Perché in tutto il mondo non si corre più con il numero 13: il dramma della Targa Florio del 1926

Il 25 aprile di cent’anni fa, sulle Madonie, perse la vita il conte Giulio Masetti, il “Leone delle Madonie”. La sua Delage portava il numero 13. Da quel giorno, nessuna casa automobilistica al mondo ha più voluto quella cifra sulle proprie vetture. Una superstizione nata in Sicilia che ancora oggi influenza l’automobilismo mondiale.

Provate a osservare i numeri di gara di una Formula 1, di un rally o di una corsa endurance. Troverete tutti i numeri, anche i più strani. Tranne uno: il 13. Pochi sanno che dietro questa scelta, rispettata in tutto il mondo per quasi un secolo, c’è una storia tragica avvenuta proprio sulle strade delle Madonie. È la storia del conte Giulio Masetti e di quella che sarebbe diventata la più famosa superstizione dell’automobilismo mondiale.

Il “Leone delle Madonie”

Per capire l’impatto di quella morte, bisogna conoscere chi fosse Giulio Masetti. Nato a Vinci, in Toscana, il 22 dicembre 1894, conte da Bagnano, aveva iniziato a correre giovanissimo insieme al fratello Carlo. Era un nobile elegante, raffinato, ma con una grinta da campione.

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Si era affermato sulle Madonie con due vittorie straordinarie. Nel 1921 vinse la sua prima Targa Florio su una vecchia Fiat S57/14B del 1914, battendo gli squadroni ufficiali di Alfa Romeo e Mercedes. Nel 1922 bissò il successo guidando una Mercedes acquistata di tasca propria e ridipinta nel “Rosso Italia”, per orgoglio nazionale. Due vittorie su una corsa così dura, in soli due anni, gli valsero da parte del pubblico siciliano il soprannome che lo accompagnerà per sempre: “Leone delle Madonie”.

La sua tecnica di guida era pulita, mai aggressiva: interpretava le curve, non le forzava. Una scelta perfetta per le strade madonite, dove un pilota doveva affrontare in media dodici tra curve e tornanti per ogni chilometro.

25 aprile 1926: la 17ª edizione

Quel mattino del 25 aprile 1926 si correva la 17ª edizione della Targa Florio. Masetti era il grande favorito. Aveva preparato una Darracq di sua proprietà ma, a causa di un ritardo nei lavori, fu costretto a ripiegare all’ultimo momento su una Delage due litri, dodici cilindri.

Quella Delage portava un numero: il 13.

Alle 7:36 il conte scattò dal via. Il percorso era il Medio Circuito delle Madonie. Una curva dietro l’altra, l’auto del Leone divorò i primi chilometri. Poi, al chilometro 27, sotto Sclafani Bagni, accadde l’imprevedibile.

In un punto del tracciato, la Delage scartò improvvisamente verso sinistra. Si impennò staccandosi dal suolo, piroettò su se stessa con il radiatore verso l’alto e si abbatté di schianto sull’asfalto con le ruote in aria. Il corpo di Masetti rimase per metà schiacciato sotto la vettura.

I primi soccorritori arrivati sul posto lo trovarono vestito come sempre: tuta bianca e cintura di cuoio marrone con fibbia d’argento. Il “Leone delle Madonie” era morto sul colpo. Aveva 31 anni.

La superstizione che cambia il mondo

La notizia fece il giro d’Europa. Ma più ancora del lutto, a colpire furono le coincidenze. La 17ª edizione, un numero già considerato di malaugurio nella cultura italiana. E quel numero 13 sulla vettura.

Per chi crede nella cabala, fu una combinazione inquietante. Per chi non ci credeva, divenne comunque difficile ignorarla. In poco tempo, organizzatori e case automobilistiche di tutto il mondo decisero di non assegnare più il numero 13 alle vetture in corsa. Né in Italia né all’estero. Una regola non scritta, ma rispettata ovunque.

Quella decisione presa dopo la morte di Masetti è rimasta in vigore per quasi cento anni. Una sola eccezione moderna: il pilota venezuelano Pastor Maldonado, che corse in Formula 1 dal 2011 al 2015, scelse il numero 13 per la sua Lotus. Una scelta controcorrente che fece molto discutere.

Il ricordo di Masetti, oggi

Nel punto esatto in cui Giulio Masetti perse la vita, a Sclafani Bagni, sorge ancora oggi un cippo che lo ricorda. È uno dei tre cippi che lungo le strade italiane portano il suo nome, insieme a quelli del Passo della Futa e del Passo della Consuma.

Il suo nome è scolpito anche su una lastra marmorea, opera dello scultore Domenico Trentacoste, posta nel cortile del Grand Hotel delle Terme di Termini Imerese, lo storico quartier generale della Targa Florio negli anni Venti. Il feretro fu poi trasportato a Firenze e inumato nel cimitero delle Porte Sante.

Nel 2026 ricorre il centenario della scomparsa del conte Masetti. Il 25 aprile, esattamente cent’anni dopo la tragedia, l’associazione Madonie Racing ha reso omaggio al “Leone delle Madonie” con un omaggio floreale nel luogo dell’incidente.

La gara più lenta del mondo

C’è un’ultima curiosità che dice molto della Targa Florio di quegli anni. Nonostante incidenti come quello di Masetti, la corsa siciliana era considerata relativamente sicura. Vincenzo Florio amava ripetere che la sua era “la gara più lenta del mondo” e che proprio per questo era sicura: le curve continue impedivano alle vetture di raggiungere velocità troppo elevate.

E in effetti, dopo l’incidente di Masetti del 1926, bisognerà aspettare ben 45 anni per contare un altro pilota deceduto in gara: il triestino Fulvio Tandoi, nel 1971.

Ma una cosa, da quella mattina del 25 aprile 1926, non sarebbe cambiata mai più. Quando oggi il pubblico delle Madonie guarderà sfrecciare le auto della 110ª edizione della Targa Florio, dal 12 al 16 maggio 2026, troverà tutti i numeri di gara possibili. Tranne uno. Il 13 non c’è. E non ci sarà mai. In ricordo, anche se in pochi ormai lo sanno, di un conte fiorentino che amava la Sicilia e che proprio sulle Madonie trovò la sua tragica fine.