suo tenente, Antonio Corsales, e il caporale Francesco Cesare guidavano i soldati di turno, che ricevevano “scudi due e mezzo il mese”. Il mestiere del soldato era povero ma onorevole: il documento riporta anche i loro nomi, a memoria di una comunità militare che difendeva Cefalù con pochi mezzi e molta fede.

L’artigliere mastro Domenico Frittita guadagnava quattro scudi al mese e custodiva la polvere, le palle e i “maschi di bronzo”. Un lavoro rischioso, tra la polvere e le fiamme, in una fortezza esposta ai venti e alle intemperie.

La Rocca come vedetta del mare

Dal Castello partivano i segnali luminosi per tutte le torri costiere. Era il cuore di un sistema difensivo che collegava le torri della Calura, di Sant’Ambrogio, del Monte e di Rasibergi fino a Finale. Quando comparivano navi o galere, i soldati “passavano il tiro di giorno” – cioè accendevano i segnali di fuoco – per avvertire il borgo e le città vicine.

Questa rete di fuochi e guardie racconta un Mediterraneo ancora pericoloso, attraversato da pirati barbareschi e da potenze europee in guerra. Cefalù, affacciata sul mare ma protetta dalla Rocca, viveva in un equilibrio di paura e orgoglio.

Le rovine che raccontano

Oggi, della fortezza di Cefalù restano le tracce di mura, cisterne, scalinate e archi. Ma grazie alla Relatione di Grugno possiamo ricostruire un mondo perduto: il rumore del martello sui cannoni, le preghiere nella chiesa di Sant’Anna, le sentinelle che scrutavano il mare.

Dietro la cartolina moderna della Rocca si nasconde la memoria di un luogo vissuto, abitato, custodito da uomini che vegliavano sulla città giorno e notte.

Una memoria da riscoprire

Il Castello di Cefalù non è solo un rudere antico, ma la chiave per comprendere la storia profonda della città: un simbolo di difesa, fede e sacrificio.
Le parole di Grugno – “sei garitte, venticinque archibugi disfatti, un cappellano e una cisterna senz’acquea” – suonano come una cronaca e come una poesia: la fotografia di un tempo in cui anche le pietre avevano un nome e una voce.

Nella foto come era Cefalù agli inizi del ‘700