Cannes senza italiani: cosa è successo davvero al nostro cinema

Il dato è secco. Quest’anno al Festival di Cannes non ci sono film italiani. Non nella selezione ufficiale, non nelle sezioni parallele più importanti. Una mancanza che pesa, perché arriva dopo un’altra assenza, quella alla Berlinale di febbraio. Due festival, due vuoti. E allora la domanda gira veloce: è finito qualcosa? O è successo qualcos’altro, più nascosto, meno visibile, ma più concreto?

Per capire bisogna tornare indietro. Non a un’idea di cinema, ma a un calendario. Tra il 2024 e il 2025 molti set italiani si sono fermati. Non per scelta artistica, ma per attesa. Fondi pubblici in ritardo, graduatorie che non uscivano, produzioni sospese. Registi, tecnici, attori: tutti fermi. In Sicilia direbbero “arristati”, inchiodati.

Un film non nasce quando esce in sala. Nasce almeno due anni prima. Scrittura, finanziamento, riprese, montaggio. Se si blocca tutto a monte, il vuoto arriva dopo. Ed è quello che vediamo adesso: meno film pronti, meno possibilità di entrare nei festival. Non è un crollo improvviso. È un ritardo che si trascina.

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I grandi nomi senza film

Cannes funziona anche per relazioni. Ci sono registi che tornano spesso. Nomi che il festival conosce, segue, aspetta. Nanni Moretti, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Alice Rohrwacher. Quando uno di loro ha un film pronto, Cannes lo guarda.

Quest’anno no. Nessuno di loro è arrivato con un’opera finita. E questo basta già a spiegare metà del problema. Perché il sistema dei festival è così: pochi autori consolidati e poi gli emergenti. Se manca il primo gruppo, il peso dell’assenza si sente subito.

Gli emergenti, i più colpiti

Ma il vero colpo è arrivato ai più fragili. I registi al primo o secondo film. Quelli che non hanno ancora un nome che garantisce investimenti. Sono loro che dipendono di più dai fondi pubblici. E quando quei fondi si fermano, si fermano anche loro.

Negli anni scorsi proprio da lì erano arrivati segnali forti. Film piccoli, a volte ruvidi, ma capaci di entrare a Cannes. Nel 2026 questa linea si è spezzata. Non perché manchino le idee. Perché mancano le condizioni per trasformarle in film.

Non è solo l’Italia

Il quadro però è più largo. Non c’è solo l’Italia a mancare. Anche il Sud America è quasi assente. Il Regno Unito poco presente. Gli Stati Uniti arrivano senza i grandi studi, solo con indipendenti.

Lo stesso direttore del festival, Thierry Frémaux, ha parlato di un’annata anomala. Oggi manca qualcuno, domani tornerà. È una geografia che cambia di anno in anno. Un equilibrio instabile.

I soldi che diminuiscono

C’è però un punto che resta. I fondi. Per il 2026 il finanziamento pubblico al cinema italiano scende. Novanta milioni in meno. Tagli soprattutto ai progetti più rischiosi, quelli che non promettono incassi sicuri.

È lì che nascono spesso i film che vanno ai festival. Non i blockbuster, ma le opere più libere. Se si taglia quella parte, si riduce anche la possibilità di vedere film italiani nelle grandi rassegne internazionali.

Intanto cresce il sostegno alle produzioni straniere che vengono a girare in Italia. Portano lavoro, certo. Ma non costruiscono necessariamente un cinema italiano più forte.

La Mostra del Cinema di Venezia sarà diversa. È un festival italiano. Ha un rapporto diretto con il nostro sistema produttivo. È più probabile che lì i film italiani si vedano, e in numero consistente.

Ma non basta a cancellare il segnale che arriva da fuori. Perché Cannes e Berlino sono vetrine globali. Se manchi lì, manchi nel mercato internazionale.

Il punto allora resta scoperto. Non è un problema di talento. Non è che in Italia si sappia fare meno cinema. È che a un certo punto la macchina si è fermata. E quando si ferma, anche per pochi mesi, lascia un vuoto che si vede dopo. Adesso.